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Storie di spine staccate, di Federica Spinozzi Balducci

creato da webmaster ultima modifica 08/12/2014 11:42
Il n. 94 di Cercasi un Fine sul fin di vita, dedicato a Teresa Laviano (1950-2006), per ragioni di spazio, non ha potuto ospitare il seguente contributo, che siamo lieti di ospitare di seguito…

Nell’atto del nascere e del morire l’uomo entra in una dimensione divina, faccia a faccia con il Creatore, qualunque sia il nome del suo dio, è solo con se stesso, con la sua unicità; nessuno ha diritto di parola, tanto meno di giudizio. L’esperienza del morire non ci è dato raccontarla, ma quella del nascere indirettamente sì, attraverso le parole di una donna. Quando partorisci viene adagiato sul tuo corpo quella creatura che prima era parte di te: sono attimi nei quali fai esperienza di un'altra dimensione. Scruti il volto del bambino, tocchi le sue manine e avverti subito che è diverso da te, è uno sconosciuto: è un’esperienza unica e indicibile, stento a trovare le parole per descriverla in modo preciso ed esaustivo, e sfido qualunque altra donna a farlo! Le parole per la morte non è dato neppure cercarle e ascoltarle da altri. Non è un vuoto, bensì è la pienezza che non lascia spazi; ecco spiegata l’assurdità del giudizio e del tentativo di comprendere scelte e gesti estremi.

Il nostro tempo, forse il nostro paese, è caratterizzato da un paradosso: da un lato si resta stupefatti e turbati alla notizia di chi giunge a determinate scelte in particolari condizioni di vita, dall’altra restiamo insensibili e muti a spine staccate che strappano la vita senza certificati di morte. Anziché parlare del tradizionale fine vita, oggetto di troppe polemiche e prese di posizioni, a volte persino strumentalizzato, penso sia opportuno concentrare la riflessione sulle molteplici forme subdole di fine vita. La vita non si toglie solo con la morte fisica, ma assistiamo ogni giorno, nel nostro piccolo, nel contesto mondiale, a storie singole e collettive che parlano di morte, che soffocano la vita, la speranza, il futuro.

Ogni persona corre il rischio che qualcuno gli stacchi la spina, con la violenza fisica, con la manipolazione psicologica e verbale, con mille forme d’incuria e di abbandono. Sessanta popoli, in questo momento, vivono dentro la guerra: l’uso delle armi non è forse una spina staccata? Quanti anziani si trovano soli, anche ben sistemati e accuditi ma soli, dentro un ospizio? Quanti bambini nel mondo muoiono per mancanza di farmaci, di pane, di acqua? Quanti ragazzi nelle nostre famiglie, scuole, parrocchie sono bollati e trascurati nel loro percorso di formazione? Esempi di questo tipo possiamo farne all’infinito, ognuno potrebbe dare un nome, un volto a storie di spine staccate. Ma perché nessuno ne parla? Perché nessuno si scandalizza, s’interroga, scrive di queste storie di fine vita?

Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere la corazza d’ipocrisia che indossiamo per difenderci e per non vedere. È una corazza che ci copre anche il volto, orecchie e occhi compresi; tutti la indossiamo e nessuno la nota più nell’altro. E allora, quanto discutere sul fine vita: convegni, seminari, pronunciamenti della Chiesa, ore e ore di sedute parlamentari, argomentazioni per raggiungere accordi, uno spreco di energie umane e finanziarie incredibili, in alcuni casi forse anche necessari, ma troppo spesso portato agli eccessi. Con quanta banalità e disinvoltura invece si affrontano tante ingiustizie famigliari, sociali ed ecclesiali nelle quali la vita non è rispettata nella sua pienezza! La corazza dell’indifferenza andrebbe assolutamente smantellata, perché è quella che non ci fa prendere la scossa quando stacchiamo la spina; qualcuno la perde in situazioni particolari, quando la spina è staccata a qualcuno che gli vive accanto, quando ha contatto con una storia di forte sofferenza, allora cominciano a cadere a volte le squame dalla corazza. Cambia la prospettiva e con essa lo sguardo sulla realtà: è la faccia positiva della medaglia della sofferenza, è quella che genera altruismo, vicinanza, accoglienza e che libera dalla condizione di ciechi o giudicanti. Ma non possiamo augurarci del male per vedere la rottura della corazza: dobbiamo cercare altre strade, contagiarci a vicenda, utilizzare ogni energia, ogni canale perché solo il porta a porta potrà ripristinare corrente lì dove viviamo e inizieremo finalmente ad usare la parola morte non solo nei certificati o nei manifesti funebri.

Federica Spinozzi Balducci
[docente di scuola media, Senigallia, Ancona]

 


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