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Secolarismo, postmodernità, pluralità. Appunti sul pensiero di Peter Berger, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 14/05/2020 08:11
Non possiamo comprendere la religione nel contesto attuale senza affrontare il tema della secolarizzazione e, ancor di più, del pluralismo postmoderno. Con Peter Berger ci poniamo la domanda su cosa significhi oggi vivere la propria fede in un contesto plurale.

Negli ambienti ecclesiali che frequento, molto spesso si cade in una banale critica del mondo quando si parla della relazione fra la Chiesa e la società. Non passa mai troppo tempo prima di ascoltare la parola “secolarismo”. Frasi del tipo “Viviamo in una società secolarizzata” oppure “Ormai il mondo è secolarizzato”, mi hanno sempre lasciato interdetto perché pensavo fra me e me: “Cosa significa che il mondo è secolarizzato?”. Cosa significa affermare oggi che le religioni, di qualsiasi tipologia, vivono una crisi a causa del secolarismo? Che vuol dire che il mondo è secolarizzato se non che vive il proprio secolo?

Molte delle domande e delle problematiche legate al secolarismo hanno trovato una loro sistematizzazione organica in una intervista ad uno dei massimi sociologi delle religioni qual è stato Peter Berger (1929-2017), nel suo libro Riflessioni sulla religione, pubblicato da Armando Editore a cura di Michele Lucivero. Per un approccio all’autore rimandiamo all’ottima introduzione del curatore, la quale ci permette di entrare nella riflessione bergeriana fino a capirne le questioni messe in campo, come anche i ripensamenti, gli studi empirici, le collaborazioni e le domande del nostro autore. Berger, infatti, ha avuto il merito di portare la riflessione sul secolarismo ad un livello più profondo, guardando ai dati empirici, come anche alla diversa geopolitica del pianeta e alle diverse culture e ai loro approcci nei confronti della religione. Per dare una prima pennellata alla riflessione questione riportiamo le parole di Lucivero per quanto riguarda la secolarizzazione in Berger: «Dal punto di vista sociologico, Berger dà una definizione chiara del problema che intende analizzare: “Per secolarizzazione noi intendiamo il processo tramite cui alcuni settori della società e della cultura vengono sottratti al dominio delle istituzioni e dei simboli religiosi”. Se si tiene presente l’analisi svolta ne La realtà come costruzione sociale, è facile comprendere che Berger intende far riferimento ad un processo tipicamente occidentale, in cui si è progressivamente logorato il meccanismo di legittimazione che consentiva all’universo simbolico totalizzante di matrice cristiana di fungere da unico apparato in grado di elaborare un nomos univoco per la società, come è accaduto fino al Medioevo inoltrato». (M. Lucivero, Modernità molteplici e religioni, in P. Berger, Riflessioni sulla religione, Armando Editore, Roma 2020, p. 15-16).

Partendo dalla definizione di Berger, dunque, possiamo considerare il secolarismo come una perdita di legittimazione delle istituzioni e della simbologia religiosa sulla dimensione sociale. L’esempio classico è quello del matrimonio, il quale non è più solo un sacramento ma anche un atto civile, per cui, agli occhi di uno Stato, il matrimonio ha valenza non perché celebrato in una chiesa, ma perché è un contratto fra due individui. Tuttavia, è qui che Berger continua la sua analisi sulla secolarizzazione, tenendo presente le differenti culture e tradizioni, in quanto non tutte le culture e non tutti i processi storici possono ricondurre il secolarismo ad una progressiva scomparsa dell’istituzione religiosa in campo sociale. Questo può essere vero nei paesi europei e per una certa lettura che la sociologia classica ha fatto della religione, leggibile fra gli altri in Durkheim. La differenza che pone Berger è fra un modo di vivere la religione in Europa e negli Stati Uniti. Infatti, se in Europa il secolarismo è visto come una sottrazione di terreno da parte delle istituzioni civili rispetto a quelle religiose, negli Stati Uniti questo fenomeno non avviene in quanto la cultura secolare non si oppone alla fede religiosa vissuta da ciascun cittadino. Questa riflessione fa germogliare in Berger una nuova riflessione, per cui non è tanto il secolarismo la sfida attuale delle religioni, quanto il vivere il proprio credo in un nuovo contesto plurale, in un contesto postmoderno. «Del resto, occorre evidenziare il fatto che nella vecchia Europa la pluralizzazione dei mondi della vita è un fenomeno piuttosto recente, certamente non rappresentativo della vita del paese, laddove l’universo simbolico di carattere religioso e culturale è rimasto uniforme e non scalfito fino a qualche anno fa probabilmente, a differenza, magari, delle metropoli, che hanno visto l’esplosione dell’immigrazione. Negli Stati Uniti, invece, su può dire che la pluralizzazione sia stata un elemento costitutivo, giacchè storicamente quella confederazione di nazioni è una formazione politica che ha la sua preistoria nel tentativo di dare sfogo ad una miriade di gruppi di soggetti irrequieti, sia dal punto di vista politica sia sotto il profilo religioso, provenienti perlopiù dal nord Europa e che, per coesistere pacificamente, hanno avuto il privilegio di scrivere e accordarsi sulle norme della convivenza» (Ivi, p. 35-36).

Storicamente, dunque, mentre l’Europa ha vissuto sempre sotto una unitarietà civile e religiosa, gli Stati Uniti sono nati in un contesto plurale, da persone appartenenti alle diverse nazionalità come alle diverse religioni che già, nel vecchio continente europeo si fronteggiavano. Questa differenza di visioni nei confronti della religione, spinge Berger non solo a parlare di secolarizzazione ma di una pluralità di approccio nel vivere la propria esperienza religiosa. La postmodernità, dunque, apre le porte ad una religione che non entra in conflitto su una dottrina unitaria ma sui modi di vivere, non sul cosa  credere ma sul come credere. Ciò che chiamiamo secolarismo, dinanzi alla postmodernità è solo una vecchia sfida appartenente ad èlite culturali di matrice europea. Il postmoderno, invece, è l’apice del processo di modernizzazione che si caratterizza per un contesto plurale in cui vivere il proprio credo. Tutto questo può destabilizzare persone che non riescono a reggere il trauma della pluralità e, per questo, vanno alla ricerca di identità forti o di guru che possano offrire loro tranquillità anche dal punto di vista dottrinale. Non è un caso, dunque, se nelle nostre comunità parrocchiali ci siano ragazzi e ragazze che frequentano le nostre riunioni o le celebrazioni eucaristiche e, in parallelo, corsi di yoga. Oppure sempre giovani delle nostre comunità che vengano a messa e non la pensino come la dottrina ufficiale espone. Sono tutti sintomi di forme religiose vissute all’interno di un contesto plurale dove non basta più assolvere a delle regole o aderire ad una dottrina per essere cristiani, musulmani, buddisti ecc. Nella sua intervista, Berger afferma: «Io semplicemente definirei il pluralismo come la coesistenza nella società di differenti visioni del mondo e di sistemi di valori sotto condizioni di pace civica e sotto condizioni nelle quali le persone interagiscono fra loro. Il pluralismo e la moltiplicazione delle scelte, la stessa necessità di scegliere, non conducono necessariamente ad una scelta secolare. Tali fenomeni possono portare anche a scelte religiose – l’aumento del fondamentalismo in varie forme, per esempio – ma soprattutto essi cambiano il modo in cui la religione è interpretata sia istituzionalmente sia nella coscienza dell’uomo». (P. Berger, Riflessioni sulla religione, op. cit., p. 45-46).

Se secolarismo indica, dunque, un modo di essere fuori dal contesto religioso, in quanto chi sceglieva la vita monastica o religiosa “usciva dal secolo”, oggi non possiamo più pensare ad un dentro e un fuori dal secolo, come se chi crede sia da una parte della barricata e chi non crede dall’altra parte. Oggi vivere una esperienza religiosa significa vivere al fianco di tante altre visioni del mondo e di sistemi di valori, vivere in un contesto che non più cristianizzato o islamizzabile o teocraticamente fondabile, se non si vuole cadere nel fondamentalismo. Oggi la sfida, come ci ricorda Michele Lucivero nell’introduzione, non è quella di restaurare antichi fasti ma di essere come i primi cristiani in un mondo pagano. Cogliere il profumo di una sfida nuova, di una riflessione sull’essenza del nostro credere, offrire un pensiero religioso e teologico di qualità, una spiritualità quotidiana e uno spessore umano che non ceda al cortocircuito del predicar bene e razzolar male. Questa è la sfida di un modo post-secolarizzato, ancora tutto da scoprire.

[Matteo Losapio, redattore CUF]

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