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Salvare le anime o l'oro?, di Rosario Scognamiglio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 13/05/2016 11:53
Continuiamo la nostra riflessione sul tema della misericordia (cfr. n. 102 del cartaceo) pubblicando un testo su sant’Ambrogio criticato per un gesto di misericordia...

 

È luogo comune che s. Ambrogio nei suoi trattati morali non sia originale, dipendendo largamente dal mondo classico. Ad esempio, nell’opera «Sui doveri dei ministri di Dio», scritta probabilmente nel 391, si sarebbe intermente ispirato - si dice – al De officiis in tre libri di Cicerone (composto nel 44 a, C.). Non  è proprio, e non è sempre così. In realtà il Vescovo di Milano cristianizza non poco Cicerone, ma di suo inserisce  anche sviluppi prettamente cristiani. È il caso del cap.28 del secondo libro. Ambrogio riferisce in prima persona  un gesto di misericordia, fondamentalmente estraneo al mondo romano. Esordisce  col dire che la misericordia induce soprattutto a prendere parte  soffrendo (con-patiamur) alle sventure altrui e a “porgere loro aiuto quanto possiamo e a volte più di quanto possiamo”. Da  uomo  esperto, sa che varcare i limiti delle proprie possibilità suscita incomprensione, se non vera impopolarità (inclementiam). E ricorda una sua iniziativa, disapprovata persino dagli Ariani e da altri benpensanti, per aver  «profanato» vasi sacri della Chiesa. Dopo la disfatta di Adrianopoli  (nella quale morì lo stesso imperatore Valente, agosto 378 d.C.),  per riscattare coloro che erano caduti nelle mani dei barbari, Ambrogio non esitò a spezzare i vasi sacri e a venderne il metallo di valore. Il testo, in cui egli sostiene la necessità di quella iniziativa misericor-diosa, è lungo e articolato,e non manca di riferimenti biblici (ad esempio 2 Re 24,13: tesori e oggetti d’oro del tempio finiti col re nelle mani dei babilonesi) nonché di esempi cristiani, come quello del santo martire Lorenzo. Proponiamo alcuni stralci,  che da soli inducono ad utili  riflessioni circa la vera misericordia.

“Per Signore fu molto meglio salvare delle anime che dell’oro. Egli infatti mandò gli Apostoli senza oro, e senza oro fondò le chiese. La Chiesa possiede l’oro non per custodirlo, ma per distribuirlo, per recare soccorso nelle necessità. Che bisogno c’è di custodire ciò che non serve? […]. Non è meglio che i vescovi facciano fondere vasi sacri per nutrire i poveri, se mancano altri mezzi, piuttosto che un nemico sacrilego li profani e li rubi? Non dirà il Signore:«Perché hai permesso che tanti poveri morissero di fame? E certamente avevi dell’oro, avresti potuto somministrare del cibo. Perché tanti prigionieri furono messi in vendita, e non riscattati, vennero uccisi dai nemici? Sarebbe stato meglio se tu avessi salvato corpi di viventi che vasi di metallo».

“Preferii dunque consegnarvi uomini liberi che conservare dell’oro. Questa moltitudine di prigionieri, questo schieramento è più bello dell’oro dei calici. A tale scopo l’oro del Redentore doveva servire a redimere coloro che erano in pericolo! Riconosco che il sangue di Cristo versato nell’oro non solo rosseggiò, ma anche col dono del riscatto vi impresse il valore della divina carità. Tale «oro» il santo martire Lorenzo conservò per il Signore. Infatti, a chi gli chiedeva i tesori della Chiesa, promise di mostrarli. Il giorno seguente condusse i poveri. Interrogato  dove fossero i tesori promessi, indicò i poveri dicendo: «Questi sono i i tesori della Chiesa». E sono veramente tesori quelli in cui c’è Cristo, in cui c’è la fede di Cristo. […] Quali tesori più preziosi ha Gesù  di quelli in cui ama mostrarsi? ( Mt 25,35.40). Tali tesori mostrò Lorenzo e vinse, perché  nemmeno il persecutore poté strapparglieli. Ioachìn, che durante l’assedio custodiva l’oro invece di distribuirlo per procurare cibo, si vide spogliato dell’oro e trascinato in schiavitù (2 Re 24,13). Lorenzo, che aveva preferito distribuire ai poveri l’oro della Chiesa, piuttosto che metterlo da parte per il persecutore, ottenne per singolare accortezza della sua preveggenza, la ricca corona del martirio. Fu forse detto a Lorenzo: «Non avresti dovuto distribuire i tesori della Chiesa, vendere i vasi dei sacramenti» ? […]

Bisogna che non esca di Chiesa il vaso sacro nella sua forma, perché la funzione del sacro calice non si trasformi in usi empi. Perciò, prima di tutto, si cercarono nell’ambito della chiesa, vasi non consacrati; poi  ridotti in pezzi e infine fusi, furono distribuiti ai bisognosi in piccole parti,  e servirono anche al riscatto dei prigionieri . Se  poi vengono a mancare vasi nuovi e sicuramente non consacrati per gli usi comuni sopra ricordati, penso che tutti possano essere trasformati senza offesa di Dio”

 

[docente emerito di teologia patristica, Pontifica Basilica di San Nicola, Bari]

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