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Relazioni liquide?, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 20/04/2017 19:38
La scomparsa di Zygmunt Bauman (1925-2017) ha ridato vigore alla sua notissima affermazione sulla “società liquida”...

 

La scomparsa di Zygmunt Bauman (1925-2017) ha ridato vigore alla sua notissima affermazione sulla “società liquida”. Ho sempre avuto parecchie perplessità su questo concetto. Non nascondo che essa abbia una forte carica come slogan, ma che abbia, anche, una limitata validità scientifica. Fa bene ricordare quanto un serio intellettuale italiano, Pietro Barcellona, scriveva in proposito: “Ormai da alcuni anni si continua a ripetere che la nostra è una «società liquida», e non c’è convegno di filosofia o di letteratura che non assuma la «liquidità» come un significato immanente all’esperienza. Sono convinto che da quando l’espressione «società liquida» è stata inserita nel linguaggio comune, tutti ci comportiamo effettivamente come particelle che scorrono in un flusso che non ha né inizio né fine; a forza di parlare di liquidità siamo diventati effettivamente liquidi e non riusciamo a immaginare più nessun punto fermo e opaco che arresti o modifichi il fluire della vita”.

Con buona pace (eterna) di Bauman le cose non stanno affatto come dice lui, ma come ci ricorda Barcellona. La liquidità è solo uno degli aspetti interpretativi della nostra società. Accanto ad essa ci sono altri, come la rigidità, lo scontro, il fondamentalismo, la violenza e la guerra, la chiusura, il razzismo, il profitto: cose tutte che hanno ben poco di liquido.

Assumiamo la posizione di Barcellona e rendiamola domanda per noi tutti. E’ vero che “ci comportiamo [come, ndr] particelle che scorrono in un flusso che non ha né inizio né fine”? E’ innegabile che se ci riferiamo, non solo nelle nostre comunità, ma un po’ a tutti i gruppi e le istituzioni, molto spesso tante relazioni che intessiamo ogni giorno sono in crisi. I segni di speranza, spesso instabili e fragili (liquidi?), si fanno strada in un contesto deteriorato: dai piccoli problemi affettivi e professionali al terrorismo e alle guerre; dalla fragilità personale all’insicurezza del lavoro precario o che manca; dalle individuali ricerche di senso alla scuola, università, comunità di fede religiosa, spesso non all’altezza del momento; dal disastro della politica nazionale ai dubbi su quella locale. E così via.

Allora la domanda è: da dove ricominciare per riqualificare le nostre relazioni, per renderle solide? La risposta è difficilissima, ma può arrivare solo se l’impegno è comune. Non perché insieme è più facile e si lavora meno o c’è più forza o più gusto, ma, prima di tutto, perché la nostra vita è insieme di relazioni. Da esse si può ricominciare: famiglia, lavoro, amicizie, comunità di fede religiosa, politica, associazionismo; nessuna esclusa. Abitiamo spazi, tempi, relazioni, emozioni, idee, sentimenti. Ma in che modo? A volte ci sentiamo pienamente inseriti e sereni, altre volte estranei e paurosi. Ogni relazione è la nostra terra e al tempo stesso il nostro esilio o la terra del nemico. Agostino scriveva che “durante il soggiorno in questa vita terrestre i cuori sono nascosti ai cuori. E poiché i nostri segreti pensieri ci sfuggono reciprocamente, noi ci prestiamo dei sentimenti che non abbiamo”.

Non ci sono solo le bombe del terrorismo, la morte portata dalle guerre, il sottosviluppo di molti popoli, la crisi economica, il marcio della politica, la corruzione all’università e nel mondo del lavoro, il degrado e l’emarginazione di tanti nelle nostre città. Ci sono anche crisi di coppie e divorzi, amicizie rovinate per invidia e cattiveria, rapporti personali e di lavoro venduti per un euro in più, responsabili di istituzioni, laiche e religiose, mediocri quanto deleteri, esperienze ecclesiali di basso profilo e alla lunga veramente deleterie per la serenità personale.

Rileggo spesso una pagina di Emanuel Mounier: “Noi ci troviamo presi in un corpo, in una famiglia, in un ambiente, in una classe, in una patria, in un'epoca che non abbiamo scelto. Che io mi trovi qui piuttosto che là, adesso piuttosto che allora, è stato deciso da un misterioso disegno in antecedenza a ogni partecipazione della mia volontà. In me si annodano le cifre intrecciate di un destino incombente e di una vocazione che è una sfida contro tutte le forze del mondo; ma questa vocazione non può aprirsi la via che in questo corpo, in questa famiglia, in quest’ambiente, in questa classe, in questa patria, in quest'epoca”.

La lezione di Mounier aiuta, con il suo qui e adesso, a rigettare ogni tentazione di fuga e ad accettare i compagni di strada che mi sono stati posti accanto dal buon Dio o da altro, per chi non crede in Dio. Ma, accanto a ciò, sprona anche a lavorare su se stessi e sugli altri affinché le relazioni personali siano il luogo in cui la nostra vocazione, ossia l’insieme dei doni ricevuti, si apra la via, in altre parole porti frutto poiché tralci uniti alla Vite (Gv 15). Sono l’insieme delle relazioni su cui è indispensabile operare un discernimento, nell’ambiente ecclesiale come altrove. Dire tanti e motivati , ma anche tanti e convinti no.

Ritengo che il più grande no vada detto a tutte quelle relazioni vissute in funzione di denaro e/o potere. Mi riferisco a quelle relazioni che sono segnate da ”brama esclusiva del profitto e sete del potere” (Giovanni Paolo II), cioè da quella “brama del potere e dell’avere [che, ndr] non conosce limiti” (Francesco). Chi è segnato da questa brama riduce le persone a “merce di scambio e tale processo non è diverso da quanto accade alle merci del mercato” (Fromm). Tutto così diventa un luogo di mercato: la politica come la vita professionale, la vita ecclesiale come le associazioni culturali e sportive, le istituzioni come le organizzazioni internazionali. Sarà stata, forse, questa amara esperienza a far dire a Jean-Paul Sartre, per bocca di un suo personaggio, di professione banchiere: “Ormai da trent’anni mi regolo su di un solo principio: è l’interesse che conduce il mondo. Davanti a me gli uomini hanno giustificato la loro condotta con i motivi più nobili. Li ho sempre ascoltati distrattamente dicendomi: cerca l’interesse”. E’ proprio così, è l’interesse a a condurre il nostro micro mondo come quello globale?

Chi cerca il proprio interesse di potere e/o di denaro è, secondo Bonhoeffer, l’uomo della prestazione. E ogni prestazione si oppone radicalmente a relazioni serie e mature, fino a negarle e distruggerle. Non si può fare gruppo, comunità, costruire amicizie o relazioni di coppia e familiari, prestandosi a chiunque, per caso o per guadagno. La “liquidità” di molte situazioni, spesso, dipende dalla carenza di un profilo etico, che trasforma le nostre relazioni in luoghi di prestazioni, spesso anche vendite, persino di persone e di quanto più nobile ci sia nella vita individuale e sociale.

Per conservare l’eticità delle nostre relazioni, a livello personale e comunitario, si devono dire no difficili, come quelli al guadagno facile, alle tante ingiustizie e mafie, alla vita comoda, all’invidia e all’avarizia, all’abuso di potere, all’apparire, al culto della personalità, all’autoreferenzialità, al consenso ad ogni costo. E cogliere i relativi come una sfida a vivere pienamente la nostra vita, senza per questo voler diventare eroi. Le nostre relazioni sono degne di essere vissute non perché finiscono in TV o sui giornali o su Facebook, ma perché nostre, perché mie. Solo sposandole pienamente, solo orientandole verso un progetto di qualità diventano luogo di serenità e di gioia, nonostante le negatività e i problemi che non mancano mai. I percorsi di qualità sono tanti: come cristiani attingiamo a quelle relazioni purificate dalla Croce e illuminate dalla gloria della Resurrezione; ma sono convinti che, nonostante le differenze di cultura e di credo, la qualità relazionale sia un terreno comune di dialogo e di crescita con tutti.

Dietrich Bonhoeffer, in questo cammino di qualità relazionale, poneva dei punti fermi, che conservano ancora la loro validità etica e pedagogica: “Dal punto di vista sociale questo significa rinunciare alla ricerca delle posizioni preminenti, rompere col divismo, guardare liberamente in alto e in basso, specialmente per quanto riguarda la scelta della cerchia intima degli amici, significa saper gioire di una vita nascosta ed avere il coraggio di una vita pubblica. Sul piano culturale l'esperienza della qualità significa tornare dal giornale e dalla radio al libro, dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all'arte, dallo snobbismo alla modestia, dalla esagerazione alla misura. Le quantità si contendono lo spazio, le qualità si completano a vicenda”.

Una particolare nota merita lo spazio, o in alcuno casi l’invasione, della tecnologia nelle nostre relazioni. Bonhoeffer invita a passare “dal giornale e dalla radio al libro”. Forse oggi sarebbe il caso di dire di passare “da internet e i social al libro e alla riflessione lenta”. In altri termini ricercare qualcosa di più solido e stabile, meno fugace e fragile. Del resto – annota ancora Barcellona  - ”come si può costruire un progetto di cambiamento in una società vissuta come un flusso che non conosce alcun punto fermo?”.

 

Rocco D'Ambrosio

in

Rivista presbyteri, anno 51, febbraio 2017, pp. 148-152.

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