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Referendum e senso dello Stato, di Luigi Lochi

creato da d.daiuto@alice.it — ultima modifica 06/11/2016 01:13
Il Referendum diventa motivo di ri-dire le parole fondamentali del cattolicesimo politico...

Non v’è dubbio che il dibattito intorno alla Riforma costituzionale che il referendum del 4 dicembre dovrà confermare o bocciare, si sta rivelando una sorta di pietra di inciampo soprattutto per le culture politiche confluite nel Partito democratico. In particolare per quelle culture politiche che tradizionalmente vanno sotto il nome di cattolicesimo democratico e di cattolicesimo sociale. Espressioni di sensibilità e di biografie diverse, ma accomunate dalla medesima rilevanza attribuita alle autonomie istituzionali e sociali, al pluralismo delle Istituzioni e nelle Istituzioni.

Preme sottolineare, subito, che le posizioni assunte dai promotori del Family day, di netta ostilità alla Riforma costituzionale  “in quanto cattolici”, si chiamano decisamente fuori da queste culture politiche, dal momento che manifestano  i tratti tipici di un cattolicesimo intransigente e bigotto, lontano anni luce dagli insegnamenti del Concilio vaticano II ed in particolare della Gaudium et spes, in opposizione  all’idea di laicità espressa in quelle pagine.

Il Referendum diventa, allora, motivo di ri-dire, in questo tempo e di fronte all’unico tentativo riuscito, dopo l’approvazione della carta del ’48, di Riforma capillare della seconda parte della Costituzione riguardante le norme sulla organizzazione dello Stato, le parole fondamentali del cattolicesimo politico, di quel cattolicesimo che, nutrito di una forte cultura istituzionale, ha dimostrato nel governo del paese un altrettanto forte senso dello Stato e della sua autonomia.

Vi è chi, come Franco Monaco, rileva, tra l’altro, “un problematico rapporto tra la riforma, la cui cifra sintetica va nel senso della verticalizzazione e della ricentralizzazione del sistema politico-istituzionale, e la tradizione/cultura delle autonomie che è tratto caratteristico del cattolicesimo sociale” (Avvenire 27 ottobre 2016); o vi è chi, come Raniero La Valle, sostiene addirittura che la riforma “è il punto di arrivo di una restaurazione consistente nel trasferire la sovranità dal popolo ai mercati” (Repubblica, 26 ottobre 2016).

Si va perciò, da una posizione che denuncia il tradimento di un ideale, quello del pluralismo, a quella che profetizza la fine della democrazia e della libertà.

Sempre Monaco, giunge al punto di difendere una istituzione come il CNEL, in quanto “luogo privilegiato della rappresentanza delle forze sociali e professionali” e quindi espressione di quella cultura delle autonomie e del pluralismo cara alla tradizione del cattolicesimo sociale, dimenticando, forse, che l’unico momento significativo di questa istituzione coincide, presidente Giuseppe De Rita, con lo svolgimento di un compito di supplenza, quando, all’indomani della conclusione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, il CNEL, forzando un po’ le sue funzioni istituzionali, accompagnò la prima stagione dei Patti territoriali, strumenti antesignani delle successive politiche di sviluppo locale. Per il resto, il luogo privilegiato delle rappresentanze degli interessi si è rivelato molto più prosaicamente il rifugio dorato delle classi dirigenti. Richiamare le funzioni del CNEL per quello che doveva essere e non è stato, significa restare prigionieri di schemi non più adatti a cogliere le novità che in questi anni si sono affermate nel tessuto sociale. Le forze sociali che il CNEL avrebbe dovuto rappresentare, riflettono una articolazione della società che è cambiata, si è evoluta, ha visto l’affermazione di nuovi interessi, di nuova cittadinanza. Riflettono una articolazione del lavoro e del capitale tutta fordista, che oggi non esiste più. Così come è in crisi la stessa partecipazione alla vita dei cosiddetti corpi intermedi: partiti, sindacati, associazioni di categoria. Neppure la Chiesa, con le sue Associazioni e i suoi movimenti, è immune dalla crisi della partecipazione.

Prigionieri del passato, si rischia anche di parlare un linguaggio altro rispetto alle nuove grammatiche, con il pericolo di non riuscire più a comunicare un sistema di valori che esige oggi nuove mediazioni culturali.

Ho assistito al confronto televisivo tra Renzi e De Mita, uno dei leader della Democrazia Cristiana degli anni ’80. Ricordo, da collegiale dell’Università cattolica di Milano, gli accesi congressi della DC di quegli anni, i cui temi di confronto erano il rinnovamento del partito, le maggioranze di governo da sostenere, le riforme istituzionali. Allora, De Mita, espressione della sinistra democristiana, era sostenitore di una politica di modernizzazione delle Istituzioni, promotore di processi di riforma verso la democrazia dell’alternanza, stratega di una politica in grado di semplificare i rapporti tra i partiti e sottrarre la DC dagli agguati dell’alleato  Craxi alias Ghino di Tacco. Insomma era il protagonista di una iniziativa politica di forte discontinuità rispetto ai vizi e ai limiti della classe politica di quel tempo, la cui principale occupazione era quella di fare e disfare governi. De Mita, oggi, assieme ad altri personaggi  intramontabili è l’emblema fisico della conservazione:  dismessi, purtroppo gli abiti della intelligenza degli avvenimenti, come capacità di leggere i segni dei tempi e tracciare la direzione di marcia, secondo il suggerimento di Sant’Ambrogio: nova semper quaerere et parta custodire, ricercare sempre le cose nuove, custodendo quanto di buono è stato fatto, ha assunto  i toni di chi caparbiamente difende la propria storia, di chi pretende di utilizzare la propria cassetta degli attrezzi, ormai usurati e inadeguati, per interpretare situazioni nuove; ha fatto proprio finanche l’atteggiamento del ritenersi i migliori, intellettualmente ed eticamente, vizio ricorrente di una certa sinistra provinciale e salottiera. Se, da un lato, ha dimostrato di possedere ancora la capacità di formulare il suo pensiero mediante l’argomentare articolato e ammaliante, dall’altro ha tuttavia tradito una vena nostalgica rispetto ai riti e alle alchimie proprie della politica delegata esclusivamente ai partiti e alle loro classi dirigenti. Insomma, la figura del modernizzatore del sistema politico ha lasciato il posto a quella del nobile conservatore di un mondo che non esiste più.

Di fronte a queste rappresentazioni strabiche della realtà, mi chiedo: che fine ha fatto la categoria della mediazione culturale con la quale sono state promosse le migliori e più innovative esperienze del cattolicesimo democratico? Dov’è la capacità di innovazione di un patrimonio culturale venerato come un totem  e perciò costretto in uno spazio recintato dalle mura poderose della nostalgia e dei rancori?

Due ultime annotazioni. La prima relativa al merito delle critiche di Monaco e La Valle. Ma davvero la Riforma della Costituzione favorisce una deriva autoritaria della nostra democrazia, cancellando o riducendo gli spazi delle autonomie istituzionali (i territori) e sociali (le rappresentanze degli interessi)? Davvero essa apre allo svuotamento della sovranità popolare a tutto vantaggio della sovranità dei mercati?

Pensare il nuovo Senato come luogo di rappresentanza della Autonomie territoriali (Regioni e Comuni; ridefinire la ripartizione dei compiti tra Stato e le Regioni con l’introduzione di elementi di maggiore equilibrio che eliminano la degenerazione di avere venti politiche sanitarie, venti politiche di promozione turistica, venti uffici di rappresentanza a Bruxelles, significa rinnegare il valore del pluralismo istituzionale? Non mi pare proprio. E poi, vogliamo davvero credere che la Riforma sottrae lo scettro al cittadino per consegnarlo ai mercati? Ma se il nuovo impianto del sistema politico che la riforma produce si fonda sull’idea di democrazia competitiva,  cioè su una idea che mette finalmente il cittadino nelle condizioni di esercitare efficacemente la sua sovranità, dove sono i ponti levatoi che portano alla sovranità dei mercati? Non si rischia di confondere le dinamiche della globalizzazione con un discorso di mera riorganizzazione delle strutture decisionali di una comunità? E, in definitiva, non è proprio una efficiente organizzazione del sistema politico l’unico baluardo alle rapine e alle degenerazioni dei mercati?

La seconda annotazione, infine, riguarda questo modo complicato che chiamiamo dei cattolici democratici. Le posizioni così radicalmente ostili alla riforma rivelano un massimalismo ideologico, estraneo alla loro storia e alla loro sensibilità culturale. Come questo tratto sia potuto affiorare in un mondo che ha sempre censurato i sistemi di pensiero chiusi e autoreferenziali è davvero paradossale. Nella sostanza, questa riforma non apre forse finalmente a quella democrazia dell’alternanza che è stato il sogno di intere generazioni?  Adesso che siamo al passaggio finale gridiamo ai tradimenti e addirittura alla palingenesi di un nuovo ordine? Un di più di disincanto insieme a una maggiore laicità, renderebbero questo mondo meno complicato e più al passo nel confronto con la modernità.

[Manduria, Taranto]

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