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Recovery Fund: un grande passo, di Ennio Triggiani

creato da Matteo L. ultima modifica 25/07/2020 15:29
Il Recovery Fund segna un passaggio importante per la ripresa economica in quanto mette insieme gli interessi nazionali e l'interesse europeo

Finalmente si è mosso un grande passo, in Europa, verso la “coincidenza fra interesse nazionale e interesse europeo”. In fondo è questo, in sintesi, il risultato politico raggiunto nella nascita del “Recovery Fund” (Next Generation EU) al quale si sono dovuti piegare anche i cosiddetti Paesi frugali (o furbetti?), peraltro beneficiari di ulteriori sconti di thatcheriana memoria sui loro contributi al bilancio “comunitario”. Dopo anni di crisi e di critiche (spesso fondate) l’Unione europea si rilancia adottando per la prima volta un considerevole indebitamento comune per rilanciare la crescita aiutando i Paesi più in difficoltà; del resto, si tratta del classico principio dei vasi comunicanti. Di solito l’aggettivo “storico” viene utilizzato a sproposito e risulta inflazionato ma in questo caso esso appare più che appropriato e, francamente, erano in pochi a pensare si potesse raggiungere questo obiettivo.

Bisognerebbe quindi avvisare qualche leader politico italiano (vero Salvini?) che sta vivendo in un mondo parallelo se l’unico commento rilasciato è quello di “una fregatura grossa come una casa” (villa con piscina o bicamere in periferia?) e che comunque “sono soldi che vanno restituiti”. Al di là che anche se noi italiani compriamo BTP i soldi debbono tornare al mittente, nel mondo parallelo in questione evidentemente gli 82 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto non esistono. Più misurato e serio è il commento di Giorgia Meloni, con opportuni riferimenti alla necessità di compattezza nazionale, per la quale però “Conte ha ottenuto un risultato inferiore alle speranze”. Quali queste fossero è difficile immaginare dato che, in fin dei conti (è il caso di dire), l’Italia ha portato a casa (ritorna il riferimento immobiliare) più di quanto la Commissione europea aveva ipotizzato. Infatti,  i maggiori fondi per l’Italia passano dai 172 miliardi previsti nella proposta iniziale a poco meno di 209 miliardi attuali, di cui 82 in contributi e i restanti 127 in prestiti a basso tasso da investire nei prossimi anni e rimborsare tra il 2026 e il 2056. E l’Italia è la maggiore beneficiaria dell’intera operazione. Il problema sarà sempre quello di sapere spendere bene e rapidamente.

Certo, c’è chi invece ipotizza, sempre in quell’immaginario mondo parallelo, che l’Italia potrebbe farcela da sola attingendo al generoso risparmio degli italiani, felici di contribuire subito a riempire la voragine di un debito pubblico solidamente rafforzato da tassi di interesse che diventerebbero alti come il Monte Bianco (non dico l’Everest solo per rispettare la opportuna propensione turistica italiana da post-Covid 19).

Parliamo, quindi, di un successo significativo e meritato da parte del governo del Presidente Conte, che ha condotto la complessa trattativa con pazienza e intelligenza. I grilli parlanti sostengono, però, che saremo costretti a subire la fastidiosa ingerenza di un sistema (quali pretese!) ci sta non solo prestando ma anche regalando una montagna (per restare in tema) di denaro per poi lasciarcelo spendere come vogliamo e magari anche male, considerando i nostri precedenti tutt’altro che virtuosi e cristallini. Si dimentica, allora, che la premessa di questa storica scelta è che siamo tutti sulla stessa barca e mi sembra normale che ciascuno possa verificare se qualcuno rema poco o male. Fra l’altro, è importante che si remi nella stessa direzione, prioritariamente indicata da investimenti nella trasformazione verde dell’economia, nella digitalizzazione, nell’istruzione e nella ricerca, nell’occupazione, nella modernizzazione della struttura pubblica, nella sanità.

A quest’ultimo proposito lo stesso Conte brinda alla sopravvenuta inutilità, a questo punto, del MES, dimenticando peraltro una circostanza non secondaria. Il Recovery Fund è straordinario ed innovativo ma non è immediatamente disponibile. Infatti, in quanto affiancato al Quadro di Programmazione Pluriennale dell’Unione 2012-2027, esso deve anzitutto ancora essere approvato dal Parlamento europeo (che tenterà di incrementare il bilancio ordinario) e poi ratificato dai singoli Stati membri (con qualche rischio). I tempi di utilizzazione non sono quindi rapidi, anche se è stato ottenuto dall’Italia di impegnare subito fino al 10% dei 208 miliardi garantiti dal piano (cioè circa 20 miliardi).

A questo punto resta un “mistero glorioso” il rifiuto di utilizzare 36 miliardi (o almeno parte di essi) per attrezzare e modernizzare rapidamente e molto meglio la nostra sanità, mettere in sicurezza scuole e imprese, formare medici e infermieri; il che è tanto più urgente di fronte ai rischi, purtroppo concreti, di una ripresa della pandemia in autunno-inverno. Mi piacerebbe ricevere finalmente spiegazioni serie e non la frottola del “commissariamento” del Paese. Come ripetuto a iosa, la linea di credito in questione non comporta condizione alcuna, se non quella dell’oggetto della spesa, né alcuna modifica del trattato di Lisbona. D’altronde, è palese che i controlli comuni sulle risorse europee (con la possibile attivazione del “freno d’emergenza” ma senza alcun veto  a disposizione di alcuno) saranno ben più analitici per il Recovery Fund che per il MES sanitario.

 Ma il dato politico più significativo emerso in questa Consiglio europeo è l’esistenza di due visioni molto diverse dell’integrazione. C’è chi la intende come il luogo in cui limitarsi a negoziare con gli altri Paesi membri quanto di meglio nel proprio singolare interesse, come si fosse in un condominio notoriamente litigioso; c’è invece chi, con ben altra lungimiranza, individua  quella suindicata coincidenza fra interesse nazionale ed europeo in vista di una strategica comune visione politica. La maggior parte dei 27 Paesi membri, fra l’altro i più grandi e importanti, sotto la capace guida di Angela Merkel ha dimostrato con il Recovery Fund di avere finalmente imboccato questa via, pur complessa ed irta di difficoltà, verso una sostanziale modifica del trattato di Lisbona. Tuttavia, non c’è alternativa se l’Europa (con gli Stati che ne fanno parte) vuole evitare di divenire marginale e sceglie invece di avere un solido futuro, l’unico concreto per i nostri giovani.

[docente di diritto europeo, socio Cuf, Bari]

fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno, 23 luglio 2020

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