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Protesi mentali, di Rosa Pinto

creato da D. — ultima modifica 18/09/2015 21:38
Il n. 97 di Cercasi un Fine sulla tecnologia, dedicato a Adriano Olivetti (1901 - 1960), per questioni di spazio, ha ospitato la versione sintetica del seguente contributo. Qui di seguito siamo lieti di riportarne la versione completa …

La tecnologia fornisce macchine, che si presentano non tanto come protesi, ma come ibridazione. Tali apparecchi inseriti nell’uomo danno vita ad un’unità: il simbionte di nuovo tipo è contraddistinto da valenze conoscitive sconosciute e a volte del tutto impensate e senza confini. Il simbionte uomo-tecnologico sembra indirizzato verso una metamorfosi culturale, epistemologica e perfino fisiologica. Le scienze tecnologiche dell’informazione hanno incrementato le facoltà raziocinanti del simbionte uomo-computer a scapito delle facoltà emotive, etiche, estetiche ed espressive. Tutto questo provoca nel simbionte un’instabilità e un disadattamento biologico crescente. La rivoluzione tecnica accentua lo sbilanciamento ed induce l’uomo ad affidare alle macchine una gamma crescente di azioni, funzioni e perfino decisioni. Tutto ciò ha forti influenze sul corpo; di fatto il riduzionismo informazionale e la genomica tenta di definire il soma in codice, denegando al fisico il compito di garante dell’identità personale. I feedback delle tecnologie sull’individuo si estrinsecano ed incidono con dinamismo diverso sulla parte cognitiva, emotiva, percettiva, fisiologica, fenotipica, genotipica ecc. Nei processi trasformativi biotecnologici si attivano sia funzionamenti darwiniani (mutazione e selezione) sia dispositivi lamarckiani (eredità dei caratteri acquisiti per apprendimento e imitazione), in un intreccio arduo da districare. Per di più i simbionti biotecnologici s’interfacciano in rete tra loro per formare una sorta di essere vivente planetario, che si configura come un nuovo stadio evolutivo di tipo supersocietario. Internet si è rivelato potente perché condensa nelle sue funzioni aspetti diametralmente opposti. Da una parte stimola e facilita la comunicazione con gli altri, dall’altra propone oggetti anomali privi di corpo. Di conseguenza, tali operazioni, nascendo in un contesto fantastico, se non supportato da vissuti concreti, rischiano di trasformare queste potenzialità integrative in una comoda spirale narcisistica dalla quale risulterà difficile uscire, tanto sarà seduttiva l’illusione di potersi interfacciare con un numero infinito di individui, eludendo i limiti e gli imprevisti di un contatto dal vivo. A tal proposito Spitzer dice: “L’amicizia virtuale è fatta solo di solitudine”. Nel mondo virtuale si conosce a priori la realtà percettiva nella quale si è proiettati, che a sua volta condizionerà la qualità e la quantità delle sensazioni, orientandole secondo schemi precostituiti proprio perché precedentemente pensati. Tale procedimento è senza dubbio più rassicurante e meno imprevedibile del processo naturale evolutivo psico-fisico. La sensazione non reale è l’ultimo anello di una catena prestabilita, che non consente però lo sviluppo delle emozioni. L’affettività nasce dalla capacità di un individuo di dare un significato alle sensazioni ed occupa un ruolo fondamentale nel favorire e colorare l’organizzazione del pensiero. Considerando poi il ruolo fondamentale delle affettività nella formazione delle tracce mnesiche, nella costruzione dell’apprendimento umano, le esperienze vissute teoricamente, anche se originali e diversificate fra loro, saranno facilmente dimenticate, in quanto sfiorano solo superficialmente le radici dei processi esistenziali di un individuo. Il rapporto mentale con l’elaboratore elettronico esclude l’altro a priori e sembra funzionare come un meccanismo di mantenimento, basato sull’indifferenziazione fra animato ed inanimato, sulla fusione e sulle cancellazioni temporanee del sé e dell’oggetto. Il rischio è rappresentato dalla tendenza di alcune funzioni della mente umana a risiedere in un sistema psichico chiuso, con la costruzione sistematica di relazioni oggettuali non autentiche, perché basate sulla devitalizzazione dell’altro (rendere senza vita ciò che è vivo). Siffatto impianto di modello psichico si presenta chiuso ed è analogo alla condizione fetale, quando il bambino usa l’allucinazione onnipotente per ottenere gratificazione. Con la pronuncia delle prime parole il bambino impara a distinguersi dalla madre fuori di sé, la parola diventa schema d’azione, movimento, ed è così che il mondo autistico- onnipotente perde il fascino. Al contrario il bambino con-fuso con il cervello elettronico potrebbe crescere, sottovalutando l’importanza dell’entrare in relazione con gli altri, eludendo quei vissuti di perdita, racchiusi in una relazione autentica. Per il Bambino l’esercizio della fantasia coincide col gioco, che rappresenta il luogo della sperimentazione tra realtà e finzione. Per questo motivo I videogiochi se usati a livelli precoci di sviluppo danno origine a minacce senso-percettive. I video game privilegiano la vista quale fonte di informazione e d’interazione e sopprimono l’utilizzo degli altri organi di senso. Il primato delle immagini rimanda ad una funzione primigenia della mente, quando il predominio del pensiero visivo causa un effetto ipnotico, che inibisce la valutazione del limite tra sé ed il gioco. La sovraesposizione al videogioco potrebbe favorire nei piccoli regressioni e stati di indifferenziazione fra sé e quanto è fuori di sé. Il bambino del futuro potrebbe porre la fantasia a servizio della sua onnipotenza, sperimentandola senza un confine tangibile e senza variabili indipendenti, insiti nei rapporti e nelle attività ludiche interpersonali. Giocare con l’elaboratore elettronico significa giocare senza corpo, senza una demarcazione e quindi senza fine. Un altro pericolo da segnalare è l’uso della videoscrittura che, accanto agli evidenti vantaggi, può alterare in modo irreversibile lo stile della scrittura ed indebolire la capacità di tracciare le parole a mano, con la penna. L’uso delle calcolatrici ha portato al trasferimento-delega della capacità computante dal bambino all’apparecchiatura con la perdita delle capacità di calcolo. Sarebbe auspicabile che i bambini e giovani potessero utilizzare il calcolatore per poche ore al giorno ed al contrario potessero potenziare la sperimentazione della realtà, delle relazioni oggettuali con modalità interattive, utili per addottrinarsi a affrontare con successo le incertezze, le difficoltà e le frustrazioni insite nel rapporto umano. Altrimenti si corre il rischio di generazioni analfabeti di relazioni sociali. Inoltre per i bimbi sarebbe appropriato ridurre l’uso dei video-giochi e viceversa incrementare le esperienze ludiche con altri bambini per rinforzare la percezione dello spazio transizionale, che consente lo sviluppo della fantasia, creatività, la percezione del confine fra fantasia e realtà, del tempo, dello spazio e del corpo. La disponibilità del cellulare oltre ad aver introdotto nuovi comportamenti nella vita quotidiana e nuove modalità di comunicazione nei rapporti umani, ha stimolato la crescita esponenziale della connessione a distanza, producendo nuovi bisogni di comunicazione. Rispondere o comunicare è diventato una esercizio dotato di un’attrazione irresistibile al punto da essere una nuova forma di piacere. È interessante esplorare come l’uso frequente del telefonino possa condizionare l’individuo psicologicamente, i suoi comportamenti, le relazioni interpersonali e le ripercussioni neurofisiologiche. Il telefono portatile si presta bene a svolgere il compito di moderatore della distanza affettiva e di regolatore personale della separazione. La riscoperta dell’incertezza come limite del proprio potere di controllo degli eventi a volte può suscitare un’ansia diffusa, che si trasforma in panico. Le persone sono assenti e non disponibili in ogni momento, per cui bisogna sopportare l’attesa, questo può generare ansia perché si scopre che la situazione è incontrollabile. L’ansia, dovuta al distacco vissuto in termini di abbandono o alla perdita del controllo esterno, può far privilegiare l’uso del mezzo tecnologico piuttosto che favorire l’uso delle risorse personali nell’ accettazione del confronto con l’esperienza vissuta. Di fatto, la nuova abitudine alimenta col tempo un bisogno di vicinanza e contatto assiduo fra le persone, che cresce progressivamente con la ripetitività di utilizzo, la consuetudine di ricorrere ad una facile chiamata ogni qualvolta si presenta un disagio finisce col rendere l’uomo più fragile psicologicamente, ormai incapace di reggere un qualunque distacco temporaneo. Il sostegno affettivo indotto dal telefonino va valutato come problema diseducativo, in quanto non rinforza più l’apprendimento progressivo di riuscire a contenere e tollerare la solitudine. Usando il telefono portatile ogni volta, non si conferiscono più nuovi significati e nuove immagini mentali all’esperienza della separazione. Anziché ricordi e più genericamente pensieri si compiono azioni e si producono immagini e messaggi tecnici e questo allontana la persona dall’uso della memoria, del far mente, come attività cognitive, che sono strettamente connesse alla funzione simbolopoietica. I simboli sono strumenti necessari per salvaguardare la capacità di essere soli e, di fatto, sono alla base della capacità di tollerare la separazione e l’isolamento, senza che questi provochino uno stato di angoscia o alimentino un sentimento di annientamento. La capacità di gestire il distacco riporta la persona ai primi apprendimenti infantili, al primo rapporto con la madre ed alla sua funzione basilare. Questa è una funzione che non è appresa una volta per tutte, e non è posseduta da tutti allo stesso modo, in questo campo risultano tutti più o meno difettosi. Forse il motivo è che alcuni rimangono ancora bambini sul piano affettivo e diventano maturi solo sul piano intellettivo e lavorativo. In altri le capacità conquistate in precedenza possono essere andate perse nel tempo, lasciando lo spazio a modalità relazionali di forte dipendenza. Così essi tornano a percepire il mondo che li circonda come un universo minaccioso, incerto ed imprevedibile, dal quale è necessario proteggersi attraverso un continuo ed intenso legame protettivo. Accettare la solitudine per alcuni potrebbe significare smettere di usare strumenti tecnici e tornare piuttosto ad adoperare la mente per generare una forma di pensiero astratto, accompagnato da un adeguato condimento emozionale, un insieme di simboli e di emozioni proprie si da incrementare la comunicazione verbale. Una certa ansia di separazione può essere dovuta alle limitate risorse auto-trasformative: per cui una volta innescate condotte relazionali esse vengono ripetute con tutti e mantenute sempre identiche nel tempo. Qui entra in gioco la capacità di usare la vita in modo creativo per continuare a scoprire la realtà come un processo indefinitamente aperto. Difatti, la creatività, si collega alla possibilità dell’adulto di realizzare continue trasformazioni personali e ricercare nuovi significati nella conoscenza del mondo al posto della fissità dell’identico e della coazione a ripetere. Con il mezzo tecnologico si disimpara la capacità di produrre simboli e di mentalizzare l’esperienza di vita. È solo stimolando la consapevolezza di perdere l’altro che si può produrre un legame simbolico interiore. L’immagine interna nasce attorno al vuoto interiore, se si ha la pazienza di aspettare che accada. La minaccia è che non si possieda una creatività capace di colmare il vuoto interiore, che può apparire come incolmabile. La personale produzione creativa di rappresentazioni, non è più ricercata attivamente e col tempo finisce per essere sostituita da una funzione tecnica, ma così facendo si arrischia di perdere una funzione. L’uso dei dispositivi automatici stimola la memoria ed il pensiero visivo, basati prevalentemente sulla costruzione di immagini più che su associazioni logiche e sul pensiero cognitivo. La memoria che si riempie di ricordi, composti attraverso immagini ed azioni ripetute, è una memoria priva di una dimensione futura e non è in grado di stimolare la creazione di nuovi simboli e di nuovi significati del reale. Secondo lo psicobiologo A. Oliverio, esiste un fondato sospetto che la memoria costruita con mezzi tecnologici, che regalano immagini già confezionate, generi solo una memoria visiva e non attivi le associazioni logiche. Alcuni ciber psicologi sostengono che la memoria visiva riduca le potenzialità cognitive dell’individuo, in quanto l’immagine video finisce per occupare il posto del pensiero astratto. Il cellulare è in grado di favorire una certa immagine mentale di controllo onnipotente dell’esperienza e di dominio sugli eventi e la realtà. Il vissuto di onnipotenza ha fatto in modo che il telefono portatile diventasse un oggetto con poteri straordinari, fatto di illusione/disillusione, di magia e di realtà. Il fruitore, appunto, con lo strumento tecnico immagina di disporre di una certa dose di potere anche se è disilluso quando sperimenta il limite della dispositivo che non riesce a condizionare la libertà e la volontà di un’altra persona ad essere disponibile. L’indagine ISTAT segnala come si sia abbassata la soglia d’età in cui si entra in possesso degli apparecchi telefonici portatili! Spesso esso è considerato uno status simbol nel senso che conferisce valore alla persona che lo possiede. Tale modalità serve a colmare il potenziale vuoto identitario, oltre che ad offrire una immagine esteriore. Siamo, pertanto, in un’epoca in cui prevale il ribaltamento dei valori tra persone ed oggetti posseduti ed esibiti. Il telefonino diventa sempre più un modello d’interazione sociale invero si ricorre al dating o programmazione degli incontri galanti, tramite un’agenzia o un mediatore di pubbliche relazioni. Si è aperta l’era del blog, spazio in cui si possono raccontare liberamente storie, comunicare esperienze e pensieri, un diario di bordo che tutti possono tenere. Tutto questo a scapito della privacy. L’assunzione come modello di condotte di vita, di relazioni preconfezionate e di frasi falsamente autentiche condiziona la possibilità di inventare una comunicazione originale. L’uniformarsi ad un modello culturale omogeneo incoraggia e rassicura rispetto al bisogno protettivo dell’appartenenza. Il conformismo sociale nasconde in sé il bisogno di essere rassicurati e di proteggersi all’interno dei gruppi omogenei d’appartenenza davanti ad un mondo che è sempre più carico d’incertezza per il futuro. Sono forti i sospetti sulla dannosità neurologica legata all’uso quotidiano del mezzo tecnologico. Sono state ventilate da alcuni ricercatori, e solo in parte dimostrate, le possibili alterazioni delle funzioni cerebrali, provocate dalle onde elettromagnetiche, quando l’apparecchio telefonico è avvicinato troppo frequentemente all’orecchio umano. Si parla di una sensibile riduzione delle capacità intellettive, di concentrazione e di memoria dovuta agli effetti della vicinanza con il telefono portatile. L’ultimo studio condotto dalla Swinburne University of technology di Melbourne sostiene che conversare per 20 minuti con il cellulare ha lo stesso effetto sul cervello di una seduta di ipnosi: le radiazioni fanno aumentare le onde alfa, che ampliano il carico di lavoro e provocano l’effetto ipnotico. Da studi scientifici sugli effetti della tecnologia sul comportamento umano si evince che, per il forte effetto semplificante delle macchine informatiche e della rete sulla immagine del mondo e dell’uomo, si è modificata la narrativa estetica ed etica. L’estetica, intesa come percettibilità del bello, è l’emozione soggettiva dell’essere in euritmia con l’ambiente. Di conseguenza le condotte armoniose hanno come riflesso l’etica anzi la istituiscono. Il comportamento etico ed estetico ha la sua base biologica in circuiti e connessioni della neocorteccia che, se non utilizzati, possono determinare un movimento all'indietro dell’uomo verso modalità comportamentali arcaiche. Per di più, con l’impianto nell’encefalo di circuiti e piastrine artificiali eso-craniche si modifica la configurazione classica del cervello, per cui l’uomo di fronte ad esperienze d’interazione con la natura quali comportamenti etico/estetici adotterà, quali nuovi circuiti cerebrali si metteranno in azione? Va effettivamente tutto bene? O bisogna dedicare spazi di riflessione per comprendere verso quale modifica epocale si orienta la nostra mente e quale futuro si sta delineando? Sarebbe conveniente, a tal proposito, mettere in azione le scuole dei linguaggi per far conoscere i codici multimediali, la sintassi, la fiction, la produzione, l’interpretazione, la critica ed il controllo.

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