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Potere e libertà, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 17/09/2015 11:19
Una nuova stagione ecclesiale, da una parte, e una travagliata stagione politica, dall'altra, impongono di riflettere sul tema del potere con onestà e responsabilità...

 

Una nuova stagione ecclesiale, da una parte, e una travagliata stagione politica, dall'altra, impongono di riflettere sul tema del potere con onestà e responsabilità. Partirei dal gesto del papa emerito. Così Benedetto XVI l’11 febbraio 2013: “Vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro […] ”.

La lezione di umiltà e responsabilità ricevuta dal papa impone a tutti un attento discernimento, che può portarci a cogliere meglio la portata storica dell’atto per farla diventare seme di nuovi e autentici frutti, nella Chiesa cattolica come nel mondo. Qualche riflessione in questa scia.

Il gesto del papa manifesta prima di tutto, a mio avviso, un grande senso di responsabilità: esso mostra come Benedetto XVI si è mostrato libero dal potere, ossia ha testimoniato un profondo e maturo distacco verso un’attività che, come tutte le altre attività umane, da una parte, non esaurisce mai pienamente la ricchezza della persona e delle sue capacità e, dall’altra, con le sue negatività può irretire la coscienza.

Il potere, di qualsiasi forma o natura sia, lega interiormente più di quello che si crede. Bisogna imparare a perderlo. Infatti coloro che, nelle più disparate istituzioni, lo hanno esercitato con somma eticità e provata competenza, sono quelli, che hanno saputo rinunciare o condividerlo in maniera più ampia; che non hanno cercato, magari ad ogni costo, di ottenerlo nuovamente e che sono stati capaci, dove necessario, di passarlo ad altri. Parliamo di testimoni capaci di vivere con libertà ogni loro impegno, di purificarsi continuamente dalle scorie negative del potere, di sottoporsi a un costante discernimento personale ed a seri percorsi di formazione e auto-formazione, ad una proficua verifica comunitaria. Leggo quindi il gesto di Benedetto XVI come un atto di grande coscienza e responsabilità nel momento in cui si riconosce di non avere più le forze per esercitarlo come Dio comanda. Non un atto egoistico ma comunitario, come ha precisato nella sua ultima udienza: “Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi”.

E’ ampia la letteratura scientifica sull’attaccamento morboso al potere: la storia è ricca di svariati esempi di insegnanti, politici, magistrati, dirigenti di aziende o di pubbliche amministrazioni, sindacalisti, responsabili di comunità di credenti, di associazioni o di organismi nazionali o internazionali, leader di gruppi e comunità, che si sono legati al potere in maniera così forte e duratura da cadere in vere e proprie patologie. Benedetto XVI ha testimoniato come un vitale e profondo rapporto con Dio può farci sfuggire a queste patologie, ben presenti anche nelle comunità cattoliche, a livello sia di pastori che di fedeli laici; per non parlare del mondo laico.

Non è facile considerarsi ordinari quando si detiene un potere. Eppure solo il senso della misura del proprio ruolo, delle capacità tecniche e delle qualità etiche personali, può conservare il potere nella sua autenticità. Non si mitizza nessuno perché chi esercita un potere è persona umana come tutte le altre. L’autenticità delle prassi di potere non può conservarsi senza un esercizio di umiltà. Il richiamo all’umiltà, virtù molto citata nei contesti religiosi, non significa assolutamente l’affermare che l’autenticità dell’esercizio del potere sia prerogativa esclusiva dei credenti delle varie fedi. Vuol dire, invece, porre l’accento su come l’autenticità abbia una sorgente unica e imprescindibile: la propria interiorità. E’ nell’intimo di se stessi che si decide la misura del proprio agire, i principi di riferimento e gli strumenti per non cedere alle diverse tentazioni.

Dice Gesù ai settantadue discepoli, investiti del suo potere (exousia) e inviati nel mondo: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10, 1-23). Nella sua visione, Gesù conferma il conferimento pieno del suo potere contro il male. Per cui i discepoli hanno ben ragione di gioire. Però, perché la loro gioia non sia motivo di superbia, essi sono invitati a scoprirne il vero fondamento: non devono gioire tanto per il potere salvifico esercitato, quanto perché, con il loro agire, sono entrati pienamente nella dinamica del Regno. Gesù li introduce, se così si può dire, a una gioia più grande: essere partecipi dell’opera di Dio nel mondo. Per il nostro discorso, l’autenticità del potere esercitato, come la legittima soddisfazione, sta nell’inserimento di questo in un’opera grande, che per i credenti è il Regno di Dio, mentre, per i non credenti, potrebbe essere il riferimento a principi morali fondanti e universali.

La coscienza di detenere una responsabilità delicata e preziosa ha portato tanti leader, uomini e donne d’ogni etnia, cultura e religione, a vivere con autenticità il loro servizio, anche se, come dice il Vangelo, hanno dovuto essere spesso come agnelli in mezzo ai lupi (Lc 10, 3). E i lupi hanno, in diversi casi, il volto dei tanti, che concepiscono il potere come esaltazione del proprio io, fonte di lucro, mezzo di violenza e distruzione. In termini più laici, parafrasando Max Weber, il leader autentico non vive di potere, ma per il potere, cioè preserva il proprio equilibrio interiore e il sentimento di sé, con la coscienza di dare un senso alla propria vita attraverso il servizio di una missione più grande di lui. Così, penso, sia stato per Benedetto XVI. Lode a Dio per la sua autenticità e libertà nel vivere il potere.

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