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Per una misericordia domestica, di Francesco Del Pizzo

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 08/07/2016 09:34
Forse non c’è istituzione che, più di ogni altra, abbia bisogno di misericordia come la famiglia...

 

Forse non c’è istituzione che, più di ogni altra, abbia bisogno di misericordia, cioè di attenzione, cura, amore, prossimità, dedizione viscerale e materna. Il carattere istituzionale è determinante, per comprendere le trasformazioni di quella che abbiamo imparato a conoscere, tradizionalmente, come cellula della società e che sembra essere generativa di ogni altra forma istituzionale, poiché luogo privilegiato di generazione, socializzazione e di formazione, di educazione. Dico sembra, poiché la famiglia proietta, oggi, all’interno di sé un “caos domestico” specchio di quello sociale: nel rapporto famiglia-società le persone diventano numeri. È addirittura pericoloso considerare gli individui come persone, poiché ciò significherebbe doversi preoccupare di problematiche e aspettative che i numeri, invece, non richiedono. Per cui la famiglia diviene un tema “sensibile”, incrociando problematiche, che innescano riflessioni e discussioni di natura educativa, culturale etica e bioetica, politica e biopolitica, antropologica, economica, sociale e civile, teologica.

Allora la misericordia per la famiglia è anche misericordia dalla e per la politica intesa come cura e reciprocità, come impegno verso l’istituzione famiglia, in cui nascono, crescono e maturano quelli che si definiscono valori, ideali, norme e che rappresentano i pilastri di ogni istituzione: ordine, giustizia, coerenza, fiducia, identità, sicurezza (cf. R. D’Ambrosio, Come pensano ed agiscono le istituzioni, 2011).

Misericordia per la famiglia è misericordia per le madri, persone-donne talvolta costrette all’aborto, per i padri, persone-uomini troppo ruolizzati e confinati in ambiti particolari; è misericordia per le mamme e i papà senza lavoro, per le famiglie povere, per le mamme e i papà schiavizzati dal lavoro, per quanti cercano una casa, per quanti non hanno ben chiaro il concetto di Amore e si lasciano ingannare da un frenetico e moderno sentimentalismo, per quante coppie hanno “paura” a mettere al mondo un figlio o non possono, per le famiglie degli immigrati, per la famiglia umana chiamata a custodire il creato; è misericordia per le donne uccise da maschi che le vorrebbero soltanto dominare e rendere succubi;è misericordia per gli uomini che, a seguito di separazioni o divorzi, sono privati, oltre che della moglie, anche della genitorialità; è …. È la richiesta di misericordia ad un welfare chiamato a non considerare la famiglia solo ed esclusivamente come affare privato, ma protagonista privilegiato di politiche pubbliche, stante la certezza che la famiglia è una piccolo-grande cellula di produzioni di beni materiali e sociali; è la richiesta per una pastorale familiare realmente incarnata e sinergica con le istituzioni territoriali, che non si limiti, tutt’al più, ad offrire qualche breve corso per la preparazione al sacramento del matrimonio.

Nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia di papa Francesco al n. 52 si legge: «nessuno può pensare che indebolire la famiglia come società fondata sul matrimonio sia qualcosa che giova alla società». Il che non vuol dire non essere attenti e rispettare altre forme di unione, non di tipo eterosessuale, che vivano con sincerità la propria relazione, ma sempre sapendo che danno luogo ad aggregazioni non generative. Ma, il rispetto non è mai una rinuncia cieca alla propria origine socio-culturale ed in ogni caso mai un asservimento ad una ideologia sia essa religiosa che laica. Il rispetto ed il dialogo civile – la misericordia in chiave socio-politica – non chiamano il proprio interlocutore omofobo per il solo fatto di voler difendere la famiglia naturale, così come nessun credente, può usare spesso una propria verità come clava o occasione di esclusione. In entrambi i casi si tratta di rispetto della libertà. Come dire è inevitabile e ragionevole le legge sulle unioni civili, è inaccettabile la stepchild adoption e ancor più la maternità surrogata, che riduce corpi e persone ad involucri, dopo tanti decenni di lotte per l’emancipazione femminile.

Il motivo per cui, l’esortazione del papa si rivolge, a credenti maturi, che comprendano bene l’esigenza di un testo che si pone in linea con il Magistero sociale della Chiesa a cui si rimanda per le questioni, che più avevano sollecitato, anche, una certa comunicazione da gossip. Chi si aspettava risposte su questioni come,  per esempio, la comunione ai risposati, è rimasto forse deluso. Non chi, invece, legge l’esortazione nella linea della continuità magisteriale. L’intensa esortazione di Francesco, condita di un certo avvolgente lirismo, risulterebbe difficile nella lettura e facilmente strumentalizzabile se non letta nel contesto dell’intero Magistero, soprattutto sociale, e del Catechismo della Chiesa Cattolica, oltre che del Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa.  Papa Francesco richiama una delle regole fondamentali, in particolare del Concilio: il discernimento e per la famiglia quanto già delineato nella Familiaris Consortio (1981) di Giovanni Paolo II: su quella scia nell’AL al n. 300 si legge «dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cfr. Familiaris Consortio, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa». In questo senso è comprensibile la stesura di un testo di ampio respiro e fortemente ispirato alla dimensione sociale. Non è da dimenticare che i due sinodi, di cui il testo pontificio è la sintesi e l’approdo, si costruiscono sui contenuti emersi dalle risposte ai questionari preparatori ed il continuo richiamo ai lavori sinodali è di per sé un’attenzione autentica alla reale situazione delle famiglie contemporanee, da accompagnare e sostenere in tempo di fidanzamento ed oltre il matrimonio. Il metodo dell’indagine dovrebbe ispirare le prassi pastorali delle nostre diocesi!?

Il carattere sociale del magistero di Francesco, non solo Laudato si’, ma anche tutti gli altri testi concorrono ad alimentare il tesoro prezioso del magistero sociale della Chiesa. In AL c’è, al n. 290, un richiamo forte alla relatio finalis del Sinodo del 2015  che così scrive: «La famiglia si costituisce così come soggetto dell’azione pastorale attraverso l’annuncio esplicito del Vangelo e l’eredità di molteplici forme di testimonianza: la solidarietà verso i poveri, l’apertura alla diversità delle persone, la custodia del creato, la solidarietà morale e materiale verso le altre famiglie soprattutto verso le più bisognose, l’impegno per la promozione del bene comune anche mediante la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, a partire dal territorio nel quale essa vive, praticando le opere di misericordia corporale e spirituale». Come dire, la nozione e la praticabilità del bene comune è intimamente dipendente ed imprescindibile dalla famiglia naturale, come, appunto, è ancor più chiaro, scorrendo le pagine del Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa. È imprescindibile perché la famiglia è un diritto ed è fonte di diritti, non è un caso che nel Compendio nella “specificazione dei diritti” si citi la Centesimus Annus (1991) di Giovanni Paolo II, che nell’elenco che traccia comincia con tre diritti, a mio avviso,  fontali: vita-madre-famiglia, una sorta di famiglia valoriale in grado di generare tutti gli altri «il diritto alla vita, di cui è parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati generati; il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità; il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità; il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari; il diritto a fondare liberamente una famiglia e ad accogliere ed educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità. Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della propria persona». Questo evita una “morale fredda da scrivania” ed implica “un discernimento pastorale carico di amore misericordioso, che si dispone sempre a comprendere, a perdonare, ad accogliere e soprattutto a integrare” (AL, 312).

[docente Facoltà Teologica Meridionale, Napoli]

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