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Papa Francesco, il celibato e Davy Jones, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 31/01/2020 13:28
Può il celibato essere utilizzato come strumento per attaccare papa Francesco? Ha senso ancora parlare di celibato per l'Ordine Sacro? Il matrimonio può essere la soluzione?
Papa Francesco, il celibato e Davy Jones, di Matteo Losapio

Davy Jones nel film "I Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo"

L’inizio di questo 2020 è stato segnato da eventi che hanno fatto presagire risultati sconfortanti se non proprio una apocalittica fine del mondo. Eppure una notizia ha coinvolto tutto il mondo cattolico ed è stata la questione sul celibato dei ministri ordinati: diaconi, presbiteri e vescovi. Dopo l’uscita del libro del Cardinale Robert Sarah, firmato anche dal papa emerito Benedetto XVI e poi ritirata come firma, si è tornati a parlare del tema del celibato obbligatorio per coloro che scelgono, soprattutto, di entrare a far parte del ministero sacerdotale. In realtà, come è facile da intendere, la questione non riguardava direttamente il celibato ma il tema è servito per scatenare l’ennesima polemica contro papa Francesco. Non penso, in tutta sincerità, che papa Francesco abbia mai voluto eliminare il celibato o che il Magistero o la riflessione teologica voglia ripensare la questione del celibato. Tuttavia, questa volta la polemica non si è consumata, a mio parere, su piani o modelli pastorali, su idee teologiche o sulla validità stessa del Magistero di un pontefice, qualsiasi esso sia. Dal momento che il tema centrale della discussione è stato il celibato dei ministri ordinati, la polemica si è giocata sulla pelle stessa dei diaconi, dei presbiteri e dei vescovi che hanno scelto la vita celibataria. E, personalmente, in quanto giovane uomo in cammino verso l’Ordine Sacro ho sentito come questa polemica si sia giocata anche sulla mia di pelle, dal momento che penso sia che il celibato si accompagni alla vita di un ministro ordinato sia perché penso che il ministero stesso acquisti spessore proprio in relazione alla dimensione celibataria. Per specificare il primo punto non possiamo non citare la Sacerdotalis Coelibatus di Paolo VI, pietra miliare per la comprensione del valore del celibato in relazione al ministero. Fin dagli inizi della sua Enciclica, Paolo VI afferma:

 Noi dunque riteniamo che la vigente legge del sacro celibato debba ancora oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva, perenne e totale dell'unico e sommo amore di Cristo e della consacrazione al culto di Dio e al servizio della Chiesa, e deve qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana. Certo, il carisma della vocazione sacerdotale, rivolta al culto divino e al servizio religioso e pastorale del popolo di Dio, è distinto dal carisma che induce alla scelta del celibato come stato di vita consacrata; ma la vocazione sacerdotale, benché divina nella sua ispirazione, non diventa definitiva e operante senza il collaudo e l'accettazione di chi nella Chiesa ha la potestà e la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale; e quindi spetta all'autorità della Chiesa stabilire, secondo i tempi e i luoghi, quali debbano essere in concreto gli uomini e quali i loro requisiti, perché possano ritenersi adatti al servizio religioso e pastorale della Chiesa medesima. (Paolo VI, Sacerdotalis Coelibatus, 14-15).

Paolo VI, poi darà al celibato un triplice significato: cristologico, ecclesiologico, escatologico. Il celibato, dunque, è visto in relazione a Cristo in quanto egli stesso era celibe, in relazione alla Chiesa in quanto il servizio a tutto il popolo di Dio ha bisogno di una dedizione integrale del ministro. Infine, in relazione al Regno dei Cieli, dove il ministro ordinato diviene anticipazione di quella resurrezione a cui tutti gli uomini e le donne sono chiamati, alla fine dei tempi. Seppur il linguaggio teologico, alle volte, cerca di spiegare il senso del celibato nella sua multiformità che può essere condivisibile o meno, possiamo affermare, che il senso profondo del celibato è e rimane l’amore. in altre parole, il celibato è un’altra forma di amore rispetto a quella del matrimonio. Un modo diverso di amare con la stessa intensità di qualsiasi altro amore. Infatti, come Paolo VI ha fatto già notare, non riusciamo a comprendere il celibato fuori da una dimensione relazionale, fuori da un contesto che è quello della relazione con Cristo, con la Chiesa, con il lavoro per il Regno dei Cieli, fine ultimo di ogni nostro impegno nel mondo. Ed è questo il triplice motivo per cui il celibato sorregge il Ministero Ordinato e non può essere considerato semplicemente un qualcosa di aggiunto al pacchetto del “farsi prete”. Altrimenti il celibato è solo qualcosa di subìto, fino a trasformarsi in doppiezza, che distrugge sia la vita dei ministri ordinati sia di chi sta loro accanto.

Per quanto riguarda, invece, la riflessione sullo spessore che il celibato dona alla vita di un diacono, di un prete o di un vescovo, la prendo da alcuni dialoghi che ho fatto con amici e ragazzi della comunità parrocchiale. L’idea che molto spesso emerge del celibato è quella di Davy Jones. Demone leggendario della mitologia anglosassone, Davy Jones è divenuto celebre grazie alla saga cinematografica Pirati dei Caraibi. Questo personaggio era un marinaio innamorato di una dea del mare di nome Calypso. La dea gli propone di diventare Capitano dell’Olandese Volante, una nave che traghetta le anime degli uomini e delle donne affogate in mare, dal mondo dei vivi a quello dei morti. Per diventare Capitano dell’Olandese Volante, Davy Jones è costretto a strapparsi il cuore dal petto e a metterlo in un forziere, sacrificando così i suoi sentimenti per diventare capo di una nave di mostri che trasporta morti. E pian piano anche lui si trasforma in un mostro. L’opinione comune, forse avvallata anche da testimonianze non equilibrate, è proprio quella di un prete che accetta il celibato così come Davy Jones si è strappato il cuore dal petto, per divenire un mostro con una ciurma di mostri che guida anime morte. Allora, secondo l’opinione comune, sarebbe meglio sposarsi (come se il matrimonio fosse il tappabuchi o la soluzione ad ogni problema) piuttosto che cadere in una mostruosa frustrazione dove il desiderio viene sempre e comunque represso. In realtà l’immagine di Davy Jones ci permette di comprendere molto sullo spessore del celibato per la vita presbiterale in quanto il celibato non può ridursi ad una repressione di se stessi e dei propri desideri ma ci permette di creare uno spazio nuovo, uno spazio di libertà. La dimensione celibataria, infatti, porta con sé la preziosità di ascoltare il proprio corpo, dalle emozioni al fisico e tentare continuamente di dare un nome a tutto ciò che ci abita. E la mancanza di una vita di coppia non porta alla frustrazione di ciò che non si può avere per delle leggi ecclesiastiche da seguire, ma ad una dimensione altra dell’amore che permette di aiutare anche le altre persone, anche chi sceglie una vita di coppia a dare un nome alle proprie emozioni e a vivere la propria corporeità come luogo in cui emerge la libertà di essere se stessi. È questo lo spazio di libertà che crea una vita celibataria, dove l’altro non viene fagocitato dai nostri schemi e preconcetti, ma aiutato in un cammino di libertà dove uno diviene ciò che è. Questo è lo spessore umano che dona la vita celibataria al ministero di un diacono, di un presbitero e di un vescovo, un costante lavorio non senza sofferenza e lacrime, ma che raffina sempre più la nostra arte di amare.

[studente di teologia, redattore CuF, Bisceglie, Bari]

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