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Oltre la politica: la crisi culturale italiana, di Rocco D’Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 18/07/2019 09:04
Sull'ultimo numero di Presbyteri, un articolo del nostro direttore sulle radici culturali dell'attuale momento politico italiano...

 

Sempre le elezioni, locali o nazionali che siano, costituiscono un test per comprendere un contesto, non solo dal punto di vista politico, ma anche sociale e culturale. Richiamo brevemente alcuni dati fondamentali delle ultime elezioni europee del 26 maggio 2019, per poi esprimere alcune considerazioni, di tipo sociale e culturale, inerenti al nostro Paese. Partiamo dai dati, basati per lo più sulle elaborazioni fatte dall’Istituto Cattaneo (www.cattaneo.org): 

-   Il dato generale dell’affluenza è risultato in diminuzione rispetto a quello del 2014 (58,7%), attestandosi al 56,3%.

-  Le elezioni europee del 2019 sono state caratterizzate dalla vittoria della Lega, diventato il primo partito sull’intero territorio italiano, e dalla riduzione dei consensi per il Movimento 5 stelle, sceso per la prima volta al di sotto del 20% in una competizione nazionale. 

-   Il partito di Salvini è passato, nel giro di cinque anni, da 1.686.556 voti agli attuali 9.655.298, aumentando i propri consensi di quasi otto milioni di voti rispetto al 2014, con un incremento che corrisponde a 27,9 punti percentuali. 

-   Il principale sconfitto di questa tornata elettorale è, senza dubbio, il Movimento 5 stelle, che ha subito un significativo ridimensionamento. Il partito di Di Maio, infatti, ha perso consensi rispetto sia alle elezioni europee del 2014 che alle politiche del 2018.


-  La Lega risulta costantemente sottorappresentata nei comuni capoluogo di provincia, cioè̀ nei maggiori centri urbani, rispetto alle realtà̀ locali di più̀ ridotte dimensioni. E questo vale tanto al Nord quando al Sud, anche se nelle regioni settentrionali lo scarto è molto più̀ accentuato. 

-   La differenza tra il voto nei grandi centri e quello dei piccoli centri interessa la gran parte dei Paesi europei e non (per esempio: Francia e Stati Uniti) In sintesi: i cittadini dei grandi centri sembrano accettare realtà̀ multiculturali e, dal punto di vista economico, la competizione nella “seconda globalizzazione”, vivendo in grandi città che crescono e si sviluppano i centri produttivi più̀ vitali. I cittadini dei piccoli centri, invece, verso le realtà multiculturali e le prospettive economiche sembrano nutrire più paure, diffidenze, sfiducia e chiusure.

-  La campagna elettorale italiana si è fortemente contraddistinta per alcuni costanti elementi negativi: polarizzazione italiana dei temi, forti personalismi dei leader nazionali, razzismo, demagogia, scarsa attenzione alle politiche sociali, populismo, nazionalismo, individualismo, negazioni degli aiuti umanitari, mancanze di proposte sui temi ambientali.

-  Se si tengono presenti i non votanti la portata reale delle percentuali di preferenze assume proporzioni ben diverse. Gli elettori chiamati alle urne sono stati 50.952.719(24.711.529 uomini e 26.270.873 donne), i reali votanti solo 27.780.855. Allora in ordine decrescente si ha un quadro dove: Non votanti 43 %, Lega 18%, PD 12%, M5S 9%, FI 5%, FdI 3%, Altri 8%, Nulle 2% di tutti gli aventi diritto.  

Come era stato ampiamente previstoil dato generale dell’affluenza è risultato in diminuzione rispetto a quello del 2014 (58,7%), attestandosi al 56,3%. Tale tendenza negativa, d’altronde, si inserisce in un quadro di astensionismo crescente di più lungo periodo, che coinvolge anche le elezioni politiche e regionali: si va da punte di votanti del 90% degli anni ’70 a percentuali superiori di poco il 50% degli ultimi anni. Quindi il problema numero uno è la partecipazione alle elezioni. Perché molti non votano? Perché poco più di un italiano su due decide di assolvere a quello che è un diritto e anche un dovere, come recita la Costituzione (art. 48)?  A mio avviso le cause maggiori sembrano essere due: la scarsa formazione sociopolitica, che va spesso di pari passo con carenze culturali generali e la crisi di fiducia nella classe politica attuale.

La crisi della formazione.Viviamo in un Paese che non solo ha una larga fetta di non votanti, ma ha, prima di tutto, seri problemi di tipo culturale, scolastico e universitario. Cresce l’analfabetismo di ritorno; esiste una crisi di larghi settori della scuola e dell’università, abbiamo saperi ridotti, monotematici e poco interdisciplinari, effimeri, estremamente dipendenti dalla superficialità di diverse fonti on line. Non manca solo la formazione civica, sociale e politica, manca la formazione tout court! Lo dicono le statistiche scolastiche e universitarie, la debolezza o inesistenza di percorsi formativi nei partiti politici, nelle comunità di fede religiosa, nel volontariato, nell’associazionismo, nello sport e via discorrendo. Un esempio per tutti: gli stranieri che chiedono la cittadinanza italiana sono chiamati a conoscere la Costituzione. Una domanda: ma l’italiano medio conosce la Carta Costituzionale? E’ stato formato seriamente alla sua visione antropologica ed etica? 

Questa è, dunque, la situazione in ampi strati di popolazione. E dove non c‘è formazione, o ce n’è poca e scadente, è molto facile essere influenzati dalle grida del momento, senza nessuna capacità critica di discernere, anche nelle scelte elettorali. Sarebbero anche da approfondire le forme di analfabetismo emotivo che riducono la capacità e creano una dipendenza da quei leader che gridano e colpiscono di più. Un riferimento appropriato è a ciò Hannah Arendt chiamava “estraneazione”, che portava le masse ad accogliere, invaghirsi e poi subire forme di dittatura (Le origini del totalitarismo). Bonhoeffer, a proposito, avrebbe detto sinteticamente che «la potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri» (Resistenza e Resa). 

La perdita di fiducia.Riguardo ai non votanti per crisi di fiducia nell’attuale classe dirigente il discorso è molto più complesso. Sono convinto che siano, in generale, persone sufficientemente colte e sensibili politicamente. E’ interessante notare come in altri Paese questo tipo di persone più che non votare indirizza il proprio verso forze nuove e più convincenti: penso ai Verdi in Germania e nei Paesi scandinavi. In Italia no. Anche qui c’è una componente che non va trascurata: l’individualismo di gruppo e di appartenenze omogenee. In soldoni: mi interessa solo la mia famiglia, il futuro dei miei figli, la mia professione e alcuni colleghi, alcune relazioni amicali… per il resto i politici “sono tutti uguali” e il mondo può anche cascare. Sono visioni molto miopi e sterili, che nascondono scompensi antropologici ed etici. La carriera e il guadagno facile e immediato non si confrontano mai con la fatica delle relazioni, con la complessità del mondo, in tutte le sue componenti: sociale, politica, culturale, economica, istituzionale. Milani, proponendo la politica che si oppone all’avarizia, direbbe “[cara signora professoressa, ndr] con i vostri ragazzi fate meno. Non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada” (Lettera a una professoressa). Chi è tutto concentrato a “farsi strada”, a guadagnare il più possibile, a emergere a ogni piè sospinto perde il contatto con la realtà, distrugge relazioni e ipoteca negativamente il proprio futuro. E, ovviamente, non va votare o, qualche volta, ci va perché, per esempio nelle elezioni locali, ci sono coloro che lo aiutano a “farsi strada”.

La sfida della globalizzazione. La globalizzazionedetermina sempre più una mutazione sostanziale del nostro assetto sociale, economico, politico, culturale, tecnologico in cui si pongono, con evidenza e forza crescenti, diverse sfide. Come semplici cittadini siamo invitati a capire sempre più ciò che succede e non assumere posizioni banali e semplicistiche. Pensiamo, tra gli esempi più importanti e determinanti, all’emergenza emigrazione. Le nostre società sono ormai composite, pluraliste, sciolte e mescolate(melting pot), dal punto di vista culturale, etnico, linguistico, religioso. Volti, lingue, tradizioni, religioni, usanze si incrociano a una velocità impressionante. Ciò è un fenomeno irreversibile: non si possono mettere indietro le lancette del tempo, non si può pensare che le grida elettoralistiche sui “porti chiusi” possano risolvere il problema. Se da una parte i cittadini hanno il dovere di capire e formarsi all’accoglienza, i governanti hanno quello di prevedere le emergenze, progettare gli sbocchi concreti e tutelare il bene dei singoli come di tutti i gruppi. Non c’è cosa più stupida e dannosa di parlare di questi problemi con lo stesso atteggiamento del tifo da stadio! 

Il voto dei cattolici.Dopo la fine della DC credo che bisogna prendere coscienza che le nostre parrocchie, diocesi, gruppi e movimenti hanno, al loro interno, tutte le tipologie di elettori e tutte le caratteristiche di sensibilità politica che ho descritto. E’ quanto mai opportuno e necessario chiedersi se i cattolici italiani 1. vanno a votare, 2. sono formati politicamente e 3. se la loro fede cristiana ispira la loro azione in tutti gli ambiti di vita: sociale, economica, professionale, politica, culturale. Risposte difficilissime. Sembrerebbe che siano in aumento i cattolici che votano Lega (Ilvo Diamanti, Nando Pagnoncelli) o che, in generale, sembrano assumere atteggiamenti politici non coerenti con la fede cristiana. Sinceramente non sono affatto sorpreso, vista la poca attenzione ai temi sociali, politici ed economici che si presta nelle comunità cattoliche italiane.

Nell’ultima tornata elettorale ho avuto l’impressione che i pastori italiani non siano stati tanto presenti nel difendere i principi etici universali. Certamente non si chiede ad essi di dare indicazioni di voto, ma credo che sia doveroso per tutti i cattolici ricordare che la fede non è ideologia ma impegno concreto per il bene dei singoli, dei gruppi e delle comunità, anche internazionali. 

Paolo VI, sulla scia conciliare, insegnava: “una medesima fede può portare a impegni diversi” (Octogesima adveniens). Quindi è giusto non ritornare ai tempi della DC quando si tendeva ad orientare il voto cattolico. Ma tutto questo non significa restare in silenzio quando sono in gioco i cardini della democrazia: solidarietà, unità dei popoli, pace, rispetto della dignità di tutti, accoglienza, rispetto delle istituzioni e della fede religiosa, giustizia e così via. Principi anche cristiani.

La proposta lanciata da papa Francesco di indire un sinodo della Chiesa italiana sembra essere quanto mai attuale: è innegabile una sorta di “scisma sommerso” tra i cattolici italiani, specie sui temi sociali e politici. Abbiamo bisogno di riflettere tutti insieme sulla nostra testimonianza di fede nel mondo. Non basta essere contro aborto, eutanasia e altri temi di etica personale; accanto a questi deve essere della stessa forza il No a razzismo, xenofobia, corruzione, mafie, guerre e traffico di armi, egoismi nazionali e discriminazioni. Niente deve fermare o compromettere la testimonianza di pastori e laici credenti. Il buon Dio ci invita a essere forti e liberi da ogni compromesso con chi vuole comprare, magari con privilegi o leggi, o strumentalizzare, in tanti modi, il consenso dei credenti. 

Dal punto di vista etico l’impegno per la promozione culturale è un impegno inderogabile, in tutti gli ambiti. Già Paolo VI aveva sinteticamente spiegato che lo sviluppo delle persone e dei popoli è fare conoscere di più e avere di più per essere di più (Populorum Progressio)Penso che non valga solo per i cristiani, ma per tutti: la crescita materiale da sola non basta, va unita ad una crescita culturale, intesa nel senso più ampio del termine, cioè di una cultura che promuove e fa crescere tutta la persona umana tutte le persone umane.

*ordinario di Filosofia politica presso la facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregorianadi Roma (www.rocda.it); insegna Etica ella Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno (ex SSAI, Roma); è direttore delle scuole di politica dell’associazione “Cercasi un fine” (www.cercasiunfine.it).

 

Fonte: articolo pubblicato in Rivista Presbyteri, anno 2019, n. 6, pp. 453-458.

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