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Nella crisi remare insieme, di Fabio Pasqualetti

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 09/04/2020 14:15
Ogni crisi è tale perché di fatto non si hanno soluzioni né facili né pronte, altrimenti non sarebbe una crisi. Questa poi è di portata globale...

 

 

Sembra che stiamo vivendo un lungo venerdì santo iniziato più di un mese fa e che andrà avanti ancora per molto tempo. 

È un tempo di lutto continuo per i morti quotidiani, un tempo di disagio per tutti noi che ci siamo trovati agli “arresti domiciliari”, ma credo sia anche una occasione per riflettere su cosa sta accadendo. 

Quest'anno gli auguri rischiano di essere molto fragili e retorici: è meglio condividere con voi alcune riflessioni. 

Ogni crisi è tale perché di fatto non si hanno soluzioni né facili né pronte, altrimenti non sarebbe una crisi. Questa poi è di portata globale con conseguenze di cui non abbiamo la minima idea nonostante tutti i modelli di simulazione che essendo prevalentemente economici o epidemici, non ci dicono nulla su come stanno e staranno le persone e le società. Credo che la crisi più profonda sia però quella di senso, perché in una società che davanti a quanto sta accadendo, pensa quasi esclusivamente in termini di soluzioni ospedaliere, tecnologiche, farmacologiche, economiche e strategico politiche, senza porre minimamente in discussione lo stile di vita globale che ci ha portato a questa situazione è una società destinata a soccombere prima o poi. 

Basta vedere come i vari settori (salute, lavoro, famiglia, scuola, ecc.) ritengono come problematico solo il loro ambiente e fanno fatica a pensare la realtà in modo olistico. Per decenni abbiamo settorializzato e iper-specializzato ogni aspetto della vita, dimenticandoci che siamo tutti parte in un organismo più grande che è la vita sulla terra. Non credo sia solo una mia sensibilità, ma non ci vuole molto a capire che quanto accade richiede uno sguardo più ampio, meno ombelicocentrico, capace di includere anche quelle categorie taciute dall’informazione mediatica come i senzatetto, gli emarginati, i carcerati, gli immigrati, ecc. 

Tagli economici per decenni alla sanità, alla ricerca, alla scuola e alla famiglia sono sufficienti per capire molti dei problemi che abbiamo adesso, e non c’è stato governo di destra o di sinistra che non ne abbia fatti. La chiusura progressiva dei piccoli ospedali a favore di grandi centri ospedalieri in nome dell’efficienza e dell’eccellenza, non ci ha fatto capire che era meglio portare l’eccellenza e l’efficienza anche nei piccoli centri. Certo ci sono i costi, ma forse c’è anche una questione di modello di sanità da rivedere. 

La globalizzazione dei mercati con la delocalizzazione della produzione nei paesi più convenienti dal punto di vista costo della mano d’opera ha costruito un sistema fragilissimo, perché se si blocca un paese, come per esempio la Cina, si blocca moltissimo della produzione. La questione delle mascherine e la necessità improvvisa di convertire fabbriche per produrle è la palese conseguenza di questo modello produttivo sbilanciato. Abbiamo costruito Internet che è un sistema di comunicazione che non si può spegnere anche se si rompe un nodo o più nodi, ma non abbiamo saputo fare una infrastruttura economica e sanitaria che funzioni con criteri simili. 

70 anni di narcisismo sociale alimentato dal più becero capitalismo consumista che ha esaltato un concetto di libertà che sostiene la logica del “faccio ciò che mi pare”, non poteva di colpo trasformarsi in adesso “siamo tutti obbedienti” e facciamo ciò che dice il governo per il bene comune. Questo non toglie che la maggioranza delle persone abbia capito molto bene la gravità della situazione e sia molto più ragionevole di quanto non si possa pensare. 

Come dice la Bibbia: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono”. A complemento di questo passaggio aggiungo le parole di Francesco quando afferma che: “pretendevamo di stare bene in un mondo malato”. È chiaro che se andiamo in giro a distruggere gli ecosistemi senza pensare alle conseguenze, non dobbiamo preoccuparci del Covid19 ma di ciò che verrà dopo perché questo è solo l’inizio del danno che abbiamo fatto e stiamo facendo. Per decenni abbiamo selezionato batteri e virus con farmaci, pesticidi, diserbanti e tutto l’inquinamento prodotto. Quelli che di loro si sono salvati e rafforzati adesso selezionano noi. Questa volta il virus ha attaccato l’anello debole della società, gli anziani, ma cosa succederebbe se un virus selezionasse l’anello giovane? 

In merito alla comunicazione, sempre per usare una metafora biblica: “chi semina vento raccoglie tempesta”. Non solo l’informazione tende alla spettacolarizzazione, ma oggi tutti vogliono il loro piccolo spot luminoso attorno a se stessi e allora “grandinano” fake news e disinformazione a piacimento. 

Per fortuna c’è anche voglia di fare buona informazione e molti ci provano: essere buoni comunicatori, saper leggere i segni dei tempi, non accontentarci della superficie dei fatti e delle cose, approfondire, confrontarci con le persone, la vita, gli eventi che accadono. 

Questo è un tempo di preparazione, nel silenzio, fuori dallo sguardo dei riflettori, ricordandoci che anche quando accadesse di finire sotto la luce abbagliante dei riflettori è sempre luce esterna e non interna. Il buon comunicatore ha una luce interna, quella che viene dalla sua statura personale e morale, dalla sua formazione e dalla sua professionalità. Comunica bene chi cerca il bene comune e chi si impegna a portare giustizia e verità. Tutti questi aspetti sono ingredienti che fanno risorgere la vita delle persone e della società. La risurrezione si prepara giorno dopo giorno nel far bene il nostro dovere e nel volere il bene degli altri. 

Non possiamo non ricordare i tanti morti in questo tempo, ma non dimentichiamo anche quelli che muoiono per altri motivi non meno gravi come: la guerra, la fame, lo sfruttamento, l’emarginazione, le ingiustizie, la violenza, la droga, ecc. 

Nella piazza vuota di S. Pietro Papa Francesco ci ha ricordato: "Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti".

[presbitero salesiano, preside facoltà di comunicazione, università salesiana, Roma]

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