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Metterci la faccia: il coraggio dalla rete ai fatti, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 21/08/2018 14:38
Nella vita istituzionale o comunitaria ci sono momenti di crisi in cui... bisogna metterci la faccia!

 

“Mettere la faccia” è un’espressione molto interessate e spesso usata in maniera colloquiale. Per curiosità aggiungo, come sempre accade per ogni lingua e la relativa semantica, non sempre esistono traduzioni precise. Per curiosità: sappiamo che in spagnolo si traduce “dar la cara”; in inglese “to stand up for someone”; in francese non esiste la frase idiomatica, quindi sarebbe "s'exposer" oppure "s'impliquer en première persone". In Italia, tuttavia, per quanto usata, non presenta una letteratura soddisfacente. Se si cerca su Google l’espressione “mettere/metterci la faccia” non si hanno molti riscontri interessanti. Proprio in rete mi ha colpito molto quello che scrive il sociologo Claudio Bezzi: “Il mettere la faccia ha un significato preciso:

  • chi lo fa è un intellettuale che esprime liberamente un pensiero di rilevanza sociale, riguardi i conti pubblici, i migranti o altro;
  • chi lo fa corre dei rischi: può essere oggetto di denunce, di purghe, comunque di linciaggi morali pesanti;
  • chi lo fa non inveisce, non fa battute, non usa strumenti retorici prepolitici ma, al contrario, propone argomenti, dati, ragionamenti logici;
  • soprattutto, oggi, chi lo fa sa di essere perdente. Oggi gli intellettuali che ci mettono la faccia sono quattro gatti mortificati e umiliati, ma non per questo desistono. Meglio umiliati che omologati” (https://ilsaltodirodi.com/2018/07/25/lunico-modo-e-metterci-la-faccia/).

Credo si possa sostanzialmente condividere la posizione di Bezzi, sia nei contenuti esplicativi, sia per i “quattro gatti” che oggi ci mettono la faccia, in quello che dicono e fanno. Non sono in grado di misurare… il numero dei gatti, ma certamente non sono molti.

Sappiamo che uno dei più diffusi social network è Facebook: la traduzione italiana dice ben poco della realtà di questo network: il “libro delle facce”, un’idea nata da una rete universitaria che presentava le foto degli studenti per essere valutate a seconda del loro aspetto. E’ interessante notare che molti, come immagine del proprio profilo, mettono di tutto (personaggi famosi, stemmi, panorami, icone, santi e tanto altro) tranne che la propria faccia. Questo constatazione mi ha sempre fatto pensare al fatto che, anche sul “libro delle facce”… non si mette la faccia! Sarà anche questo un segno che è proprio difficile “mettere la faccia”? Cerchiamo di capirci un po’.

Nella vita istituzionale o comunitaria ci sono momenti di crisi in cui l’istituzione presenta degli aspetti non condivisi (per diverse ragioni) o, addirittura, tratti corrotti e degenerati, in piccoli o grandi settori. La scelta di opporsi ai sistemi marci è una scelta di coscienza, è un’obiezione di coscienza. La coscienza è il luogo di tutte le nostre decisioni, personali e istituzionali. Quando, per validi motivi, ci si oppone ad alcune scelte istituzionali e di potere, si esprime una obiezione di coscienza, cioè, in piena libertà, si disobbedisce al potere in casi precisi, ritenuti contrari al proprio credo e sentire. Diversi sono i riferimenti classici e religiosi che testimoniano il dovere della coscienza retta di opporsi a qualsiasi forma di male. Citiamo solo alcuni esempi. Edipo ordina a Creonte di obbedire, ma questi subito ribatte: «Non certo a chi regna male» (Edipo Re). Socrate dichiara nella sua Apologia: «Signori ateniesi, io vi venero e vi sento profondamente miei, ma io obbedirò al mio dio, più che a voi» (Apologia di Socrate). L’apostolo Pietro, invece, risponde nel sinedrio: «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5, 29).

L’obiezione necessita anche di essere manifestata: o in maniera diretta a coloro da cui dissentiamo (lettera firmata o colloquio personale) o in maniera pubblica (manifestazione del proprio pensiero e diffusione di esso). Non si può definire obiezione di coscienza ciò che resta nella spera intima o, ancor peggio, nei pettegolezzi e nelle chiacchiere futili: infatti si obbietta davanti a qualcuno e per qualcosa. E così facendo “si mette la faccia”, ovvero ci si dichiara per quello che si è, si pensa e si fa. Ma sono veramente “quattro gatti” coloro che lo fanno?

Quantificare questo fenomeno è molto difficile: sono migliaia le situazioni personali, professionali, istituzionali, sociali, politiche in cui siamo chiamati a “mettere la faccia”. Il tema di fondo è quello della coerenza e, quindi, è molto difficile quantificare e valutare chi e perché è più o meno coerente. Manterrò, invece, la mia argomentazione a un livello empirico, solo per cercare di capire perché molti scompaiono quando devono mettere la propria faccia in una situazione.

Ho l’impressione che una delle prima motivazioni, nel nostro contesto culturale italiano, sia quello del calcolo costi-benefici. In altri termini ci metto la faccia se mi conviene e non mi costa troppo o niente, sotto molti aspetti. Si attribuisce a Leo Longanesi l’espressione “tengo famiglia”, che serve a giustificare il proprio silenzio e disimpegno, lo scendere a patti e compromessi con la propria coscienza in nome di istanze ritenute superiori. In un contesto di “familismo amorale” (Banfield), come quello italiano, la famiglia è il simbolo di tutto quello che devo difendere a ogni costo: alcune relazioni, interessi economici, posizioni di potere, privilegi e via discorrendo. Gli esempi potrebbero essere tantissimi: non ci metto la faccia perché temo per la mia carriera, posizione, interessi economici e reputazione; non ci metto la faccia perché preferisco vivere ambiguamente nell’ombra; non ci metto la faccia perché non ho il coraggio di farlo; non ci metto la faccia perché temo i giudizi negativi e la solitudine etica e sociale. In una parola: non ci metto la faccia… perché tengo famiglia!

Alcune giustificazioni, per non mettere la faccia, rasentano il ridicolo e sono delle vere offese all’intelligenza altrui. Si dovrebbero “collezionare” queste pseudo giustificazioni e ne verrebbe fuori un interessante spaccato dell’etica e del costume del nostro Paese. Pensate a una riunione di lavoro, un contesto accademico, una comunità di fede religiosa, come anche un’associazione di volontariato o un’istituzione pubblica o un consesso politico. Più è alto il livello culturale, più le giustificazioni per non mettere la faccia si fanno retoriche, ampollose, ipocrite, spesso anche ridicole.

Si può educare a mettere la faccia, con coraggio, sincerità e razionalità? Penso proprio di si. Essendo frutto dell’obiezione di coscienza il mettere la faccia va deciso in coscienza, va spiegato, cioè vanno apportate le ragioni della critica all’operato di una persona, specie pubblica, o di un’istituzione. Sempre in coscienza, l’obiettore cercherà di non condurre la sua protesta per spirito di rivalsa o vendetta, ma solo come contributo alla crescita sana dell’istituzione e del relativo potere. Solo la coscienza matura di ognuno può discernere e praticare il bene possibile per sé e per l’intera istituzione e, di conseguenza, mettere la faccia in tutto ciò che aiuta l’istituzione a crescere nel bene e nella giustizia. Ma questo è un percorso formativo di tipo etico-razionale: importante ma non sufficiente.

Per prendere posizione pubblica, per mettere la faccia ci vuole anche un “supporto” emotivo: bisogna credere nel bene e provare piacere nel farlo. Milani direbbe che “bisogna vibrare” per alcune battaglie. Ciò che diceva dei giovani, in “Esperienze pastorali” vale per tutti noi: “Non vedremo sbocciare dei santi, finché noi ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale. Qualcosa, cioè, che sia al centro del momento storico che attraversiamo, al di fuori dell’angustia dell’io, al di sopra delle stupidaggini che vanno di moda”.

Rocco D'Ambrosio, www.rocda.it

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