Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti di Cercasi un fine / Magistero di Francesco e incisività sociale, di Angelo Giuseppe Dibisceglia

Magistero di Francesco e incisività sociale, di Angelo Giuseppe Dibisceglia

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 07/07/2016 15:18
Il magistero ecclesiale non è identificabile con il risultato finale di una indagine sociologica o con una lista di eventuali soluzioni. Ogni intervento scaturisce - invece - all’interno di un determinato contesto e non può, per tale ragione, non risentire dei condizionamenti “tipici” di quel particolare momento storico...

 

Magistero di Francesco e incisività sociale

in margine alla presentazione del volume di

R. D’Ambrosio, Ce la farà Francesco? La sfida della riforma ecclesiale,

Molfetta, Edizioni La Meridiana, 2016

Terlizzi - Pinacoteca De Napoli - 3 giugno 2016

di Angelo Giuseppe Dibisceglia

Per introdurci

Due brevi riflessioni iniziali sul rapporto tra magistero ecclesiale e società potranno introdurci meglio all’argomento di questa sera. La prima riflessione nasce dalla domanda che chiede se sia oggettivo considerare l’attualità dell’insegnamento della Chiesa partendo dalla sua incisività. Non sempre, infatti, un messaggio attuale è anche incisivo; d’altra parte, però, un messaggio incisivo - se tale - è sempre attuale. Per saggiare l’attualità di un messaggio occorre, quindi, individuare le strategie messe in atto e i percorsi seguiti per tradurre nel concreto i suoi principi: nel caso del magistero ecclesiale sarà opportuno verificare lo spessore che, nella quotidianità, lega costantemente Chiesa e società. “Costantemente”: nel tempo, quindi, nella storia.

Questa apparente contraddizione - un’attualità che ritrova il suo spessore nella storia, nel passato - richiama la seconda riflessione. Se è vero che è anche il passato a sostenere l’attualità del magistero ecclesiale, la sua incisività non sarà data - soltanto - dalla capacità di individuare risposte immediate e inedite a una serie di problemi. Un intervento del magistero ecclesiale non costituisce mai una novità ex novo. Se così fosse, per stabilire la sua attualità - quindi la sua incisività - basterebbe evidenziarne le novità più recenti rispetto al passato. Sarebbe alquanto limitante - però - identificare un intervento del magistero semplicemente con la sterile denuncia di alcune delle contraddizioni in atto; altrettanto insignificante risulterebbe il riferimento al magistero limitandolo a un arido elenco di suggerimenti e propositi utili per risolvere quelle stesse contraddizioni.

Il magistero ecclesiale non è identificabile con il risultato finale di una indagine sociologica o con una lista di eventuali soluzioni. Ogni intervento scaturisce - invece - all’interno di un determinato contesto e non può, per tale ragione, non risentire dei condizionamenti “tipici” di quel particolare momento storico, quando la Chiesa, nelle sue molteplici espressioni - il pontefice con un’enciclica, l’episcopato con gli orientamenti, il vescovo con la sua lettera pastorale - richiama l’attenzione della realtà ecclesiale - nella sua cattolicità - su questioni che esigono approfondimenti o, in alcuni casi, veri e propri “cambi di rotta”.

Nella storia della Chiesa è una constatazione che emerge ab origine. Il magistero - fin dalle origini del cristianesimo - non è mai stato esente dal doversi confrontare con la realtà circostante e non ha mai evitato di dover “fare i conti” con la quotidianità. Un aspetto - quest’ultimo - evidenziato anche dal Concilio Vaticano II, la cui sintesi rivela - secondo l’analisi compiuta da Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana - l’identità di una Chiesa chiamata «a essere in ogni situazione “compagna” della storia degli uomini».[1]

Illuminati da tale prospettiva, si rivelano numerosi gli approcci a disposizione della storiografia che tentano di analizzare il ruolo svolto dal papato nello spazio e nel tempo della cattolicità. Al di là della “canonica” suddivisione cronologica - antica, medievale, moderna e contemporanea - esiste una lettura della “funzione” papale che si intreccia con le biografie dei pontefici; legge i contributi di ogni papa; individua le linee di continuità e/o di discontinuità tra i diversi pontificati; approfondisce risposte, interventi, documenti del magistero in riferimento ad argomenti peculiari e a questioni particolari.

Questa sera - in questa sede - presentiamo il volume del prof. Rocco D’Ambrosio - Ce la farà Francesco? La sfida della riforma ecclesiale, edito nel 2016 dalle Edizioni La Meridiana di Molfetta - fra le pagine del quale, non disdegnando una scambievole e proficua azione di confronto con idee e atteggiamenti, eventi e avvenimenti, l’Autore delinea una serie di riflessioni - «Lo scritto che qui propongo - si legge nella Nota introduttiva - tenta di fare un’analisi istituzionale della Chiesa cattolica nel pontificato di Bergoglio» - che disegna - esaminandola - la quotidianità vissuta negli ultimi tre anni dal Papa “venuto dalla fine del mondo”.

Alcune riflessioni sul concetto di “riforma”

Un volume che riecheggia non soltanto quella che sembra essere una delle domande più diffuse - negli anni più recenti - in ambito ecclesiale: Ce la farà Francesco?, ma che - nel contempo - approfondisce lo spirito di ciò che costituisce il “progetto francescano”: La sfida della riforma ecclesiale.

Non è semplice parlare di “riforma”, in quanto anche questo termine  appartiene a quelle espressioni - tipiche del linguaggio corrente - che hanno perso l’originalità derivante dalla pregnanza del proprio significato. Se riferito all’ambito ecclesiale, il termine rischia di richiamare quasi esclusivamente il modello - o casi simili - di quella che fu con Lutero, a partire dal 1517, la nascita del protestantesimo nel cuore dell’Europa cristiana. Se - invece - si risale al suo significato originario, ci si accorge che il termine “riforma” indica - principalmente - quel processo che sorge per affrontare alcune svolte storiche, per superare momenti di indecisione o di smarrimento, per sopperire ad alcune assenze o per fronteggiare improvvise novità.

In ambito ecclesiale, quindi, il vocabolo “riforma” indica - soprattutto - nuove e importanti forme di presenza - cristiana, cattolica, religiosa - in grado di produrre - evidenziandole - novità nel rapporto che si instaura tra la Chiesa e la società. Per tali ragioni, se provassimo a sintetizzare - quasi in forma osmotica - la molteplicità delle vicende che hanno caratterizzato le varie “riforme” nella storia, non sembra difficile individuare almeno tre sintomatiche e distintive caratteristiche: a) la riforma è sempre il sintomo di un cambiamento; b) la riforma è dettata dal sorgere di nuovi orizzonti e dai conseguenti nuovi atteggiamenti che si profilano all’interno della cristianità; c) la riforma innesca conseguenze che producono distinzioni e, talvolta, anche scontri. Ogni volta, quindi, che siamo di fronte al termine “riforma” - guidati dalle brevi riflessioni che hanno introdotto questo intervento - siamo di fronte a qualcosa di particolarmente incisivo.

Nel volume, il prof. D’Ambrosio - esperto di filosofia politica ed etica della pubblica amministrazione - legge il pontificato di Francesco e lo filtra attraverso la chiave interpretativa della riforma che, in papa Bergoglio - «Francesco è il primo Papa, dopo il Concilio, che non ha partecipato all’assise ecumenica» (15) - esprime il “profumo” del Vaticano II. Ne deriva un’analisi affascinante della “sfida” di Francesco, all’interno della quale il lettore è accompagnato dall’Autore - quasi per mano - in una sorta di “studio sociologico” delle istituzioni ecclesiali, allo scopo di individuare elementi utili per fornire una risposta alla domanda contenuta nel titolo.

Fra le pagine del libro - infatti - il concetto di riforma si fa lente di ingrandimento per illustrare, nel suo spessore, quanto - il 22 dicembre 2005 - Benedetto XVI - parlando ai membri della Curia Romana - affermò a proposito dell’interpretazione del più recente evento conciliare:

I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie - evidenziò papa Ratzinger - si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”: essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.[2]

Il «rinnovamento nella continuità», richiamato dal Papa emerito, costituisce il percorso che fa di ogni pontificato la traduzione del linguaggio della Chiesa nella storia: un linguaggio perennemente valido legato all’immutabilità di un messaggio che, da oltre duemila anni, rivela la sua perenne capacità di guidare i mutamenti della forma richiesti dalla contemporaneità. Se, come opportunamente osserva D’Ambrosio, «Il “niente di nuovo” riguarda […] la dottrina» (16), con Francesco la riforma - quasi inevitabilmente - interessa il «rinnovamento nella continuità»:

Quando si ascolta Francesco - scrive l’Autore - sembra che molti suoi punti di riferimento siano quelli conciliari. Tuttavia questo emerge da una lettura attenta e specialistica, perché i riferimenti sono così assimilati e maturati da sembrare propri del Papa e non una citazione diretta del Concilio. In termini semplici: molte volte Francesco “cita” il Concilio… senza citarlo! (15)

Nel solco del «rinnovamento nella continuità»

Sono riflessioni che evidenziano quanto sia necessario - oggi - ridimensionare o liquidare l’atteggiamento di chi scorge una rottura - meglio, una frattura - tra papa Francesco e i pontefici precedenti. Risulta sempre molto superficiale e strumentale il tentativo di opporsi - disconoscendola - alla continuità di ciò che “sta” e “fa” la Chiesa. È noto che la Evangelii Gaudium (2013) - carta d’identità del pontificato di Francesco[3] - nei suoi contenuti non è un documento ex novo, ma riflette, per molti aspetti, il pensiero espresso da Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi (1975) e da Benedetto XVI nella Porta Fidei (2011). Così come, l’enciclica di papa Montini costituisce un ineludibile presupposto per quanto - negli anni successivi - sulla “nuova evangelizzazione” hanno affermato i papi Wojtyla e Ratzinger.[4] A supporto dell’esistenza del filo rosso che amalgama il magistero pontificio e la società, Giovanni Paolo II nella Terbio millennio adveniente (1994) scrisse che: Nella storia della Chiesa, il “vecchio” e il “nuovo” sono sempre profondamente intrecciati tra loro. Il “nuovo” cresce dal “vecchio”, il “vecchio” trova nel “nuovo” una sua piena espressione.[5]

Figlio del Vaticano II, anche papa Bergoglio segue la modernità ecclesiale inaugurata dall’evento conciliare e, come Giovanni XXIII, chiede alla Chiesa di compiere un «balzo innanzi».[6] Un invito che - nella sfida di Francesco - si fa attenzione verso la propria contemporaneità e che, nell’elaborazione dell’Autore, diventa «sforzo di far entrare sempre più la Chiesa cattolica nella modernità, con tutta se stessa e senza tradire se stessa» (16).

Bergoglio, quindi, per ottemperare alla sua missione, si pone alla scuola del “meccanismo” conciliare che, pur lasciando intatta la sostanza - «l’autentica dottrina» - mira a ripensarne la forma - «la formulazione del suo rivestimento» - riprogettandola. Ma Ce la farà Francesco?

Riguardo ai temi cari a questo pontificato - scrive D’Ambrosio - va detto che essi hanno una doppia origine: da una parte la storia personale del pontefice e la sua assimilazione del Vaticano II e, dall’altra, emergenze e indicazioni che il collegio cardinalizio gli ha suggerito all’atto dell’elezione (19).

Esiste, quindi, «una precisa pianificazione strategica» (20) in Francesco che, per la sua radicalità, fa del suo progetto una sfida che non può non registrare «una forte resistenza» (21): Il dibattito sullo stile del Papa, sulla sua concezione di potere e sui gesti eloquenti del suo ministero - per il prof. D’Ambrosio - sono ben “poca” cosa rispetto al fatto che l’istituzione Chiesa è davanti a una scelta epocale: attuare il Vaticano II (dove non è stato ancora fatto) oppure ritornare a un modello di Chiesa precedente (21).

Con Francesco, sembra quasi di riascoltare la domanda di Paolo VI - «Ecclesia, quid dicis de te ipsa?» - alla quale il Vaticano II rispose ponendo alla base dei lavori conciliari il rinnovamento pensato all’interno di una «ecclesiologia di comunione» che interpellava - con il n. 12 di Lumen gentium, «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici» - la «totalità dei fedeli». Un particolare non sfuggito a Raniero La Valle che, in tale affermazione, ha individuato, accanto alla successione apostolica, la «successione dei discepoli» considerandola, come la prima, altrettanto significativa e costitutiva per la Chiesa nella storia: come discepoli - scrive l’intellettuale cattolico - anche noi siamo dentro una successione; non c’è solo la successione apostolica, che da Pietro e dagli altri apostoli arriva fino ai nostri vescovi e al papa: c’è anche una successione laicale, che dai discepoli anonimi che Gesù amava, dal discepolo che è rimasto, è giunta fino a noi; e questa successione discepola non è meno importante dell’altra, perché anch’essa fa parte della Tradizione che viene da Gesù e che insieme alla Scrittura porta con sé la divina rivelazione e rende attuale per ogni generazione la parola di Dio.[7]

Una «totalità» che, tra le pagine del volume, chiama in causa l’immagine di una Chiesa che - in quanto «istituzione umana e divina» (25) - «a iniziare dalla comunità degli Atti degli Apostoli - scrive D’Ambrosio - con le sue luci e le sue ombre» giunge «ai nostri giorni» (27). Interessante la sintesi che l’Autore compie della gradualità che identifica la Chiesa nella storia, muovendosi tra la castità di Agostino d’Ippona e l’ombra di Carl Gustav Jung, piacevolmente ricapitolate con il richiamo al pensiero di Lorenzo Milani, il “combattuto” priore di Barbiana che, nel 1957, tra le pagine del suo altrettanto problematico Esperienze pastorali - considerato, non a caso, fonte di sfida per la Chiesa in Italia di metà Novecento - scrisse:

Da bestie si può diventare uomini e da uomini santi, ma da bestie a santi in un passo solo non si può diventare (29).

E Milani appartenne - insieme a Mazzolari, Daniélou, De Lubac, Maritain, Chenú, Congar, Theilard de Chardin - a quella schiera di voci “riformatrici” che, tenute a debita distanza dal centralismo romano durante gli anni che precedettero l’appuntamento conciliare, si rivelarono - dopo essere stati gli sconfitti dello ieri - i vincitori del domani.

La sfida: per una «Chiesa in uscita»

Un domani che costituisce la nostra contemporaneità, all’interno della quale la molteplicità di posizioni - obiettivamente definite da D’Ambrosio «tantissime e diversissime» (32) - «impone rispetto e prudenza nel valutare la realtà da parte di pastori, educatori, genitori, catechisti» (33). È all’interno di questa realtà che papa Francesco - evitando il pericolo di considerare la fede «un’ideologia» (35) e «il rischio del fondamentalismo» (37) - indica, per definire i parametri della “Chiesa in uscita”, l’«improrogabile rinnovamento ecclesiale»: Sogno una scelta missionaria - scrive Francesco al n. 27 della Evangelii Gaudium - capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.[8]

È una riforma - quella di Francesco - che esige la conversione pastorale allo scopo di rendere la quotidianità più missionaria. Una sfida che impone anche la riforma delle istituzioni, suggerita fin dal 13 marzo 2013 quando, scrive D’Ambrosio, il nuovo papa Francesco, apparendo dal balcone delle benedizioni, parla di sé come il Vescovo di Roma e, tra le altre novità, china il capo perché “il popolo chieda la benedizione per il suo vescovo”. Sin da questo momento, con uno stile originale rispetto al passato ha riproposto la “questione potere”, nella Chiesa e nel  mondo, con tanti gesti e parole (41).

Rientrano nella «puzza della corruzione» (55) - secondo l’Autore - non soltanto il «Potere e denaro» (41), «il carrierismo di presbiteri e vescovi», l’«amministrazione dello Ior» (42), bensì l’insieme delle quindici «malattie» richiamate da Bergoglio in occasione del discorso natalizio alla Curia Vaticana del 22 dicembre 2014 (47), la cui sintesi rappresenta la prova più evidente che un approfondimento sul potere - scrive D’Ambrosio - non si può svolgere pensando che il potere è altro rispetto alla nostra vita, oppure che è solo di altri, con cui non abbiamo niente a che fare. […] A Francesco, del potere, interessa molto questo aspetto umano e relazionale (47-48).

Il vincolo relazionale sancisce una realtà: che ciascuno - per rispondere alla sfida lanciata dal pontefice - è chiamato a dare la propria risposta - la propria adesione? - compiendo una scelta:

Chi non sceglie - si legge nel libro - in fondo, ha già scelto, cioè ha scelto di non collaborare. La posta in gioco qui non è la semplice sequela di un leader, ma l’attuazione del Concilio Vaticano II (67).

Ce la farà Francesco? La sfida di Francesco riguarda, quindi, «una nuova prospettiva nella prassi ecclesiale» che l’Autore del volume individua nella «prospettiva dal basso», richiamando la Chiesa cattolica nella sua totalità - nella Evangelii Gaudium il Papa chiama in causa «ogni struttura ecclesiale» (n. 27) - alla propria vocazione nel compiere «scelte di povertà e autenticità cristiana» (76). Ciò avveniva anche cinquant’anni fa con il n. 76 di Gaudium et spes, e sullo stesso tema sono tornate molte delle pagine del magistero di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Anche Francesco, come i suoi predecessori, si pone nel solco della storia e con la sua sfida - oggi - disegna l’immagine di una missione ecclesiale, tesa a fare di ogni uomo e di ogni donna - purché disposti a rendere incisivo un messaggio perennemente attuale - i testimoni e gli interpreti di una “Chiesa in uscita”.

[docente della Facoltà Teologica Pugliese e dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Trani e di Foggia, Cerignola, Foggia]


[1] A. Sciortino, «“Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”. Quale Paese e quale Mezzogiorno», in S. Martini e M. Petti (a cura di), 150 anni e non sentirli. Eredità e prospettive dell’Italia che cambia, Roma, Edizioni Studium, 2011, p. 26.

[2] Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005.

[3] Cfr. Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, 24 novembre 2013.

[4] Cfr. N. Galantino, «Una “Chiesa in uscita per un nuovo umanesimo”. Prolusione all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Nicola, il Pellegrino” per l’inaugurazione dell’A.A. 2014-2015 (Trani, 21 ottobre 2014)», in Salós. Rivista dell’ISSR San Nicola, il Pellegrino, XV (2015) 15-16 (in corso di stampa).

[5] Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Tertio millennio adveniente all’episcopato, al clero e ai fedeli circa la preparazione del Giubileo dell’Anno 2000, 10 novembre 1994, n. 18.

[6] Cfr. Giovanni XXIII, «Discorso per la solenne apertura del Concilio», 11 ottobre 1962, in Documenti del Concilio Vaticano II, Bologna, Ed. Dehoniane, 1986, pp. 995-996.

[7] R. La Valle, Il Concilio nelle vostre mani. Intervento conclusivo all’assemblea convocata da 104 gruppi ecclesiali, associazioni, riviste, a cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, tenutasi il 15 settembre 2012, nell’anniversario del radiomessaggio di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962, nell’Auditorium dell’Istituto Massimo a Roma.

[8] Cfr. Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, cit., n. 27.

Azioni sul documento
  • Stampa
archiviato sotto: ,
Prossimi eventi
La comunità che viene dal futuro: ricordando Franco Ferrara 30/11/2019 09:00 - 17:30 — Sala De Deo, Palazzo Comunale, via G. Rossini, Gioia del Colle (Ba)
Prossimi eventi…
Pubblicando, i testi di Cercasi un fine

Potere e partecipazione. Un'esperienza locale di amministrazione condivisa, di S. Di Liso, D. Lomazzo

Sesto libro della collana di Cercasi un fine

 


La salute nella e oltre la leggeLa salute nella e oltre la legge. Sfide odierne, di F. Anelli e G. Ferrara

 

Quinto libro della collana di Cercasi un fine


Attrezzarsi per la città

Attrezzarsi per la città. Laboratori di formAZIONE socio-politica, di M. Natale

Questo libro, quarto della collana di Cercasi un fine, racconta un’idea, diventata poi una esperienza, basata sulla convinzione che si possa, anzi si debba, progettare...


 

Meditando in video
Papa Francesco ha inviato domenica 23 aprile 2017 un video messaggio dedicato a don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, alla manifestazione “Tempo di Libri”, a Milano, dove nel pomeriggio è stata presentata l’edizione completa di “Tutte le Opere” del sacerdote, con alcuni inediti, curata dallo storico Alberto Melloni per la collana dei Meridiani Mondadori...
Videomessaggio del Santo Padre per Don Milani
Politica in weekend - 2 e 3 luglio 2016
Guida alla riforma costituzionale
Di più…
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002 e una rete di scuole di formazione politica. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

altre info su

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

Cercasiunfine_115_Pagina_01.jpg

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 115
(2019 - Anno XIV)

quadratino rosso Tema: Ambiente

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


  Il 116 è sulla COPPIA (cosa vuol dire oggi essere "coppia"? Quali i ruoli nella coppia? Cos è la fedeltà nella coppia?) in preparazione.

 listing Il 117 è sul RAZZISMO (Dove nasce il razzismo? Cosa ci fa diventare razzisti? C'è il razzismo nella Chiesa?),  testi da inviare entro il 15 ottobre 2019.

 listing Il 118 è sull'ECONOMIA CIVILE (Cosa è l'economia civile? I Pro e i Contro di questo modello? Dove è applicato e come?)  testi da inviare entro il 15 novembre 2019.

 listing Il 119 è sul DIALOGO INTERRELIGIOSO  (Quanto abbiamo paura delle altre religioni? Le religioni dialogano tra di loro? Qual'è la finalità del dialogo? Cos'è il fondamentalismo religioso?)  testi da inviare entro il 31 gennaio 2020.

 listing Il 120 è sui DOVERI (si parla spesso di diritti: e i doveri? Cosa intendiamo per doveri? Esistono gruppi, culture e religioni che danno seria testimonianza sui doveri? Come educare ai doveri?)  testi da inviare entro il 15 marzo 2020.


Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.