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L'Etiopia in guerra, di Leonardo D'Alessandro

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 27/11/2020 13:58
Da un nostro amico, missionario in Etiopia, riceviamo una drammatica testimonianza sulla guerra in corso in Etiopia, che ci aiuta a comprendere anche le cause storiche...

 

 

 Il Primo Ministro Etiope, Abiy Ahmed, è forse impazzito? 

È stato un errore madornale attribuirgli il Nobel per la Pace 2019? 

Come è possibile che l’Etiopia dichiari guerra al Tigray, una delle Regioni del Paese? 

Queste sono alcune delle domande che molti si pongono a partire dal 4 novembre scorso, da quando cioè l’Esercito Federale Etiopico ha lanciato un attacco contro le milizie del TPLF, Fronte Popolare di Liberazione del Tigray

Tutti i conflitti possono e debbono essere risolti pacificamente, perciò nessuno si senta autorizzato a scambiare quanto segue (un necessariamente sintetico e parziale contributo alla comprensione delle cause delle tensioni) con una approvazione delle iniziative belliche in corso. 

L’imperatore Haile Sellase I, il Re dei Re, ha regnato sovrano in Etiopia dal 1930 al 1974 (ma già dal 1916 era Reggente Plenipotenziario). 

Con un colpo di stato nel 1974 i comunisti filo-Sovietici presero il potere, che mantennero col terrore fino al 1991, quando le milizie antigovernative composte (da Nord a Sud) da Eritrei, Tigrini, Amara, Oromo e gli altri Popoli del Sud, riuscirono a sconfiggere e a mettere in fuga il dittatore Menghistu, il quale riparò in Zimbabwe (dove ancora vive). 

Subito dopo la vittoria, il TPLF disarmò le milizie degli altri gruppi etnici e, con elezioni truccate, prese saldamente il controllo dell’intero Paese (si tenga conto del fatto che i Tigrini sono circa il 6% dell’intera popolazione e si trovano a Nord), governando tramite una coalizione organizzata su base etnica e formata (solo apparentemente) da 4 partiti diversi: SEPDM (Movimento Democratico Popolare dell’Etiopia del Sud), ANDM (Movimento Democratico della Nazione Amara), TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) e OPDO (Organizzazione Democratica Popolare Oromo). 

“Solo apparentemente”, perchè, in realtà queste organizzazioni presenti nelle 4 principali aree del Paese, erano totalmente controllate dal TPLF. 

Da allora in poi, tutti i capi militari, i giudici, i pubblici funzionari, gli amministratori, il Primo Ministro e persino il Patriarca della Chiesa Ortodossa Etiopica furono o membri del TPLF o persone ad esso collegate o da esso controllate. 

Visto che a quei tempi l’Eritrea faceva ancora parte dell’Etiopia, Tigrini ed Eritrei, che, semplificando diciamo sono della stessa etnia e parlano la stessa lingua, sognavano di fondare un nuovo stato, il Grande Tigray, separato dal resto dell’Etiopia, che si estendesse dal Nord dell’Etiopia fino alle coste del Mar Rosso. Con questa prospettiva in mente il TPLF, promuovendo la stesura della Costituzione, vi fece includere la possibilitá per ogni etnia di chiedere l’autonomia, fino alla secessione (Art. 39). 

I primi ad approfittare di tale facoltá furono gli Eritrei, i quali con un Referendum si dichiararono Stato indipendente già nel 1993. 

Il TPLF, invece, ha preferito temporeggiare e trarre vantaggio dal proprio potere assoluto per drenare le ricchezze del Paese usando delle sue risorse a proprio piacimento. 

Ma il ritardo del Tigray nell’unirsi all’Eritrea, ha indotto quest’ultima alla diffidenza, diventata poi reciproca, che ha permesso che una scaramuccia militare nata in alcuni territori contesi sul confine si trasformasse, a Maggio del 1998, in una guerra aperta tra coloro che un tempo avevano sognato di unirsi in un solo Paese e che improvvisamente si ritrovarono a combattersi come acerrimi nemici. 

La guerra fu vinta dall’Etiopia, la quale fu peró invitata dalle Nazioni Unite a restituire i territori contesi all’Eritrea, alla quale, secondo l’organizzazione internazionale, essi appartenengono. Ma il TPLF oppose un fermo rifiuto, che dura ancora fino a oggi. 

Per comprendere come il TPLF abbia sfruttato le ricchezze del Paese, basti l’esempio della miniera d’oro di Shakkiso, la più grande d’Etiopia, data in concessione a investitori conniventi, mentre venivano regolarmente represse con brutalità le manifestazioni di studenti che osavano chiedere spigazioni su come mercurio e altre sostanze altamente tossiche, utilizzate per l’estrazione del prezioso metallo, venivano smaltite. 

Il TPLF ha di fatto impedito la libera espressione della stampa ed ha sistematicamente ostacolato la formazione di partiti di opposizione, arrivando a far chiudere, naturalmente adducendo motivi di inadeguatezza sanitaria o di inadempienze fiscali, gli hotel che affittavano saloni o altre strutture ai partiti 

di opposizione che intendevano tenere una riunione e mai concedendo permessi per raduni o manifestazioni. 

Il TPLF ha anche tentato a più riprese di allargare i confini del Tigray annettendo con manovre politico-giudiziarie alcuni territori da sempre appartenuti alla Regione Amara e addirittura una fascia di terra del Benishangul-Gumuz che, guarda caso, include la grande diga sul Nilo. 

Il controllo del TPLF sul Paese è arrivato al punto di stravolgere il risultato delle elezioni del 2005, quando ovunque ci fossero osservatori internazionali il partito al governo fu sconfitto. Ma quando migliaia di studenti scesero in piazza per protestare contro il governo che non voleva riconoscere la vittoria delle opposizioni, bastò infiltrare agitatori violenti per avere la scusa per arrestare migliaia e uccidere centinaia di pacifici manifestanti. Tutti i capi delle opposizioni, tra cui Birtukan Mideksa (vedi più sotto), furono arrestati con l’accusa di sovvertire l’ordine costituzionale e condannati all’ergastolo. Vennero poi rilasciati solo dopo essere stati costretti ad un autodafè. 

In seguito a quella brutale dimostrazione di forza del TPLF la comunità internazionale sospese tutti gli aiuti all’Etiopia. Ma li riprese presto, nel 2006, quando l’Etiopia si assunse il compito di tenere a bada le Corti Islamiche in Somalia, visto che Stati Uniti ed Europa erano già impegnate in Iraq e Afganistan. 

Nell’Agosto del 2012 Mellese Zenawi, Leader storico indiscusso del Paese dal 1991, all’età di 57 anni morì per un tumore al cervello e il TPLF, accusato sempre più apertamente di accentrare tutto il potere, anziché sostituirlo con un altro Tigrino, preferì promuovere l’allora Vice Primo Ministro, Hayle Mariam Dessalegn, un Wolayta (del Sud), pensando di poterlo manovrare facilmente. 

4 anni fa gli Oromo (sono il 40% circa della popolazione e si trovano al Centro-Sud) e gli Amhara (sono oltre il 20% della popolazione e si trovano al Centro-Nord) hanno cominciato a protestare pacificamente contro lo status quo; e solo quando il governo ha schierato l’esercito per impedire le manifestazioni, le proteste sono dilagate diventando anche violente. Al che il TPLF ha chiesto al Primo Ministro di soffocare nel sangue le rivolte; ma lui si é rifiutato dimettendosi. 

A quel punto l’unico modo per calmare gli animi era quello di dare l’incarico a un Oromo

Ecco come (2 Aprile 2018) é stato nominato Primo Ministro Abiy Ahmed, il quale, una volta assunto il potere ha subito deluso il TPLF, introducendo riforme democratiche nel Paese, liberando tutti i prigionieri politici, facendo eleggere una donna come Presidente della Repubblica, permettendo ai giornalisti di esprimere liberamente le proprie opinioni, facendo arrestare per corruzione diversi membri del TPLF e addirittura promettendo elezioni libere, a garanzia delle quali ha nominato come capo della Commissione Elettorale Nazionale Birtukan Mideksa, una donna giudice, la quale era stata in prigione una prima volta per 18 mesi e una seconda volta per 22 mesi e poi costretta all’esilio per aver osato condannare un ministro del TPLF corrotto e per aver tentato di organizzare un partito di opposizione. 

In Etiopia fino ad oggi non ci sono mai state elezioni libere e democratiche (vedi: Ethiopia since the Derg, Siegfried Pausewang, Kjetil Tronvoll and Lovise Aalen, 2002); perciò quando dovessero tenersi quelle promesse da Abiy Ahmed, sarebbero le prime vere elezioni nella storia del Paese. 

Il Primo Ministro Abiy Ahmed, all’età di 43 anni, si é guadagnato il Nobel per la Pace 2019 per aver fatto la pace con l’Eritrea, alla quale ha promesso la restituzione dei famosi territori contesi (ma il TPLF continua a rimanere irremovibile). 

Il Primo Ministro Abiy Ahmed é anche riuscito a ricucire uno scisma che divideva la Chiesa Ortodossa Etiopica da 27 anni. 

Abiy Ahmed accusa il TPLF di fare di tutto per ostacolarlo (già 4 volte è sfuggito ad altrettanti tentativi di eliminarlo fisicamente) e cerca di far fallire le sue riforme. 

A tale scopo non avrebbero esitato a utilizzare le grandi ricchezze accumulate negli anni che hanno trascorso al potere per finanziare manipoli di facinorosi in ogni gruppo etnico e in ogni area del Paese per provocare conflitti tra tribú con risultati devastanti: in effetti poco dopo che Abiy Ahmed ha assunto l’incarico sanguinosi scontri si sono susseguiti nei quattro angoli del Paese, costringendo tantissime famiglie ad abbandonare case, campi e bestiame (i rifugiati interni nel solo territorio del nostro Vicariato Apostolico hanno superato il milione). 

Da metà settembre é in corso il cambio delle vecchie banconote con le nuove. Questa manovra del Primo Ministro ha lo scopo di ridurre la ricchezza del TPLF, il quale userebbe le enormi somme di denaro accumulato in nero per finanziare la destabilizzazione del Paese. Siccome il governo permette solo prelievi limitati di denaro, censisce coloro che portano in banca grosse somme in contante da cambiare e 

chiede loro spiegazioni sulla sua provenienza, il TPLF riuscirà a cambiare solo una minima parte del denaro che ha e ne perderà il resto, perdendo con esso la capacitá di nuocere al Paese. 

In un ennesimo tentativo di delegittimare il Primo Ministro, a fine settembre il TPLF ha indetto e tenuto le elezioni nel Tigray, nonostante il governo centrale, causa Covid, avesse rinviato le elezioni in tutto il Paese. 

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’assalto che le milizie del TPLF all’inizio di novembre avrebbero sferrato contro una base militare federale nel tentativo di impossessarsi di armi pesanti, cannoni e carri armati. 

Il Primo Ministro Abiy Ahmed ha valutato di non avere altra opzione se non quella militare per risolvere una volta per tutte la questione del TPLF che, a suo dire, non si rassegna alla perdita del potere e non permette al Paese di crescere e prosperare liberamente. 

È un fatto che nei 27 anni in cui è stato al potere, il TPLF ha diviso il Paese su base etnica e ha al contempo di fatto impedito la formazione di partiti politici di opposizione; per cui oggi il Paese vede nascere partiti solo su base etnica, con conseguenti scontri etnici. Abiy Ahmed sta cercando di spostare lo scontro dall’ambito etnico a quello politico. Ed è convinto di poterci riuscire solo mettendo in condizioni di non nuocere il TPLF che, secondo lui, sta alimentando proprio gli scontri etnici. 

Per quanto mi riguarda, penso che ci sia sempre e comunque spazio per il dialogo. 

Il TPLF è stato un gruppo di potere per molti anni; ma il popolo Tigrino è molto di più del TPLF

Mi auguro che se i Tigrini volessero uscire dall’Etiopia rendendosi indipendenti lo facciano pacificamente, senza disturbare il resto del Paese. Mentre l’Etiopia dovrebbe rispettare il popolo Tigrino nella sua eventuale volontà, liberamente e democraticamente espressa, di autodeterminazione. 

Certamente la comunità internazionale potrebbe aiutare le parti a imboccare la via di una soluzione pacifica. 

Dio aiuti l’Etiopia!

[presbitero della diocesi di Bari, missionario fidei donum in Etiopia]

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