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Leggere e studiare: mode antiquate? di Rocco D’Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 26/06/2019 09:59
Qualche buona lettura fa piacere. Non solo. Ci aiuta anche a resistere all'imbarbarimento crescente. Ma come orientarsi nello scegliere ciò che leggere?

 

Nel 2017 – afferma l’ISTAT -  sono il 41% le persone di 6 anni e più che hanno letto almeno un libro per motivi non professionali (circa 23 milioni e mezzo). Il dato (su cui spesso si è discusso, non solo per lo scarso risultato rispetto a molti altri Paesi occidentali, ma anche per la metodologia della statistica in questione) è tratto dall’ultimo rapporto Istat su “La produzione e la lettura di libri in Italia”(che si può leggere integralmente: https://www.istat.it/it/files//2018/12/Report-Editoria-Lettura.pdf).

Nel 2017 la quota di lettori è pari al 41% della popolazione di 6 anni e più, (quasi 6 punti percentuali in meno rispetto al 2010), tornando, quindi, ai livelli del 2001. Il divario tra uomini e donne nella propensione alla lettura si è consolidato progressivamente a partire dai primi dati riferiti al 1988, anno in cui la differenza in favore delle donne era di 5,6 punti percentuali mentre nel 2017 è di 12,6 punti, valore stabile dal 2010. 

Mi sono sempre chiesto: perché molti non leggono? Perché nel nostro Paese si legge così poco? Chi non legge – sono convinto -  si perde tanto, ma comunque, se non lo fa, è anche (non solo) responsabilità di chi non l’ha aiutato a scoprire quanto sono utili i libri. Esiste uno stretto e indissolubile rapporto tra crescita personale e libri. “I libri - scriveva Hermann Hesse - non esistono per rendere meno autonomo chi non ha carattere, e ancor meno esistono per elargire un raffinato e illusorio surrogato della vita a chi è incapace di vivere. Al contrario i libri hanno valore soltanto se conducono alla vita, se servono e giovano alla vita, ed è sprecata ogni ora di lettura dalla quale non venga al lettore una scintilla di forza, un presagio di nuova giovinezza, un alito di nuova freschezza”.

Tutti i libri hanno queste “scintille di forza”? Certamente no. E qui vengono i problemi, infiniti. Mi hanno insegnato che, riguardo alla lettura, ci sono i libri che si devono leggere, quelli che si possono leggere e quelli che è meglio non leggere. 

I primi sono i classici e come dice Calvino in un ricco saggio: “I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale”. Quanti classici abbiamo letto? Quanti classici abbiamo fatto leggere ad amici o studenti o educandi? Il basso profilo culturale del nostro Paese non è solo responsabilità dei tanti ignoranti e presuntuosi leader nazionali ma anche dei diversi che non leggono (o scrivono o stampano) e non fanno leggere roba di qualità. Penso, in primis, a genitori, docenti ed educatori, ma anche autori ed editori.

Ci sono, poi, i libri che si possono leggere ossia quelli consigliati, belli ma non indispensabili, interessanti ma non decisivi per la vita e così via. Ma non siamo nei tempi antichi dove i libri erano meno per quantità e migliori per qualità. Quindi si può leggere qualcosa ma non tutto. Chi dice di aver letto tutto su un tema è solo uno stupito venditore di chiacchiere. Chi non può dedicare tanto spazio alla lettura deve fare i conti con il tempo e certamente quel poco che ha lo verrebbe dedicare a letture valide. 

Andiamo ora ai libri che è meglio non leggere. Non sono assolutamente per la censura e concordo con Calvino quando scrive nelle Lezioni americane: "la nostra civiltà si basa sulla molteplicità dei libri; la verità si trova solo inseguendola dalle pagine di un volume a quelle di un altro volume, come una farfalla dalle ali variegate che si nutre di linguaggi diversi, di confronti, di contraddizioni". Tuttavia ci sono molti libri che non valgono molto, anzi niente. Come orientarsi? Personalmente non compro mai libri su temi sconosciuti se prima non mi sono consigliato con chi, in materia, ne sa molto, cioè un “esperto”. Come tale è tenuto anche a leggere anche ciò che non vale, diciamo per “doveri di ufficio” e quindi è capace di consigliare se un libro va letto o meglio non spendere soldi e tempo. In materia non aiutano gli editori che, in genere, sono troppo concentrati sulla quantità (di utili) che sulla qualità di quello che si scrive.

Una nota particolare merita il problema lettura nei nostri ambienti formativi. Sono convinto che la scrivania di un genitore, docente, educatore, pastore siano indicative per aiutarci a comprendere quali strumenti culturali e formativi siano diffusi attorno a noi. La domanda successiva sarebbe, allora: cosa si legge nei nostri ambienti? 

 Fatte salve la libertà e la sensibilità personali, il problema non è di poco conto. Attraverso le letture passa molto della nostra formazione personale, politica, cristiana. Ognuno di noi ricorderà saggi e romanzi che lo hanno formato così chiaramente da poter quasi dire che molto di quello che è “dipende” da quei contenuti appresi, non solo in forma scritta ma anche orale ed esperienziale.

Il riferimento a don Milani è qui di grnade aiuto. Il sacerdote fiorentino fu cosciente che la mancanza di parole era - ed è! - una delle povertà più serie. Milani, infatti, fu pienamente convinto che la povertà “non si misura a  pane, a casa, a caldo, ma sul grado di cultura e sulla funzione sociale(Esperienze pastorali). Di qui l’attenzione allo strumento parola. «Ciò che manca ai miei figlioli – scrisse nel 1950 - è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude». Della parola Milani colse anche la portata sociale e politica. Non a caso, sul muro della Scuola di Barbiana, aveva fatto scrivere: «l'operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone». Milani aveva ben compreso che, per i suoi ragazzi, il fattore determinante era la padronanza degli strumenti linguistici. E per questa padronanza lavorò instancabilmente, non ritenendola mai un’utopia: «Sono poi fermamente convinto che quest'ideale di colmare il dislivello culturale tra classe e classe non rappresenta un'utopia. La prova è questa: oggi un avvocato o un ingegnere godono di un livello culturale e quindi umano dal quale il povero è totalmente tagliato fuori e umiliato. Ma tra loro due si parlano da pari a pari quantunque l’avvocato non sappia una parola di ingegneria e viceversa. La parità umana è dunque ben compossibile con un totale dislivello in cultura professionale ed è data dal patrimonio comune di cultura generale. In questa cultura generale il fattore determinante è a nostro avviso la padronanza della lingua e del lessico».

Allora, più precisamente, ci dovremmo chiedere: quali parole, e in quali libri, circolano nei nostri ambienti? Inoltre: dove esse vengono apprese? E chi e come li diffonde? Lo stesso dicasi per il mondo di internet: cosa si cerca nei siti? Quali siti frequentiamo abitualmente? Quali sono le nostre fonti on line di informazione e formazione? So bene che sono domande difficili. Ma forse sono le uniche, nella misura in cui cerchiamo di rispondere onestamente, che ci permettono di uscire da vuoti giri di parole sulla formazione carente, sulla scarsa preparazione di educatori, docenti, genitori, pastori e catechisti, sull’immaturità umana e culturale dei nostri educandi. 

Un ostacolo nel riconoscere, accogliere e rispondere a queste domande è data da un diffuso atteggiamento, che mi permetto di individuare come pregiudizio anticulturale. Una conoscenza più approfondita, della vita sociale  politica ed ecclesiale, la si ritiene materia per specialisti, per cui succede che valutiamo i problemi formativi con pressappochismo e superficialità. Inoltre, spesso, non ci rendiamo conto di quanto la nostra ignoranza incida anche sul piano emotivo: molti problemi si amplificano, anche patologicamente, perché, mancandoci gli strumenti per interpretarli, li consideriamo tabù, fonti di paure e squilibri, veri e propri pericoli. Si pensi ai problemi antropologici, sociali, economici, politici.

Formarsi e formare sono fenomeni complessi; la serietà dell’impegno in questi campi la si può avere solo nella misura in cui abbiamo letto libri seri, incontrato persone di qualità e progettato in maniera competente i nostri interventi educativi e pastorali. Non a tutti è dato di acquisire un sapere specialistico in materia, ma tutti dovrebbero, per il loro benessere e la loro salute, conoscere i fondamenti dell’attività educativa in maniera sufficiente e relativamente proporzionata al ruolo svolto. Per dirla in termini semplici - parafrasando Gramsci quando parla di intellettuali – non si tratta di diventare tutti cuochi o sarti professionisti, ma almeno di sapersi preparare un uovo o rammendare uno strappo facendo un buon lavoro e limitando i danni. Il ruolo di docenti e intellettuali lo lasciamo, nella Chiesa e nel mondo, a coloro che hanno ricevuto dal buon Dio i doni per farlo. A tutti, invece, si chiede quella preparazione sufficiente per svolgere il loro piccolo ma prezioso servizio. Quanti danni possono fare le parole dette male o sbagliate che piccoli, giovani e adulti in formazione possono malauguratamente ascoltare da pastori e catechisti. 

In particolare è importante acquisire strumenti che tengano insieme gli aspetti che emergono dai saperi teologici e da tutte le scienze umane (antropologia, etica, sociologia, psicologia, scienza politica e via discorrendo). Attingendo ad essi possiamo dotarci di quelle nozioni basilari per svolgere il nostro ministero di pastori e/o educatori con competenza e diligenza. E qui le letture sono importantissime. Comprare un libro è un’opera difficile. Molte volte le nostre librerie sono piene di libercoli, scopiazzati e dannosi. Per cui è importante farsi consigliare da chi ne sa di più, per esperienza e/o per professione, come si diceva prima. 

Il pregiudizio anticulturale si manifesta anche quando si deve permettere a qualcuno dei nostri giovani di fare un salto di qualità in termini di crescita culturale. Purtroppo crescono i casi in cui, chi ha la responsabilità di favorire e sostenere queste esperienze le nega in ogni modo. Non mi addentro nel capire il perché di questo diniego, spesso basato su motivazioni discutibili (scarsezza di risorse umane o economiche, “sospetti” su alcuni ambienti culturali, invidie, gelosie e via discorrendo).

Un po’ più di attenzione a quello che leggiamo e facciamo leggere ci aiuterebbe a formare l’altro con la parola giusta, dopo averla scoperta e fatta nostra come educatori. Infatti solo dopo aver imparato per primi ad ascoltare e a conoscere le potenzialità e i confini delle parole, divenendone servi e figli, possiamo insegnarle. Solo questo cammino permette di governare le parole con maestria, di custodirle come dono. Si pensi a quanto, oggigiorno, la scuola e l’università, sia laiche che cattoliche, ma lo stesso può valere per i contesti comunitari, si propongano troppi obiettivi, a volte dando poco spazio o dimenticando ciò che in prima istanza è importante sapere ed imparare: dominare la parola. In Esperienze pastorali  scrisse dei docenti: «non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola».

Superati tutti questi scogli – dalle tante offerte in libreria al buon libro da cercare, dal tempo che manca all’allergia allo studio… viene il momento della lettura! Che bella! Molte volte è un tempo da cercare con determinazione e da difendere a denti stretti. Ma è un tempo di cui non possiamo fare a meno. Dietrich Bonhoeffer riteneva il libro uno degli strumenti indispensabili per non cadere in “processi di involgarimento” e acquisire “un nuovo stile di nobiltà”. In un tempo in cui c’è un revival, ridicolo e anticostituzionale, di titoli nobiliari non fa male ricordare che la vera nobiltà è quella del cuore e dell’intelletto, che la vera eccellenza è quella della virtù (Aristotele). E i libri sono la via maestra per acquisire il nuovo stile di nobiltà.

 

*Rocco D'Ambrosio, ordinario di Filosofia politica presso la facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (www.rocda.it); insegna Etica ella Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno (ex SSAI, Roma); è direttore delle scuole di politica dell’associazione “Cercasi un fine” (www.cercasiunfine.it). 

* Articolo in gran parte pubblicato in «Rivista Presbyteri», anno 53, n. 5, maggio 2019, pp. 381-386.

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