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Le seduzioni del potere, di Lorenzo Gaiani

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 29/12/2016 09:05
Una riflessione acuta e argomentata sul tema del potere oggi, in particolare alla luce della fede cristiana

 

 

Il nostro Circolo Dossetti di Milano, costituitosi ormai quasi vent'anni fa sotto il nome augurale di Giuseppe Dossetti, ha sempre fatto della riflessione sul legame fra spiritualità, formazione e politica il centro della propria attività, assumendo come esigenza fondamentale quella di una “politica pensata” in anni in cui sembra invece prevalere una politica emozionale, basata sulla logica di schieramento più che sull'adesione intima a certi valori .

In questo senso, era quasi inevitabile che la nostra strada si intrecciasse prima o poi con quella di Rocco D'Ambrosio, presbitero della Diocesi di Bari – Bitonto, docente di teologia alla Gregoriana e soprattutto animatore del periodico “Cercasiunfine” _ un nome che deriva direttamente da don Milani e dalla sua esperienza- che è l'anima di numerose scuole di formazione politica.

Il testo che esaminiamo oggi è in sostanza una raccolta di riflessioni del prof. D'Ambrosio a partire da quell'evento veramente spiazzante che è stata l'elezione di Papa Francesco nel marzo 2013 e del ricco Magistero che questo Pontefice sta donando alla Chiesa e al mondo. Occorre dire subito una cosa: questo Magistero è spiazzante per tutti. Lo è per coloro che, come rileva D'Ambrosio, avevano stabilito da tempo un'impropria alleanza fra cristianesimo e liberismo, e si trovano davanti un Pontefice che parla di periferie esistenziali , che chiede ai pastori di avere l'odore delle pecore e ripudia la mondanità e la ricerca della ricchezza, e soprattutto denuncia in termini strutturali un sistema di potere basato sull'oppressione dell'uomo, smitizzando le derive ideologiche di ciò che si è definito “occidentalismo” o pensiero neo conservatore.

Ma lo spiazzamento, ripeto, è generale, riguarda anche coloro che furono critici con il pensiero mainstream della Chiesa italiana negli ultimi decenni, perché Francesco non è venuto dalla fine del mondo a schierarsi da una parte o da un'altra di una battaglia fra ombre in cui veramente i morti dovrebbero seppellire i morti,

In qualche modo, e senza quasi dire una parola in proposito, Jorge Bergoglio si lascia alle spalle le defatiganti e spesso dolorose querelles circa la validità e la corretta interpretazione del Vaticano II in quanto egli spontaneamente e senza difficoltà vive – nella sua condizione di Vescovo e ora di pastore della Chiesa universale – quella straordinaria assise come parte integrante della Tradizione ecclesiastica .

“Il Concilio Vaticano II – ha scritto nella sua prima enciclica, quella redatta “a quattro mani” con il suo predecessore – ha fatto brillare la fede all’interno dell’esperienza umana, percorrendo così le vie dell’uomo contemporaneo. In questo modo è apparso come la fede arricchisce l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni”. La stessa questione a lungo dibattuta della collegialità episcopale, rimessa all’ordine del giorno non solo dalla percezione dell’inutilità dell’istituto sinodale così come esso è attualmente, ma anche dalla crescente insofferenza degli episcopati più lontani dal Vaticano dell’eccessivo e spesso controproducente potere della Curia romana, è oggetto di uno studio approfondito. Esso non coinvolge soltanto il Consiglio dei Cardinali per la riforma del governo ecclesiastico che il Papa ha istituito solo un mese dopo la sua ascesa al pontificato (e alla cui guida ha chiamato un altro latinoamericano, l’honduregno Rodriguez Madariaga, da sempre critico verso i meccanismi curiali), ma va probabilmente a modificare alcuni aspetti non marginali della struttura della Chiesa.

Qualcuno ha accusato il Papa di abbandonarsi anche lui alla deriva populista.

Se dobbiamo dar retta alla politologia più recente, la miglior definizione di populismo è quella di Daniele Albertazzi e Duncan Mc- Connell, per i quali il populismo è “un’ideologia secondo la quale al “popolo” (concepito come virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle “elite” e una serie di nemici i quali attentano ai diritti, i valori, i beni, l’identità e la possibilità di esprimersi del “popolo sovrano”.”

Nella logica populistica non esistono le classi sociali; ed i richiami in ordine alle rivendicazioni economiche e sociali, che pure vi sono, non sono inseriti in un ordine coerente ma vengono, per così dire, affogati in una concezione del “popolo” come se fosse un tutt’uno da contrapporre ad una “casta” di privilegiati che quasi sempre è composta non dalle élites economiche ma dai politici professionali, o dai ceti intellettuali, o magari dai sindacati, in nome di una concezione della democrazia che si esercita nel rapporto fra il Capo e la folla. E tuttavia, non è possibile che la critica del populismo ci faccia dimenticare il popolo: in altre parole, se il modo di porsi dei populisti suscita ben a ragione non poche perplessità e preoccupazioni, è inevitabile rilevare che se esso è riuscito nel corso di qualche mese a divenire – sia pure di poco – il primo partito del Paese è perché ha impattato domande sociali che altrove non trovavano risposta.

Una chiave interpretativa della “politica” di Francesco ha provato a fornirla un suo amico, il prof. Francisco Mele, che gli è succeduto sulla cattedra di psicologia del Collegio gesuitico del Salvador di Buenos Aires. Egli guarda al nuovo Pontefice come ad un esponente della “teologia del popolo”, intesa come “superamento della teologia della liberazione, pur non rinnegandola. I teologi della liberazione si ispiravano ad un’interpretazione socio-strutturale di carattere marxisteggiante . I teologi del popolo (…) non credono nelle classi ma appunto nel popolo. Con una speciale attenzione ai poveri, che in America Latina sono ancora tanti, troppi. Bergoglio vuole una Chiesa “dei poveri per i poveri”, schierata al fianco del popolo sofferente, umiliato, tradito dalle élite ed esposto alle insidie dell’individualismo edonistico-libertario, del capitalismo selvaggio e della globalizzazione imperialista (…) Per il papa vale l’idea per cui la dottrina ci insegna in chi credere, ma il popolo ci insegna come credere”.

La veridicità di queste asserzioni emerge chiaramente anche dal testo di D' Ambrosio, e non si può negare che molti indizi in questo senso siano stati lasciati dal card. Bergoglio in alcune sue dichiarazioni degli scorsi anni, che ovviamente non ebbero alcuna eco in Italia e in Europa. Ad esempio, parlando della “condanna” della teologia della liberazione avvenuta sotto Giovanni Paolo II ad opera del card. Ratzinger, Bergoglio afferma : “Non parlerei neppure di una condanna in senso

legale di certi aspetti, bensì di una segnalazione. […] Il rischio era di snaturare una cosa che la Chiesa ha chiesto nel Concilio Vaticano II e che da allora non ha mai smesso di ripetere: bisogna trovare il cammino giusto per rispondere alla preoccupazione per i poveri,esigenza evangelica assolutamente imprescindibile e centrale”. E ancora: “Più gli agenti pastorali scoprono la pietà popolare, più l’ideologia decade, perché si avvicinano alla gente e ai suoi problemi con un’ermeneutica reale, tratta dal popolo stesso”.

Dunque, la “politica” di Bergoglio è per i poveri e in mezzo ai poveri, in una logica che scarta la dimensione avanguardistica ed elitaria, ma che valorizza la dimensione complessiva dell’approccio alle problematiche sociali senza mai dimenticare che l’ottica da cui partire è quella della povera gente. E in qualche misura questo pensiero si riflette anche sulla comunità ecclesiale nel suo complesso, come quando afferma: “Vorrei anche chiarire che, quando si parla di ‘Chiesa’ – soprattutto sui giornali – si tende a parlare dei vescovi, dei preti, della gerarchia; ma la Chiesa è tutto il popolo di Dio”.

Salutare ammonimento, si potrebbe dire, sia nei confronti di una certa iattanza clericale, sia nei confronti della superficialità con cui di certe vicende ecclesiali si parla da parte di giornalisti che preferiscono dar credito ad ogni spiffero curiale piuttosto che all’esperienza vivente della comunità ecclesiale.

La povertà e l’esclusione sociale diventano quindi la chiave interpretativa della storia, conducendo così ad un capovolgimento dell’ottica abituale, ed assume quindi significato la scelta del Papa, come prima dell’Arcivescovo, di vivere poveramente e di amare quei sacerdoti che mescolano la loro vita con quella del popolo, i famosi “pastori che hanno l’odore delle pecore”, secondo una felice immagine coniata dallo stesso Francesco.

Eccoci dunque all’“hic Rhodus hic salta”, che non solo conduce ad una denuncia della strutturale ingiustizia del sistema politico e sociale che domina il nostro pianeta, richiamando l’assai poco approfondita categoria delle strutture di peccato, che Giovanni Paolo II aveva coniato oltre venticinque anni fa nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis, e che è stata ripresa dal nuovo Catechismo universale senza, peraltro, che vi fosse un tentativo sistematico di definire quali fossero queste strutture e come operare per superarle. Ma un richiamo indiretto viene anche per quei molti progressisti da salotto del Primo Mondo che la miseria dei “dannati della Terra”, perusare la sempre efficace espressione di Frantz Fanon, la conoscono solo per sentito dire, e che spesso barattano la loro impotenza ad immaginare una struttura sociale più giusta con una serie di battaglie sui “diritti”che dimenticano come il primo diritto sia quello a vivere dignitosamente. In qualche misura assomigliano anch’essi a quei teorizzatori del “giusto mezzo” che non hanno la grandezza filosofica

degli ideologues francesi del XIX secolo, ma ricordano piuttosto certi critici della virtù ascetica del cardinale Federigo Borromeo che, come scrive il Manzoni,  “predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi”.

Tanto più che Bergoglio non è affatto un ingenuo o un sognatore. In quello che è forse il suo testo “politico” più organico, sviluppatosi da un discorso pronunciato nel 2010 per il bicentenario dell’indipendenza argentina, egli ricorda che “bisogna farsi carico del conflitto, bisogna viverlo, ma ci sono diversi modi di assumerlo. Uno è quello adottato dal sacerdote e dal levita di fronte al pover’uomo sulla via da Gerico a Gerusalemme. Vedere il conflitto e voltarsi dall’altra parte, dimenticarlo. Chi evita il conflitto non può essere cittadino, perché non lo assume, non se ne fa carico. È un abitante che di fronte ai conflitti quotidiani se ne lava le mani. Il secondo modo è prender parte al conflitto e restarne imprigionato. […] Il terzo modo è immergersi nel conflitto, compatire il conflitto, risolverlo e trasformarlo nell’anello di una catena, in uno sviluppo”.

È significativo questo passaggio perché segna un diverso approccio alla questione del conflitto – in primis, ovviamente, quello sociale – che la dottrina sociale della Chiesa ai suoi esordi semplicemente negava riducendolo a cattiva disposizione d’animo fra ricchi e poveri, e che i successivi sviluppi hanno riconosciuto mettendolo tuttavia fra parentesi, soprattutto alla luce della tormentata relazione con il marxismo che sul conflitto sociale costruiva la sua architettura. Il Papa non nega il conflitto, anzi dice che chi lo fugge è un cattivo cittadino e forse primariamente un illuso, ma invita a guardare in fondo al conflitto e cercare di costruire a partire da esso, anche tramite un duro scontro, una sintesi superiore che non escluderà ulteriori conflitti ma permetterà alla dialettica sociale di progredire.

Più avanti Bergoglio propone la sua peculiare visione del rapporto fra cittadini, società civile e Stato, affermando che : “Le persone sono soggetti storici, cioè cittadini che formano un popolo. Lo Stato e la società devono creare le condizioni sociali atte a promuovere e tutelare i loro diritti e a consentire loro di essere costruttori del proprio destino. Non possiamo ammettere che si consolidi una società duale. […] Questo debito sociale esige la realizzazione della giustizia sociale. (...) Dobbiamo recuperare la missione fondamentale dello Stato, che è quella di assicurare la giustizia e un ordine sociale giusto al fine di garantire ad ognuno la sua parte di beni comuni, rispettando il principio di sussidiarietà e quello di solidarietà (...). C’è consenso nell’accordare allo Stato una presenza più effettiva nella questione sociale. Lo Stato e la società devono lavorare insieme per rendere possibili questi cambiamenti e modificare alla radice l’affronto dei problemi di disuguaglianza e distribuzione”.

Ben a ragione, nella sua introduzione all'edizione italiana di questo  testo, mons. Mario Toso, noto studioso salesiano della Dottrina sociale della Chiesa ed ora Vescovo di Faenza, può annotare come nel pensiero del nuovo pontefice “la vera democrazia mira a sradicare la povertà e a perseguire lo sviluppo integrale per tutti”. Se ne può concludere che la questione democrazia per Bergoglio è essenzialmente una questione di sostanza e non di procedura: una democrazia formale che si limiti all’enunciazione di taluni principi senza dare loro sostanza, consolidando la supremazia del forte sul debole, non serve a nulla, è finzione e inganno e prepara da sé la propria rovina.

Ma allora da qui di pongono degli interrogativi, che vorrei condividere con il prof. D'Ambrosio e con tutti voi, a partire da quello per me (come credo per tutti coloro che fanno politica, in particolar modo se credenti), che è quello del rapporto con il potere, quel potere che, come scrive D'Ambrosio può essere “bestia o grazia”, può essere strumento per il bene o idolo da adorare.

A me pare che qui stia o cada ogni discorso realistico in materia politica fra credenti, superando la retorica spesso stucchevole e mielosa della politica come servizio che spesso assurge a discorso della domenica, quello che si fa per scaricarsi la coscienza ma poi lascia le cose come prima e peggio di prima.

Il potere esiste, ed il suo esercizio è per l'appunto l'oggetto di quella scienza o arte che si chiama politica: parlare della politica disgiungendola dal potere equivale a parlare di amore disgiungendolo dal sesso, e non è un caso che in ambito cattolico questi due tipi di discorsi distorti vadano di pari passo , con conseguenze catastrofiche.

Il potere ed il sesso sono due forze terribili ed affascinanti, hanno una loro profonda consistenza e toccano la vita di ognuno di noi chiedendoci di rapportarlo ad essi. Quanti individui mutilati nella profonda essenza di sè, quanti matrimoni infelici ha generato un certo modo “cattolico” di parlare dell'amore come se il sesso fosse una specie di necessità sporca di cui parlare il meno possibile?

E quante figure patetiche e mediocri di politicanti di infimo livello hanno generato i discorsi sulla politica che pensavano di prescindere dalla dimensione del potere, dalle sue tentazioni, dalle sue infinite possibilità di far bene o far male?

Perchè si può partecipare a tutti i corsi matrimoniali che si vogliono, si può  frequentare ogni scuola politica diocesana, ma alla fine queste due grandi forze presentano il conto, e se non incontrano una persona adulta e formata ma un ragazzino immaturo con in testa quattro concetti astratti possono rapidamente asservirlo e stritolarlo.

Torniamo quindi al problema di sempre, a quello della spiritualità che deve plasmare coloro che sono vocati a misurarsi con la forza straordinaria del potere, una spiritualità insieme esigente e realistica, che sappia chiamare le cose con il loro nome ed educhi a non distogliere mai lo sguardo dal fine “onesto, grande, che chiede null'altro che essere uomini” anche attraversando il campo minato delle tentazioni.

Milano, 5 novembre 2016

[sindaco di Cusano Milanino, Milano]

 

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