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Le scorte di fiducia, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 18/06/2019 09:55
Diverse nostre scuole hanno riflettuto quest'anno sul tema della fiducia, specie nei politici. Ci ritorniamo con un articolo del nostro direttore.

 

Molto spesso mi è capitato, nei corsi di formazione sociale e politica, ascoltare giovani e adulti riferirsi al problema della fiducia come uno dei più gravi problemi attuali. La situazione, dal punto di vista sociale, politico ed economico, infatti, mette a dura prova molti degli atteggiamenti fondamentali, sia dal punto di vista antropologico che etico. Uno di questi - non il solo, ma certamente tra i più importanti -  è quello della fiducia, diversamente declinata. Lo stesso ISTAT, ritorna spesso sul tema, compiendo analisi sulla fiducia dei consumatori e delle imprese; la fiducia nelle istituzioni, partiti e politici; la fiducia e la soddisfazione nei confronti dei servizi pubblici; la fiducia negli altri, nelle reti familiari sovraccariche e nelle reti sociali importanti e cosi via (http://dati.istat.it). 

 

Riporto solo alcuni dati macroscopici: nel 2017 solo il il 19,8% esprime fiducia in “gran parte della gente”, mentre il 78,7% afferma che “bisogna stare molto attenti”. Il Rapporto 2018 precisa anche che “L’età̀ ha un impatto determinante sia sulla disponibilità̀ ad avere altre persone su cui contare, sia sulla possibilità̀ di ricevere un aiuto economico in caso di urgenza: l’incidenza cala al crescere dell’età̀ in entrambi i casi. L’andamento si può̀ attribuire sia alla maggiore fiducia che contraddistingue i giovani (che possono generalmente contare su forti legami intergenerazionali), sia al progressivo affievolirsi della rete potenziale in grado di fornire un sostegno strumentale al crescere dell’età̀”. Nel Rapporto BES 2018, invece, si precisa come “rimangono pressoché́ stabili la fiducia generalizzata e la soddisfazione per le relazioni familiari, mentre per tutti gli altri indicatori si osserva un peggiora- mento”, almeno per quel che riguarda i dati dal 2010 a oggi. Un solo miglioramento è registrato: l’aumento della fiducia nelle organizzazioni non profit e nella partecipazione civica e politica.  

 

In questo quadro negativo, tranne le due eccezioni citate, mi sembra utile richiamare, innanzitutto, i capisaldi antropologici ed etici della fiducia. Essa, in ogni ambiente umano, a scuola o all’università, in un’organizzazione economica o politica, in una comunità di fede religiosa o in un’associazione culturale – direbbe Emmanuel Mounier - riveste un posto eminentee costituisce un sentimento irriducibile, in quanto ha origine nella fiducia incondizionata del bambino nell’adulto (Trattato del carattere). Di là passa ad essere fiducia nell’altro, nelle istituzioni.

 

Quando diciamo mi fido - dei miei genitori, di alcuni miei insegnanti e colleghi di lavoro, del responsabile della mia comunità di fede religiosa, del mio medico e del consulente della mia banca, del presidente di quel partito o associazione culturale, di alcuni politici e così via – in fondo stiamo dicendo che, da queste persone, mi aspetto che si comportino in una certa maniera e ciò succede.Per esempio affermare che mi fidodel mio medico, vuol dire aspettarsi che mi accolga, mi comprenda, mi “ispiri” fiducia (dati emotivi); sia capace di dare un nome alla mia malattia o disagio e sappia come intervenire per curarla (dati tecnici e professionali); sia, per quanto noto, una persana perbene (aspetto etico).

 

«Fiducia – scrive Antony Giddens - significa confidare nell’affidabilità di una persona o di un sistema in relazione a una determinata serie di risultati o di eventi, laddove questo confidare esprime una fede nella probità o nell’amore di un altro oppure nella correttezza di principi astratti (sapere tecnico)» (Le conseguenze della modernità). Perché possiamo fidarci di una persona e/o di un’istituzione, la sua affidabilità deve essere valutata in termini di eticità, di amore e didati tecnici. I tre termini richiamano tre sfere della nostra vita: il comportamento onesto (per i greci l’èthoseccellente o la probitaslatina), la dimensione emotiva e quella cognitiva. Ovviamente è facile distinguere i tre elementi in sede teorica; sul piano pratico è quasi impossibile. Si pensi, per esempio, ad una trattazione economica o a una qualsiasi relazione nel campo degli affari o della politica: quante e in quale modo emozioni, cognizioni e professionalità sono coinvolti! 

 

Il processo del mi fido, dal punto di vista antropologico, come precisa la Douglas, comprende “tutti i generi di aspirazioni, richieste, diritti, aspettative, esigenze” (Credere e pensare). La fiducia nasce e si sviluppa nel momento in cui sappiamoe sentiamoche tali aspettative saranno realizzate. Il riferimento al sapere e al sentireci porta così ad affermare che la fiducia coinvolge sia la dimensione cognitiva che emotiva; senza escludere né l’una né l’altra. Emozioni e cognizioni sono il campo in cui si semina e si costruisce fiducia nelle nostre relazioni. Ha scritto chiaramente George Simmel: «Chi sa completamente non ha bisogno di fidarsi, chi non sa affatto non può ragionevolmente fidarsi» (Sociologia); precisando anche che tutti i rapporti tra le persone “riposano sul sapere che uno ha dell’altro”.

 

Va anche notato che la fiducia che riponiamo in figure chiavi della nostra vita (medico, prete, operaio in casa, consulente finanziario, docenti, forze dell’ordine ecc) e il processo che seguiamo nel dare loro fiducia, molto spesso, si discosta dai percorsi che seguiamo nell’attribuire fiducia a nuovi vicini di casa, stranieri, immigrati, persone appartenenti a diversi circuiti culturali e politici. Con queste persone siamo spesso prevenuti o diffidenti: il numero delle persone, di cui ci fidiamo, diminuisce sempre più e aumentano diffidenza, sfiducia e sospetto, fino al razzismo e alla violenza di ogni tipo. I dati sociologici confermano questa diversità di atteggiamento.

 

Per evitare che la situazione si polarizzi sempre più (mi fido di pochissimi - diffido della maggioranza) la fiducia va insegnata, trasmessa, coltivata e verificata continuamente. Se consideriamo i tre elementi - eticità, amore dati tecnici– come il telaio su cui si tesse la fiducia, dovremmo affermare che ogni tela (relazione) che tessiamo va costantemente monitorato.  Non va inoltre dimenticato che il rapporto di fiducia necessita anche di attenta valutazione. La fiducia, infatti, non è un atto di fede cieca. Essa è il frutto di una ponderata valutazione. Possiamo dire di fidarci di una persona o di un’istituzione perché siamo in possesso di dati che ci permettono di superare“la soglia della mera speranza”e ritenere che le nostre aspettative in essa saranno esaudite (Mutti, Capitale sociale e sviluppo. La fiducia come risorsa).

 

Nelle varie istituzioni, in cui viviamo, quanto appena esposto va collegato alle finalità proprie che il gruppo o l’istituzione hanno. Va da sé che la fiducia non è automatica: non basta aderire ad un’istituzione per fidarsi di essa. Ciò che pensiamo e sentiamo di un’istituzione è frutto di un cammino storico, necessitiamo di tempi congrui per verificare eticità,amore edati tecnici. Come dire che la fiducia si costruisce nel tempo e vari sono i percorsi di costruzione e consolidamento. La ricerca svolta da Robert Putnam, sulle regioni italiane, costituisce un documentato esempio di quanto la storia delle istituzioni sia uno degli elementi che condiziona profondamenteil loro funzionamento e la fiducia che si ha in esse (La tradizione civica nelle regioni italiane).

 

La fiducia, valutata e verificata nel tempo, porta chi aderisce ad un’istituzione a diventare soggetto attivo in essa, ad offrire, cioè, il proprio contributo di cooperazione. Esiste, infatti, uno stretto rapporto tra fiducia cooperazione, come afferma con estrema chiarezza Putnam: «la fiducia è il lubrificante della cooperazione». Ciò significa che decido di spendermi per gli altri, all’interno di un’istituzione, perché mi fido.Dove per fiducia – vale la pena ricordarlo – intendiamo fondamentalmente il riconoscere il valore dell’altro, la sua potenzialità relazionale e la sua disponibilità ad operare per il bene, nella misura in cui ragionevolmente si prevede che l’altro risponderà positivamente al mio invito-atteggiamento di collaborazione. 

 

Questo tipo di atteggiamenti richiama un principio etico noto: quello della solidarietà. Riguardo a essa va precisato che la letteratura scientifica, nell’ambito dell’analisi delle comunità, considera i due termini, cooperazione e solidarietà, strettamente collegati, visto che il termine cooperazionesi riferisce al concorso e alla collaborazione nella realizzazione di qualcosa, mentre il termine solidarietàfa riferimento al sentire un vincolo, un legame con l’altro tanto da operare in suo favore (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis). 

 

Queste breve considerazioni ci portano, infine, a considerare un elemento finora sotteso e non esplicitato: l’educazione alla fiducia. Il clima di crescente sfiducia non aiuta. Tuttavia, contro ogni forma di chiusura egoistica, va ricordato, tra i tanti rilievi educativi, che la fiducia va insegnata, quanto esercitata.  E’ ciò che afferma Hirschman: «le scorte di fiducia aumentano invece di diminuire con l’uso e si esauriscono se non sono usate» (Against Parsimony). La legge richiama le dinamiche tipiche dell’attività sportiva: più siamo in allenamento, cioèusiamole nostre capacità fisiche, più le accresciamo. Quest’approccio porta luce anche alla comprensione dei casi in cui la fiducia entra in crisi, si rompe e scompare, cioè le scorte si esauriscono, come dice Hirschman. Le cause vanno sempre ricercate nella qualità delle relazioni e nella loro concreta capacità di provvedere, in tanti modi, all’aumento delle scorte. Solo nella misura in cui i nostri ambienti educativi diventano palestre dove si insegna e pratica una fiducia dinamica - come scrive papa Francesco nel messaggio del 1 gennaio 2019 - che vuol dire “io mi fido di te e credo con te” nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune”.  

 

 

don ROCCO D’AMBROSIO

 

**ordinario di Filosofia politica presso la facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (www.rocda.it); insegna Etica ella Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno (ex SSAI, Roma); è direttore delle scuole di politica dell’associazione “Cercasi un fine” (www.cercasiunfine.it).

 

*articolo pubblicato in Rivista Presbyteri, anno 2018, 2, pp. 136-140

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