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Le prossimità meticce, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 17/12/2019 09:07
Un intervento del nostro direttore su Repubblica-Bari sulle nostre popolazioni sempre più meticce...

 

Le parole sono come le gocce di pioggia: molto del loro effetto è legato alla terra che le accoglie. Una parola-goccia è “meticcio”. E se cade in Puglia vuol dire molto. Di suo “meticcio e tutte le sue varianti – spiega la Treccani - derivano dal latino tardo mixtīcius – a sua volta derivato di mixtus, participio passato di miscēre «mescolare» (propriamente «misto di color bianco e nero») – un calco del greco sýmmiktos”. Questa parola-goccia, cadendo qui, in Puglia, rientra in un fiume lungo millenni, composto di tanti rivoli, che rendono la nostra gente, meticcia per eccellenza, mescolata da sempre. E’ meticcio, è mescolato il nostro DNA: dauno, peucetio, messapico, greco, romano, goto, longobardo, bizantino, arabo, ebraico, normanno, svevo, angioino, aragonese, provenzale. Sono meticci i nostri dialetti: ci sono lemmi di diverse origini e tutti mescolati. Sono meticce le architetture e varie espressioni artistiche. E’ meticcia la nostra cucina. E tanto altro. 

 

“Meticcio” è la parola che papa Francesco ha usato per descrivere Maria e il suo dare al mondo il Cristo. “Maria si è meticciata (se mestizó, nell’originale spagnolo dell’omelia del 12 dicembre scorso) per essere madre di tutti, si è meticciata con l'umanità. Perché? Perché lei ha meticciato Dio. E questo è il grande mistero: Maria madre meticcia Dio, vero Dio e vero uomo, in suo Figlio Gesù”. E’ un passo molto profondo. Il meticciato, in questo caso, non è un processo storico con cause, a volte, arcane e incomprensibili. Il meticciato è una scelta di Maria, di Dio: la prima aderisce a un piano di meticciato; il secondo lo dispone e lo realizza. Per comprenderlo bisogna entrare nella dinamica dell’amore, non spaventato ma affascinato dalla differenza.

 

Può suonare, tutto, come poesia astratta e inutile: meticcio, infatti, è spesso un parola-goccia che cade nel deserto di distinguo, chiusure, rifiuti, razzismi, egoismi personali, di gruppo e di etnie. Ci piace la mescolanza che il villaggio globale offe, ma solo in alcuni ambiti, non in tutti. La globalizzazione determina sempre più una mutazione sostanziale del nostro assetto sociale, economico, politico, culturale, tecnologico in cui si pongono, con evidenza e forza crescenti, diverse sfide. 

 

Come semplici cittadini siamo invitati a capire sempre più ciò che succede, quali mescolanze sono in atto, senza assumere posizioni banali e semplicistiche. E’ mescolato il mercato, cioè si è globalizzato, ancor prima che noi ne prendessimo coscienza. Abbiamo fiere ovunque per importare quanto esportare; riteniamo ingiusti e deleteri dazi e chiusure di frontiere; troviamo comodissimo comprare on line, ritirando merce da ogni luogo e di ogni provenienza. In economia il meticciato è un bisogno quotidiano, un percorso obbligato, una comodità impagabile, la salvezza della nostra produzione. 

 

Riguardo alle persone, invece, il meticciato, se tutto va bene, pone problemi; se invece va male fa alzare muri, sbandierare identità per opporsi a chi è diverso (non “paesano”, non italiano, non cristiano e così via), strumentalizzare le religioni, che di loro natura sono meticce, cioè vogliono e realizzano mescolanze. 

 

Le nostre società sono ormai meticce, cioè composite, pluraliste, sciolte e mescolate (melting pot), dal punto di vista culturale, etnico, linguistico, religioso. Volti, lingue, tradizioni, religioni, usanze si incrociano a una velocità impressionante. Ciò è un fenomeno irreversibile: non si possono mettere indietro le lancette del tempo, non si può pensare che le grida elettoralistiche sui “porti chiusi” possano risolvere il problema. Se da una parte i cittadini hanno il dovere di capire e formarsi all’accoglienza, i governanti hanno quello di prevedere le emergenze, progettare gli sbocchi concreti, combattere la criminalità internazionale (che specula sulla pelle dei migranti) e tutelare il bene dei singoli come di tutti i gruppi, distinti o mescolati che siano.

 

E’ nel quotidiano delle nostre case, istituzioni, aziende, uffici, luoghi di culto, officine culturali che si gioca la sfida del non tradire la nostra storia meticcia e nel rivitalizzarla con saggezza e prudenza. E’ nel quotidiano che si educa e si pratica la mescolanza dei popoli. E’ nel quotidiano che si accetta la sfida di far “convivere le differenze” (Tonino Bello). Nel prossimo febbraio il papa ritorna a Bari per farci ancora riflettere sulla natura mediterranea e meticcia della nostra Regione. Natale è alle porte e nessuno può negare che è una festa difficile: è cristiana, ma, per diversi aspetti, è ormai anche laica. E’ anch’essa meticcia? Può darsi: anch’essa mescola persone, significati, riti e storie. Ad essere onesti fino in fondo “meticciarsi” è un modo di essere molto bello, per i cristiani è insito nell’Incarnazione, come per tutti è connaturale con la storia dell’umanità. “Meticcio” è una parola-goccia che scorre come il più grande fiume mai esistito. E da vita, sempre e comunque.

Rocco D'Ambrosio, 

ordinario di Filosofia politica presso la facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (www.rocda.it); insegna Etica ella Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno (ex SSAI, Roma); è cofondatore e presidente dell’associazione “Cercasi un fine”.

fonte: "Repubblica-Bari" del 14 dicembre 2019, p. 15.

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