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Le colpe di una comunità, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 01/05/2019 10:56
Un intervento del nostro direttore, su Repubblica Bari di oggi, sulla vicenda di Manduria: un 66enne, Antonio Stano, morto il 23 aprile scorso dopo essere stato bullizzato, rapinato, torturato e picchiato in più occasioni da un gruppo di giovani...

 

Non finiremo mai di riflettere su ciò che è violenza bruta: i percorsi della mente sono tantissimi. Essi sono una necessità dolorosa per capire, ricostruire, sanare e far crescere; altrimenti si rompono anche gli ultimi argini che crediamo di aver salvato. A Manduria, il male di questi ragazzi, nei confronti dell’anziano Antonio, sembra aver superato parecchi limiti. I nostri progenitori greci direbbero che hanno/abbiamo perso il “metron”, la misura. Non solo, principalmente, l’hanno persa questi ragazzi, l’hanno persa anche coloro che sono coesistenti a questi ragazzi e ai loro atti. Mi riferisco a genitori, parenti, amici, docenti, catechisti, pastori, vicini di casa, operatori sociali, politici e cosi via. Ognuno per la sua parte, in virtù della sua responsabilità morale, civile o penale che sia, se, sapendo, non ha fatto qualcosa per evitare o contenere questo fattaccio orribile, ma comunque a portata di mano o di tavola familiare o di vicinato, è colpevole. E’ terribilmente colpevole. Certamente dal punto di vista etico e sociale; per il penale lasciamo agli investigatori e ai magistrati di svolgere il loro lavoro. Perché, piaccia o meno, un metron, una misura c’è sempre e non va superata: esiste per gli educandi come per gli educatori (genitori, docenti, responsabili sportivi, catechisti, pastori), esiste per la gente comune come per gli operatori sociali, esiste per i cittadini come per i responsabili delle istituzioni. Il metron, la misura, a seconda dei casi, è la tradizione, la Costituzione e le leggi, le consuetudini, la religione, l’etica pubblica, il buon senso, la buona educazione, la dedizione alla giustizia e alla pace. Non è assolutamente vero che ognuno può fare quello che gli piace o gira per la testa, magari anche filmandolo e mandandolo in rete. Il metron esiste e ci sarà sempre. Chi lo supera - giovane o adulto o anziano che sia - è colpevole quindi deve assumersi le sue responsabilità, per quanto gravi e dolorose possano essere. Il decadimento morale della nostra società lo si evince anche dal fatto che, dopo questi fattacci, esiste un gioco squallido nel minimizzare l’accaduto, nel trincerarsi dietro scuse, nell’omertà del “non vedo-non sento-non parlo”, nell’illusione di vivere in isole felici dove questi fattacci sono eccezioni. No, purtroppo eccezioni non sono. Dal ministro al semplice cittadino, dal docente allo studente, dal pastore al fedele, dal vicino di casa all’operatore sociale, in Puglia come in Italia, molti superano il metron del proprio agire, nelle intenzioni come nei fatti. E non abbiamo bisogno di nessun “uomo forte”, che aizza le pance e rimbambisce le teste, per ripristinare ordine e giustizia. Abbiamo solo e solamente bisogno di maggiore educazione, di spazi pubblici di crescita e verifica sociale. Gli “uomini forti”, fascisti o meno, non hanno mai ristabilito un vivere etico e costituzionale, hanno solo sostituito il metron autentico con i propri criteri e gusti e persino ingiustizie, spesso più gravi di quelle che dicevano di combattere. Siamo stati Magna Grecia. Quando i Greci sbarcarono dalle nostre parti avevano ben chiara la lezione socratica: la polis, la città, cresce solo e solamente se i cittadini sono virtuosi. Ovvero hanno un metron: di alta qualità etica e di sano impatto sociale.  

 

Pubblicato su Repubblica Baridel 1 maggio 2019

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