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Lavoro e solidarietà, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 21/07/2016 18:23
Una riflessione sulla solidarietà tra i lavoratori e per i lavoratori... Buona Festa del Lavoro!!

 

 

Forse non esiste comunità parrocchiale italiana che non si ritrovi ad accogliere sorelle e fratelli che hanno perso il lavoro o sono in cerca del loro primo. «La Chiesa - afferma Giovanni Paolo II nella Laborem exercens - è vivamente impegnata in questa causa [relativa al mondo del lavoro, ndr], perché la considera come sua missione, suo servizio, come verifica della sua fedeltà a Cristo, onde essere veramente la “Chiesa dei poveri”. E i “poveri” compaiono sotto diverse specie; compaiono in diversi posti e in diversi momenti; compaiono in molti casi come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro - cioè per la piaga della disoccupazione -, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia». Si pone allora la domanda: quale accoglienza, in spirito di carità, le nostre comunità offrono ai disoccupati (adulti, giovani, specie donne)? Sappiamo che ogni prassi ecclesiale nasce e si radica nel tessuto comunitario, nella misura in cui l’affrontare il problema non si esaurisce in retorici richiami e attenzioni inefficaci.

Nei vari documenti Cei in materia si propone la solidarietà come principio guida per superare le varie “fratture” che esistono nella Chiesa e nella società civile e tra la Chiesa e la società civile. Se si assume il parametro della disoccupazione, cioè il riferimento ai tanti disoccupati presenti nelle nostre comunità, ci si rende conto come la disoccupazione “divida” le nostre comunità spesso pensate e progettate solo per chi lavora e appartiene ad una particolare categoria socio-economica. In un generale invito a ripensare la presenza ecclesiale nel mondo del lavoro e la sua evangelizzazione, si deve considerare il dovere particolare dei laici e dei pastori cristiani ad annunciare il Vangelo anche ai disoccupati. Ma quale Vangelo, quale servizio ecclesiale per questi nostri fratelli e sorelle?

Il Buon Samaritano si piegò verso il bisognoso e «ne ebbe compassione» (Lc 10, 34). Nell’ottica dell’evangelizzazione e promozione umana relativa al mondo del lavoro, il primo servizio ecclesiale che si deve prestare ai fratelli e alle sorelle disoccupati è quello della comprensione non superficiale e fredda, ma attenta e ispirata dal cuore di Cristo, che porta a patire-insieme, dove l’impegno di consolare si coniuga a quello dell’annuncio di Gesù Liberatore e Redentore. Si deve registrare come, purtroppo, manca questo servizio di carità particolare, perché il disoccupato spesso  non è considerato e accolto come persona in uno stato di bisogno grave: sono tanti coloro che, come il sacerdote e il levita della parabola preferiscono «passare oltre». I disoccupati come nuovi poveri della nostra epoca chiedono, in nome di Dio, di essere protetti, come affermava papa Montini (PP, 67), «contro la solitudine, il sentimento d'abbandono, la disperazione, che minano ogni capacità di risorsa morale, ma anche di essere difesi contro la situazione malsana in cui si trovano» e ancora di essere «salvaguardati dal contagio delle dottrine eversive e dalle tentazioni aggressive cui li espone il ricordo di tanta “miseria immeritata”».

Il diffondersi della mentalità liberale e individualista che spesso attribuisce il fenomeno della disoccupazione più alla volontà personale che a cause sociali, economiche e politiche, molte volte porta i credenti a chiudere il loro cuore alle sorelle e ai fratelli senza lavoro. Un’applicazione più costante e precisa del metodo del Vedere-Giudicare-Agire del Magistero Sociale, permetterebbe a singoli e comunità di prendere piena coscienza di questo fenomeno, senza cadere in sterili e banali slogan che sono solo il tradimento del Vangelo e delle sue aspettative.

Il Buon Samaritano è colui che non solo presta un primo soccorso, ma offre mezzi perché il malcapitato possa guarire completamente. Alcune diocesi, specie nel Sud, hanno avviato forme di raccolte periodiche di fondi da destinare ai disoccupati. L’esempio va seguito perché non solo permette di rendere efficace ed attiva la carità nei casi più gravi, ma anche perché offre l’occasione di sensibilizzare le comunità sul problema. In questo campo è anche necessario un impegno di formazione, specie dei giovani, per una nuova cultura del lavoro, che renda protagonisti consapevoli e qualificati i giovani nella ricerca del lavoro. I dati, specie riguardanti il Sud, ci invitano a riflettere sul fatto che molto spesso è impossibile trovare lavoro anche per motivi culturali: mito del posto fisso in “uffici status”, scarsa conoscenza delle leggi e delle possibilità di finanziamenti, rifiuto della forma cooperativistica, poca disponibilità all’imprenditorialità giovanile, mancata riqualificazione del lavoro, carente integrazione nel mercato europeo del lavoro, ecc. Le comunità cristiane possono fare molto impegnandosi nella promozione umana dei disoccupati, in modo particolare nella trasmissione ed acquisizione di una nuova cultura del lavoro. In quest’ottica si pone l’impegno degli uffici nazionali della Caritas, pastorale sociale e pastorale giovanile, sulla problematica del lavoro giovanile nel Sud, che va sotto il nome di Progetto Policoro, a cui rimando (www.progettopolicoro.it).

Il mondo dei disoccupati guarda alla comunità cristiana e da questa attende non solo segni di presenza, condivisione e formazione, ma anche una nuova prassi ecclesiale. Purtroppo non mancano zone di ombra nella prassi dei fedeli laici e dei pastori che, spinti da vari motivi intervengono non rispettando le leggi sull’occupazione. Si perpetua così quell’immagine di Chiesa “potente, capace di trovare lavoro quando vuole e con ogni mezzo”. La mancata testimonianza in questo ambito vitale, delicato e problematico, porta i giovani disoccupati ad allontanarsi dalle comunità, a ritenere la Chiesa alla stregua delle altre centrali di potere, pienamente integrata nella logica del mondo e non del Vangelo.

La comunità cristiana è chiamata a difendere con forza la dignità e i diritti degli uomini del lavoro, denunciando e superando le situazioni che ne impediscono il responsabile esercizio, si pensi agli effetti sui lavoratori dei collegamenti perversi tra politica ed economia. Si tratta, allora, di riprendere e rinforzare quella sensibilità, anche sindacale, che portò i cattolici di un secolo fa a dare perfino la vita per la giustizia e la solidarietà nei luoghi di lavoro. Allo stesso modo è tempo di proferire delle parole chiare sul lavoro nero: ci sono imprenditori anche cattolici che praticano illegalità inaudite relativamente al salario dei propri operai e alla loro condizione e che poi, senza nessuno scrupolo, ricevono l’Eucaristia. Si ricordi che il defraudare «il dovuto salario è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio» (Leone XIII), come si è sempre insegnato dai tempi della Legge biblica ad oggi. Lo stesso vale per il “doppio”, “triplo” lavoro: credenti, che senza nessuna impellente e grave necessità, sono titolari di più lavori (spesso anche a nero!). Cosa essi hanno da dire ai fratelli disoccupati? Che non c’è “purtroppo” lavoro per tutti? E loro perché usurpano quello degli altri?

La disoccupazione è una nuova forma di povertà, per questo motivo e in forza della sua gravità, chiede a tutti un serio e profondo esame di coscienza. Il Cristo da soccorrere e amare è anche il disoccupato.

Rocco D’Ambrosio, docente di Filosofia Politica, PUG Roma

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