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La riforma dei gattopardi: perché voto «No» al referendum, di Miguel Gotor

creato da Eleonora Bellini ultima modifica 14/11/2016 11:16
Il senatore del Partito Democratico Miguel Gotor argomenta il suo NO al referendum costituzionale del 4 dicembre.

Ho deciso di votare «No» al prossimo referendum utilizzando la libertà di coscienza in materia costituzionale che il carattere liberale del Partito democratico concede ai suoi iscritti ed elettori.

Tanti iscritti ed elettori del Partito democratico e dell’area del centrosinistra sceglieranno il «No» ed è giusto che abbiano una rappresentanza anche politica e non soltanto associativa grazie all’importante impegno dell’Anpi o sindacale con la significativa scelta di campo della Cgil.

Desidero chiarire subito un aspetto. Ritengo che non debba esserci automatismo alcuno tra un’eventuale affermazione dei «No» e una crisi di governo. Questa lettura è il risultato di un meccanismo di personalizzazione della consultazione dal carattere ricattatorio innescato da un Presidente del Consiglio che è arrivato a minacciare le sue dimissioni, il voto anticipato e l’abbandono della vita politica. Un ricatto da respingere, perché non deve esserci relazione tra la vita di un governo, legato a una maggioranza, e la Costituzione, che invece riguarda tutti i cittadini italiani, opposizione compresa. Durante la Costituente, gli esecutivi e le maggioranze cambiarono, ma i lavori per la Carta proseguirono ugualmente nonostante una temperie storica e politica molto più difficile e potenzialmente lacerante di quella attuale.

Dal momento che il referendum continua a essere presentato come un giudizio finale tra il bene e il male, un’inverosimile scelta tra l’Eldorado che ci attenderebbe e un cumulo di macerie da cui saremmo sommersi, corrisponde all’interesse nazionale che non siano soltanto la destra e il Movimento 5 Stelle a potersi intestare l’eventuale vittoria dei «No», ma anche una parte significativa della sinistra riformista del nostro partito.

In ogni caso, sia che vincessero i «No», sia se prevalessero i «Sì», penso che, dal giorno dopo, bisognerà lavorare con tutte le energie per l’unità del Pd. Le difficoltà di questo partito, infatti, sono soltanto un aspetto della più vasta e grave crisi di sistema che attraversa il Paese, ma resto convinto che esista una coincidenza di destino tra il pluralismo politico e culturale che deve caratterizzare la vita interna del Pd e la qualità complessiva della democrazia in Italia. In questa coincidenza si esprime la funzione nazionale di questo partito, qualcosa di più importante dell’esito referendario.

Il comportamento parlamentare e gli impegni non rispettati

Voto «No» al prossimo referendum costituzionale in particolare perché non mi persuade la relazione tra la nuova riforma del Senato e la legge elettorale denominata «Italicum». Nel corso delle tre letture parlamentari della Riforma costituzionale ho votato a favore per senso di responsabilità nei riguardi del governo guidato dal segretario del mio partito. E queste non sono parole vuote o di circostanza perché hanno costituito il punto saliente e condizionante di tutta la questione.

Non ho votato invece l’«Italicum», insieme con altri 24 senatori del Partito democratico e ho condiviso la scelta di 38 deputati (fra cui Pierluigi Bersani, Rosy Bindi, Gianni Cuperlo, Guglielmo Epifani, Enrico Letta e Roberto Speranza, che si è anche dimesso da capogruppo) di non votarlo alla Camera nonostante il governo, del tutto irritualmente, avesse imposto la fiducia. Uno strappo procedurale che in 150 anni di storia italiana era accaduto soltanto due volte: nel 1923, sotto il fascismo, con la «legge Acerbo», e nel 1953, ai tempi della Guerra fredda, con la cosiddetta «legge truffa».

La sofferta decisione di votare la riforma del Senato e non votare l’«Italicum» (i due atti vanno giudicati insieme perché sono il prodotto di un comportamento parlamentare unitario) non è riuscita ad attutire la consapevolezza che, nel corso delle due letture del Senato, mi fosse stato presentato un abito costituzionale macchiato e con diversi buchi. Ho provato a rammendarlo con un’ottica di riduzione del danno, ma il risultato finale che ora si presenta al giudizio del popolo italiano mi impedisce con serena coscienza di parlamentare e di cittadino di indossarlo.

Essendo di cultura riformista, mi sono impegnato, nelle prime due letture, a migliorare il testo come era mio dovere di senatore fare, ma ciò è avvenuto in condizioni politiche assai difficili poiché ogni votazione è stata impropriamente trasformata in una sorta di voto di fiducia sull’esecutivo e qualsiasi proposta di intervento considerata alla stregua di un sabotaggio dell’intero progetto riformatore a opera di un gruppo di dissidenti. Quel clima di ieri, basato sulla polarizzazione amico/nemico e popolato da «gufi», «sabotatori», «professoroni» e «vietcong», non è stato dimenticato e condiziona la mia scelta di oggi perché rivela un tipo di cultura democratica e, al fondo, un tratto illiberale in cui fatico a riconoscermi.

Occorre, infine, sottolineare che ho votato per la terza e ultima volta la riforma costituzionale a condizione che si modificasse radicalmente l’«Italicum» prima del referendum e che fosse definita una legge per l’elezione dei nuovi senatori in conformità con la volontà popolare. Questi due impegni, presi oltre un anno fa e accompagnati da due puntuali proposte di legge firmate da oltre venti senatori del Partito democratico, sono stati entrambi disattesi dal governo e dalla maggioranza del Partito democratico e il loro rispetto non è serio pensare possa essere rinviato a dopo la celebrazione del referendum.

Semmai la commissione del Partito democratico di recente istituita dovesse raggiungere un punto di incontro condiviso da tutto il partito su una nuova legge elettorale che abolisca il ballottaggio, dia vita a collegi uninominali piccoli e assegni un premio di maggioranza ragionevole, questo risultato sarebbe un contributo importante al dibattito sia nel caso in cui vincessero i «Sì», sia se prevalessero i «No». Nel frattempo, in assenza di un impegno parlamentare della maggioranza di governo simile a quello profuso da Matteo Renzi per varare l’«Italicum» (che allora non istituì commissioni di partito, ma impose la fiducia al Parlamento), è bene adoperarsi per il successo del «No». La realtà, infatti, dice che proprio l’«Italicum» è la legge elettorale ormai in vigore dal 1° luglio 2016. Anche perché, dopo un’eventuale vittoria dei «Sì», sarebbe troppo forte la tentazione di non modificare l’«Italicum», o compiere un modesto quanto insufficiente maquillage, magari obbligati da una moderata prescrizione della Corte costituzionale: del resto, lo stesso presidente del Consiglio, mentre con la mano sinistra sostiene di avere l’intenzione di cambiarla, con la mano destra continua a dichiarare che essa sia un’ottima legge.

Cambiare tanto per cambiare? No, grazie

Voto «No» perché in ambito costituzionale non vale il principio «piuttosto che niente, meglio piuttosto»: se quel «piuttosto» peggiora la qualità della democrazia del Paese in cui viviamo ci si assume per pigrizia o per conformismo una responsabilità assai grave che inciderà sulla nostra vita e su quella dei nostri figli.

Il presupposto di un cambiamento è che il nuovo sia migliore dell’esistente. In questo caso, sono convinto non sia così. Una politica che aspira a essere seria e responsabile ha sempre il dovere di chiedersi quale trasformazione serve al Paese e quale direzione (progressiva o regressiva) essa deve assumere. Di conseguenza non può e non deve proporre il cambiamento per il cambiamento, altrimenti si rischia d’imboccare la solita scorciatoia gattopardesca per cui «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

La Costituzione è un bene comune della convivenza civile e politica, non una legge ordinaria figlia della contingenza o degli interessi di una singola parte. Per modificarla, in questa XVII legislatura, si è dunque seguito un percorso sbagliato, drammatizzando un passaggio che avrebbe dovuto imporre spirito di coesione e ricerca della massima unità possibile. Per questa ragione non sono disposto a sottomettermi all’invocazione di una presunta responsabilità, da molti sollecitata come uscita dalle secche dell’attuale situazione: quanti si sono assunti il compito di provocare un incendio e un clima di emergenza nazionale su un tema fondamentale come la Carta costituzionale, oltretutto in un momento tanto delicato della vita del Paese, hanno il dovere di provare a spegnere le fiamme e non possono chiedere a chi non era d’accordo con quel modo di procedere di votare comunque «Sì» per salvare il salvabile. A maggior ragione se nel fare quell’appello ammettono di avere partorito un lavoro imperfetto e lacunoso: stiamo parlando della Costituzione, non di un regolamento di condominio che alla prossima riunione potremo modificare di nuovo.

Pd, 2008: «...mettere fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza...»

Neppure è vero che oggi finalmente stiamo realizzando ciò che in passato non era mai riuscito a nessuno di fare, come rozzamente viene propagandato puntando sulla smemoratezza o la disattenzione dei cittadini. Al contrario siamo davanti a un film già visto: negli ultimi quindici anni ci sono stati ben tre interventi di riforma costituzionale (compreso l’attuale) che hanno interessato la seconda parte della Carta. Anzi, in questo arco di tempo, i partiti hanno scaricato sulle istituzioni le proprie difficoltà e hanno consentito che si affermasse, anche in ambito costituzionale, una visione dirigista e tecnocratica della vita politica. In forza di questo disegno si pretenderebbe di regolare dall’alto, con un’operazione di ingegneria istituzionale, le pulsioni e gli istinti di una società sempre più tormentata. In realtà, siamo davanti a una crisi politica e non costituzionale: partiti sempre più inefficienti e una politica sempre più debole e squalificata hanno scaricato sulla Carta le responsabilità delle proprie inadempienze, alimentando un’incertezza assai più grave e dannosa - perché riguardante direttamente le istituzioni - della precarietà che può accompagnare la vita di un singolo governo.

L’unica distinzione possibile, quando si parla di riforme, è quella che le divide in buone e cattive, differenziandole in utili o dannose rispetto ai sovrani interessi dei cittadini. Nel 2001 il centrosinistra riformò il Titolo V della Costituzione, ossia i rapporti tra Stato centrale e autonomie locali. Quella riforma fu approvata da un referendum come quello che il 4 dicembre avrà in oggetto anche la correzione dell’intervento del 2001, giudicato frettoloso e sbagliato. Nel 2005 il centrodestra propose la «devolution», una revisione della forma di governo e un taglio del numero dei parlamentari che invece vennero bocciati dagli elettori in un’analoga consultazione referendaria.

Ciò che caratterizzava questi due progetti di riforma (uno approvato e l’altro respinto dagli elettori dopo che entrambi avevano terminato il loro percorso parlamentare proprio come è avvenuto oggi) è un errore che stiamo ripetendo anche oggi con un eccesso di leggerezza: essi furono approvati in Parlamento da un’esigua maggioranza, contraddicendo lo spirito dell’articolo 138 della Costituzione, il quale richiede il massimo impegno affinché si ricerchino maggioranze le più larghe possibili e si facciano convergere sulla riforma della Carta anche le forze di opposizione, tutte o almeno in parte.

A questo proposito è bene ricordare che il Manifesto dei Valori del Partito democratico, approvato il 16 febbraio 2008, memore degli errori commessi nel 2001 dalle forze politiche che avevano contribuito a costituire il nuovo soggetto politico, specificava che «La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difendere la stabilità, a mettere fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza». Parole e concetti puntuali che oggi stiamo dimostrando di avere scritto sull’acqua, tradendo lo spirito originario del Partito democratico e la cultura politica della mitezza e della temperanza, ispirata ai valori del cattolicesimo democratico e del socialismo riformista, che dovrebbero caratterizzarlo.

Il referendum come plebiscito

Nonostante i Manifesti e i Valori, anche stavolta si è proceduto con una maggioranza ristretta pressoché coincidente con quella di governo. Ciò ha comportato il ricorso al referendum, di cui, tuttavia, per la prima volta, è stato fatto un inaccettabile utilizzo plebiscitario: non più, in ragione della sua natura «oppositiva», uno strumento in mano alle minoranze per rovesciare il risultato parlamentare con il voto popolare, ma la leva con cui celebrare, a legislatura e governo invariati (contrariamente a quanto accadde nel 2001 e nel 2005-2006) l’azione di un esecutivo e di una maggioranza che hanno preteso di guidare in modo improprio ed esorbitante il processo riformatore. Ecco allora un referendum trasformato in una sorta di giudizio di Dio: prima di me era il deserto e ora, senza di me, sarà l’apocalisse, con un condizionamento, implicito ed esplicito, sull’intero sistema politico e il rischio di esporre l’Italia, in modo gratuito e sconsiderato, agli assalti di un’eventuale speculazione finanziaria internazionale.

Condivido quanto di recente ha scritto Alfredo Reichlin: «Ma di che cosa stiamo parlando? Del Senato? Suvvia, è l’ininterrotto parlare, annunciare, promettere, “rottamare” dello stesso Matteo Renzi che ci dice la verità. È su di lui che egli ci chiede ogni giorno più chiaramente di votare. Egli chiede un plebiscito. Non è chiaro? Questo è il punto, gravido di enormi conseguenze. Avverrà che milioni di italiani si scontreranno in modo lacerante e drammatico sul voto popolare e diretto del Capo del governo. Ponendo fine così di fatto al regime parlamentare e all’attuale divisione dei poteri. E temo che un solco resterà e tutta la comunità nazionale già così divisa ne pagherà le conseguenze. A me questo non sta bene. È chiaro?». Si, è chiaro.

L’ultimo paradosso: cambiare la Costituzione a maggioranza, grazie a un premio di maggioranza giudicato incostituzionale

Voto «No» perché la sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale, che ha dichiarato incostituzionale il premio di maggioranza del «Porcellum», ha certamente garantito la piena operatività dell’attuale Parlamento, ma un cambiamento di ben 47 articoli della Carta sarebbe dovuto avvenire a seguito di un esplicito mandato popolare e non grazie a un premio di maggioranza giudicato incostituzionale. Si rischia, infatti, un paradosso destinato ad aumentare la crisi di legittimità delle istituzioni: soltanto un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale dalla Corte ha consentito di approvare a maggioranza ristretta in Parlamento una così ampia riforma della Costituzione. Le condizioni venutesi a creare nel 2014, dopo la sentenza della Corte, avrebbero dovuto suggerire alle forze politiche di esibire un sovrappiù di sforzo unitario per convogliare sulla riforma una larghissima maggioranza parlamentare; non di avanzare a colpi di «canguri» e di forzature procedurali, come l’allontanamento dalla Commissione affari costituzionali dei parlamentari che non condividevano la linea dell’esecutivo; non di trasformare l’esame di ogni singolo emendamento in una sorta di voto di fiducia sul governo. Enrico Letta da Presidente del Consiglio si mostrò ben altrimenti sensibile, quando prospettò che le Commissioni affari costituzionali della Camera e del Senato, incaricate di discutere in sede congiunta la riforma costituzionale, fossero composte secondo un rigoroso criterio proporzionale, al netto cioè del premio di maggioranza assegnato nel 2013: una condotta assai più rispettosa di elementari regole democratiche.

Una riforma mediocre per una democrazia più povera

Di là da questi aspetti procedurali, che pure qualificano l’azione politica dispiegata sin qui, quella che stiamo discutendo è una mediocre riforma perché, riducendo gli spazi di partecipazione e di rappresentanza, impoverisce la democrazia italiana; perché centralizza in modo eccessivo le competenze regionali, ridotte a mera amministrazione, frenando il cammino verso un assetto più autonomo, federalista e partecipato dello Stato che ha sempre costituito l’obiettivo delle forze politiche del centrosinistra legate alla tradizione dell’Ulivo e del Partito democratico; perché non abolisce il Senato, come propagandato, ma lo trasforma in una Camera debole e con scarsi poteri, potenzialmente destinata ad avere una funzione ostruzionistica o di freno nel caso, non peregrino, in cui vi sia una maggioranza diversa da quella di governo alla Camera; perché adotta un procedimento legislativo, che resta bicamerale, così farraginoso e confuso (è stata contata fino a una decina di differenti procedure) che produrrà continui conflitti e quindi ricorsi; perché un Senato che si vorrebbe delle regioni non comprende i governatori eletti direttamente dal popolo, ma ospita cinque personalità scelte dal presidente della Repubblica «che hanno illustrato la patria» (si immagina a livello nazionale e internazionale), le quali siederanno, inspiegabilmente, dove sono rappresentati gli enti locali e non presso la Camera dei deputati come sarebbe stato logico; perché dilata ulteriormente la distanza tra le regioni ordinarie e quelle a statuto speciale aumentando gli squilibri già esistenti anziché ridurli come sarebbe stato ragionevole nell’attuale fase storica. La riforma della Costituzione deve essere il risultato di un consenso ampio maturato tra le forze politiche perché costituisce un patrimonio destinato a durare nel tempo. Non può essere ridotta al rango di una legge ordinaria sottoposta a referendum che cambia sotto ogni esecutivo: la stabilità delle istituzioni è più importante della stabilità degli esecutivi e stiamo creando un pericoloso precedente che altri potranno sfruttare al nostro posto e contro di noi.

L’incrocio pericoloso tra riforma costituzionale e «Italicum»

Sono convinto che entrambi i progetti di riforma, quello costituzionale e quello elettorale, vadano valutati congiuntamente e, se funzionanti, debbano girare insieme come le due lancette di un unico orologio democratico. Così non è, perché il rapporto tra la legge elettorale e la riforma della Costituzione (il cosiddetto “combinato disposto”) va a modificare in peggio e in modo surrettizio il funzionamento complessivo del nostro meccanismo istituzionale. Anzitutto riduce gli spazi di partecipazione, con una maggioranza di deputati e di nuovi senatori nominati dalle segreterie dei partiti o dai consiglieri regionali e non dai cittadini; in secondo luogo istituisce un «premierato assoluto» o un «semipresidenzialismo del premier», in ragione del fatto che, in pratica, il presidente del Consiglio sarà eletto direttamente dal popolo senza che siano stati previsti i giusti equilibri e contrappesi istituzionali. Ciò avverrà con un premio maggioritario che sarà attribuito nazionalmente alla stregua di un jackpot al vincitore (che potrebbe essere anche espressione di una ristretta minoranza di elettori) e non si formerà dal basso, mediante una competizione virtuosa collegio per collegio, come avviene nei sistemi uninominali tradizionali. Di conseguenza il capo così eletto trascinerà dietro di sé in modo automatico la rappresentanza parlamentare, a detrimento della necessaria autonomia che deve intercorrere tra potere esecutivo e potere legislativo. Non a caso nei sistemi presidenziali, come quello statunitense, o semipresidenziali, come quello francese, il momento elettivo della carica monocratica è separato sul piano istituzionale e temporale dall’elezione dei parlamenti.

L’obiettivo di questa riforma, non dichiarato pubblicamente, ma evidente nelle conseguenze pratiche e materiali, è quello di trasformare il presidente del Consiglio in un sindaco d’Italia che riduce i singoli ministri al rango di assessori e l’unica Camera che dà la fiducia al livello di un consiglio comunale, che decade in automatico insieme con il sindaco. Un sistema rigido e centralizzato, pertanto, privo di quella flessibilità necessaria a governare una società complessa e moderna e che rischia, nel caso di una crisi istituzionale o politica, di produrre inediti conflitti con il presidente della Repubblica.

Ora il referendum costituzionale, nel caso in cui prevalessero i «No», fornisce l’occasione indiretta, ma risolutiva per abrogare in via definitiva l’«Italicum» in forza del voto popolare: la legge è stata infatti pensata per una sola Camera elettiva, a ulteriore riprova dello stretto rapporto che essa ha con la riforma.

L’illusione della governabilità senza rappresentanza e il populismo omeopatico del governo

La nuova legge elettorale combinata con la riforma del Senato rischia di peggiorare la qualità della democrazia italiana, la quale possiede una sua natura parlamentare. Una sola Camera che dà la fiducia non può venire eletta con l’«Italicum», ma deve essere al massimo rappresentativa (ad esempio, con collegi uninominali piccoli e non formati da 600 mila elettori come avverrebbe con la nuova legge) e con un premio di maggioranza ragionevole e proporzionato. Non è possibile, infatti, avere la pretesa di sostituire i cittadini che votano sempre di meno con il doping maggioritario del ballottaggio che moltiplica pochi voti in tanti seggi né è giusto continuare ad attribuire sempre maggiori poteri a chi governa, mentre contemporaneamente diminuiscono il consenso e le forme di partecipazione degli elettori. La governabilità non scaturisce e non è garantita da una formula aritmetica e non esaurisce da sola la «questione democratica». Deve invece poter godere di un rapporto equilibrato con la rappresentanza e con la partecipazione attiva dei cittadini, i quali hanno il diritto di scegliere i propri parlamentari e controllare il loro operato.

Questo non è soltanto il valore cardine di una forza di sinistra e un discrimine tra noi e le tendenze all’oligarchia tipiche di certa destra liberale, conservatrice o reazionaria, ma è anche l’unico modo possibile con cui provare ad affrontare l’ondata di populismo e di ribellione anti-establishment che caratterizza questa fase della vita delle democrazie in Italia e non solo. Se la politica del centrosinistra pensa che la soluzione degli attuali affanni democratici si possa trovare assumendo dosi omeopatiche di populismo di governo commette un gravissimo errore di valutazione perché sarà disarcionata dalla tigre che prova a cavalcare; sarà destinata a soccombere con ignominia se ritiene possibile chiudersi in una cittadella fortificata di privilegi e di tecniche, da dove sviluppare un gigantesco scontro con le cosiddette forze antisistema usando le armi del direttismo e del plebiscitarismo e contemporaneamente scolorendo le proprie bandiere.

Il grande inganno sui costi della politica

Voto «No» perché non mi persuade l’idea che spiega la riforma alla luce della riduzione dei costi della politica. Stiamo parlando della Costituzione, la nostra carta fondamentale, che si cambia per essere più efficienti, ma non per risparmiare delle cifre, peraltro, irrisorie nell’ambito del bilancio complessivo di uno Stato. Secondo un documento della Ragioneria centrale dello Stato, i possibili ed eventuali risparmi ammonteranno a circa 50 milioni di euro, l’equivalente di un caffè al giorno per ciascun italiano, mentre il 90 per cento delle spese vive per il funzionamento del Senato delle autonomie resteranno invariate, compresi i rimborsi spese da versare ai nuovi senatori. A proposito di mancati risparmi di un recente passato, l’attuale governo, per rendere più difficile il raggiungimento del quorum al recente referendum sulle trivelle, non ha voluto accorpare la consultazione popolare alle elezioni amministrative e questa decisione è costata da sola circa 300 milioni di euro ai contribuenti italiani.

La riforma della Costituzione cambia il 54 per cento degli articoli della parte seconda della carta, ma soltanto due darebbero luogo a presunti risparmi di spesa (quello relativo alla composizione del Senato e quello che abolisce il Cnel), anche se essi occupano i tre quinti degli argomenti riportati nel quesito stampato sulla scheda referendaria. Mi sembra questo un approccio populista e demagogico che non giustifica la modifica di ben 47 articoli della Costituzione. Ciò va sottolineato anche in considerazione del fatto che un maggiore e condivisibile contenimento dei costi della politica si sarebbe potuto raggiungere e si dovrebbe raggiungere, in modo più efficace, con una legge ordinaria.

Inoltre, sarebbe stato più corretto da un punto di vista istituzionale diminuire in modo equilibrato e proporzionale sia il numero dei senatori, sia quello dei deputati, anche perché questi ultimi, - ben 630 come se l’Italia si trovasse ancora nelle condizioni di mobilità del dopoguerra - continuano a essere tra i più numerosi in Europa rispetto alla popolazione nazionale. Ciò è stato fatto con l’unico obiettivo di conquistarsi il consenso parlamentare di Montecitorio al progetto di riforma costituzionale, ma così si è rinunciato a ottenere risparmi più apprezzabili e una maggiore efficienza della macchina parlamentare. Inoltre, questa scelta ha creato evidenti squilibri nella proporzione tra i componenti delle due camere (un senatore ogni sei deputati) che rischia di riflettersi nell’elezione degli organi di garanzia costituzionale perché sono mutati i rapporti tra Camera e Senato (Consiglio superiore della magistratura e presidente della Repubblica).

L’indebolimento indiretto del ruolo di garanzia del presidente della Repubblica

Voto «No» perché un’ulteriore manifestazione degli effetti perversi dell’«Italicum», in relazione al fatto che nella riforma costituzionale non si è voluto ridurre in modo proporzionale sia i deputati sia senatori, riguarda il ruolo del presidente della Repubblica. Si tratta di un effetto indiretto, ma non per questo meno rilevante, anche perché una modifica costituzionale non può essere misurata col metro della contingenza politica, ma deve essere in grado di funzionare anche in contesti storico-politici assai distanti da quelli attuali.

Il problema concerne l’articolo 90 della Costituzione, che, pur non essendo stato formalmente toccato dall’attuale riforma costituzionale, subisce lo stesso un sostanziale indebolimento. Esso prevede che il presidente della Repubblica possa essere messo in stato di accusa «per alto tradimento o per attentato alla Costituzione» dal «Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri».

Allo stato attuale la maggioranza assoluta del Parlamento riunito in seduta comune corrisponde a 476 parlamentari basata su una platea formata da 630 deputati, 315 senatori e 5 senatori a vita. Tuttavia, con il nuovo Senato, quella maggioranza assoluta si ridurrebbe a 366 parlamentari (630 deputati e 100 senatori). Occorre però rilevare che con l’«Italicum», all’unica lista vincente saranno assegnati 340 deputati. Ciò significa che gliene mancherebbero soltanto 26 per mettere da sola in stato d’accusa il presidente della Repubblica. In verità anche meno, poiché i 12 deputati della circoscrizione estero potrebbero aggiungersi al premio di maggioranza, tutti o in parte. In ogni caso, quella porzione di parlamentari mancante potrebbe agevolmente trovarsi controllando il 26 per cento del nuovo Senato, tra sindaci o consiglieri regionali.

Ne deriva che per la prima volta nella storia della Repubblica una sola forza politica, costituita in forza di legge in autosufficiente maggioranza di governo, avrebbe la concreta possibilità di minacciare la messa in stato d’accusa del capo dello Stato, che quindi risulterebbe indebolito nel suo supremo ruolo di garante. Mi sembra un problema rilevante e sottovalutato anche in considerazione del fatto che l’elezione in pratica diretta del premier introdotta dall’«Italicum», ove si parla esplicitamente del «capo della forza politica» che si «candida a governare», già attenua la potestà del presidente della Repubblica di nominare il presidente del Consiglio fissata dall’articolo 92 della Costituzione.

Naturalmente, il problema, dal mio punto di vista, non riguarda Renzi o il Partito democratico, ma gli equilibri e i rapporti di forza che si potranno venire a creare tra cinque, dieci, quindici anni e che nessuno oggi è in grado di prevedere. Come è noto, infatti, la Costituzione è quella legge fondamentale che i popoli si danno da sobri, ma deve valere se e quando saranno ubriachi.

Senato delle regioni? No, centralista e che tradisce lo spirito federalista dell’Ulivo

Voto «No» perché non mi convince un Senato come quello delineato dalla riforma, composto da consiglieri regionali e da sindaci che vi si impegneranno a metà tempo, come fosse un dopolavoro. Così facendo, essi rischiano di svolgere male entrambe le loro funzioni, tanto più che oggi, a livello locale, sia il lavoro di sindaco sia quello di consigliere regionale richiede un impegno a tempo pieno. Inoltre i senatori che comporranno la nuova istituzione saranno legati al proprio partito di origine e non alla regione di provenienza contraddicendo il principio cardine di un autentico Senato delle autonomie come quello previsto dalle tesi dell’Ulivo del 1996.

Con questa riforma, invece di attuarlo, stiamo tradendo l’articolo 5 della Costituzione in cui si afferma che «la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali e attua il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze delle autonomie e del decentramento». Si stabilisce la scomparsa delle materie concorrenti fra Stato e Regioni in modo troppo rigido e schematico, introducendo una clausola di supremazia a favore dello Stato che servirà a garantire una potente ricentralizzazione in contraddizione con lo spirito federalista e autonomista delle culture riformatrici del centrosinistra e dell’Ulivo.

L’attuale riforma, infatti, attribuisce alle regioni la potestà legislativa di dettaglio mentre riserva alla legge dello Stato i principi fondamentali, ossia le «disposizioni generali e comuni». Alle regioni resterà una sorta di competenza integrativa e attuativa che non considera il fatto che il centralismo amministrativo e burocratico ha già prodotto gravi danni nella storia d’Italia in termini di inefficienza, sclerosi burocratica e corruzione.

Contro l’immunità dei nuovi senatori, ulteriore incentivo al degrado del sistema

Voto «No» perché i nuovi senatori potranno godere del diritto all’immunità che finora era riservato ai rappresentanti della nazione e non agli esponenti delle autonomie locali. Non si capisce per quale ragione un consigliere regionale nominato senatore, a differenza dei loro colleghi di Consiglio regionale o sindaci sul territorio, debba avere non soltanto l’insindacabilità legata all’esercizio del proprio mandato, ma anche l’immunità di carattere personale (posta, arresti, perquisizioni, intercettazioni). Il gravissimo rischio è quello che al Senato siano inviati quegli amministratori locali che, forti della tutela dell’immunità, saranno più predisposti a commettere reati, a detrimento del prestigio dell’istituzione stessa e dell’intero sistema politico e istituzionale.

No al Partito della nazione. Per il futuro ulivista del Partito democratico e per un nuovo centrosinistra di governo

Voto «No», infine, per una ragione politica che riguarda il presente e il futuro del Partito democratico e, più complessivamente, l’evoluzione del sistema politico italiano. La drammatizzazione del referendum lo ha presentato come fosse uno spartiacque epocale tra un prima e un dopo. E non sono mancati quanti pensano che il fronte del «Sì» e i relativi comitati possano costituire il laboratorio di uno schieramento o, addirittura, di un nuovo “Partito della nazione” che muova dal Pd, ma vada oltre il Pd, divenuto il fulcro di un diverso equilibrio neocentrista e neo moderato all’insegna del consociativismo e del trasformismo più deteriore. Una sorta di partito unico di governo, posizionato al centro, che ammaina le bandiere della sinistra per consegnarsi ad alleanze anche con la destra e con le forze moderate. Una prospettiva quattro volte erronea: perché snatura il confronto referendario, perché allontana il sistema politico dal valore fondamentale dell’alternanza, perché lo definisce in modo potenzialmente esplosivo intorno alla polarità sistema/antisistema, perché modifica il profilo costituente del Partito democratico quale partito di centrosinistra. Il Partito democratico è nato per essere una grande forza riformista di centrosinistra e tale deve rimanere: i segretari passano, ma il progetto resta perché è dentro la storia di questo Paese. Ha le sue radici nell’Ulivo e la sua missione è quella di tenere insieme forze civiche di matrice liberaldemocratica, l’esperienza della cultura cattolica democratica e l’impegno di una sinistra radicale, ma non massimalista, che voglia affrontare la sfida del governo.

Preferisco non aderire direttamente ai comitati per il «No», pur condividendone il compito e gli obiettivi, ma mi impegno a partecipare alle iniziative volte a favorire una vittoria di questo schieramento. Sono consapevole che un referendum, il momento più alto di mobilitazione civile e politica dei cittadini previsto dalla nostra Costituzione, si vinca parlando con i disinteressati e gli incerti, svolgendo un’azione di persuasione quotidiana presso i famigliari, gli amici e nei luoghi di lavoro. Come si diceva una volta: andando casa per casa. È per questa ragione che auguro a tutti i miei lettori una buona e libera campagna, fondata su un impegno in prima persona nel supremo interesse del bene comune. In gioco è la Costituzione italiana, figlia della Resistenza e dello spirito costituente dei nostri padri.

E dopo il 4 dicembre?

Dopo il 4 dicembre, nonostante il catastrofismo di certa propaganda governativa, l’Italia ci sarà ancora, con le sue virtù e i suoi difetti e un vasto campo di problemi da risolvere. Se vinceranno i «No» sarà necessario scrivere una nuova legge elettorale che risponda agli interessi di un sistema ormai tripolare, in cui la giusta esigenza della governabilità e la non meno importante necessità di rappresentare una società sempre più inquieta siano tenuti insieme. La vittoria del «No» imporrebbe al Pd di collaborare nella riparazione dei danni prodotti, al fine di non scaricare sugli elettori le incongruenze del sistema. Rispettare la volontà popolare vorrebbe dire impegnarsi nel proseguimento della legislatura, abbandonando la linea del continuo raddoppio di ogni posta, che alla lunga finisce per destabilizzare la società italiana. Ovviamente, un analogo impegno dovrebbe essere preso anche se vincessero i «Sì» perché in ogni caso sarà necessario scrivere le tante (troppe) pagine bianche di questa riforma. E bisognerà farlo con lo spirito che finora non c'è stato: quello di coinvolgere il più ampio arco di forze politiche, cercando di costruire delle regole e una prassi il più possibile condivisa.

L’attuale legislatura avrà davanti a sé esattamente un anno di vita e sarebbe importante provare a non disperdere il patrimonio di riformismo costituzionale accumulato con l’esperienza del Governo Letta e con quella del Governo Renzi. Senza ripetere gli stessi errori. Ad esempio, in un anno di tempo è possibile realizzare a larga maggioranza costituzionale pochi essenziali interventi chirurgici riguardanti la diminuzione proporzionale e bilanciata del numero di deputati e di senatori e l’istituzione di una Commissione di conciliazione tra Camera e Senato, sul modello americano, che esamini le leggi e licenzi i testi definitivi in caso di lettura difforme da parte della Camera e del Senato. Un primo passo di una riforma seria e condivisa tra le forze politiche che potrà realizzarsi nella successiva legislatura forte di un mandato popolare diretto, a conferma che soltanto una vittoria del «No» è in grado di riaprire un discorso sul futuro dell’Italia e la qualità della sua democrazia di cui si avverte un grande bisogno.

***

A mo’ di postilla: una riflessione retrospettiva sulle origini politiche e istituzionali del “combinato disposto”

Siamo arrivati a dover giudicare insieme la riforma costituzionale e la legge elettorale non per un azzardo del caso, ma per una precisa volontà politica: i due provvedimenti si sono incrociati tra Camera e Senato, nel corso delle loro diverse letture, seguendo un’armonia prestabilita. Questo è stato l’errore fondamentale che ha snaturato l’essenza del referendum costituzionale trasformandolo da un lato in un plebiscito sull’azione del governo e dall’altro anche in una consultazione popolare abrogativa dell’«Italicum».

Saggezza politica e istituzionale avrebbero consigliato di terminare prima la riforma del Senato e poi, una volta stabilito il nuovo assetto istituzionale, di definire una nuova legge elettorale adatta a esso. Peraltro, i fatti hanno dimostrato che l’estrema urgenza di avere una nuova legge elettorale era soltanto un alibi dal momento che l’entrata in vigore dell’«Italicum» (approvato nella primavera del 2015) è stata tranquillamente differita sino al 1° luglio 2016.

Dal punto di vista politico le ragioni che hanno portato a incrociare la riforma del Senato con la legge elettorale derivano dai contenuti effettivi del cosiddetto Patto del Nazareno. Esso è stato presentato all’opinione pubblica come la generica disponibilità di Silvio Berlusconi a partecipare al processo di riforma costituzionale: in realtà l’accordo, per la sua parte politica, prevedeva soltanto il varo di una nuova legge elettorale, appunto l’«Italicum». Prova ne sia che proprio alla vigilia del voto per il nuovo presidente della Repubblica, nel gennaio 2015, Forza Italia ha consegnato la merce, quella effettivamente pattuita con Denis Verdini, e così al Senato ha votato l’«Italicum».

Si è trattato di un atto del tutto irragionevole, se giudicato con lenti solo politiche. Infatti, se Berlusconi avesse voluto eleggere il nuovo presidente della Repubblica insieme con il Partito democratico, gli sarebbe bastato differire di una sola settimana il voto finale sull’«Italicum», spostandolo a dopo l’elezione quirinalizia. Ciò gli avrebbe consentito di presentarsi da una posizione di forza al tavolo delle trattative per la scelta di un nuovo capo dello Stato e avrebbe potuto continuare poi il percorso di riforma costituzionale in modo condiviso, se solo ne avesse avuta l’intenzione.

I fatti dicono che così non è stato, evidentemente, perché quelli politici non erano i soli interessi in gioco. In quell’oscuro passaggio parlamentare del gennaio 2015 i condizionamenti extra-politici di carattere economico, garantiti dal cosiddetto «partito Mediaset», riguardanti il sistema di interessi imprenditoriali di Berlusconi in ambito televisivo, pubblicitario, editoriale, cinematografico, calcistico sono stati più forti e preminenti. Per questa ragione il cosiddetto Patto del Nazareno, per la sua parte visibile a tutti, quella politica, si è sciolto come neve al sole non appena e soltanto dopo che l’«Italicum» ha superato lo scoglio del Senato. Tutto il resto di quegli accordi ha continuato a operare nell’ombra e in silenzio, al riparo degli sguardi indiscreti dell’opinione pubblica, in attesa che un serio giornalismo di inchiesta possa svolgere il suo compito.

Ma come nasce il cosiddetto Patto del Nazareno? Il governo guidato da Enrico Letta, che aveva avviato un meditato percorso di riforma costituzionale, cadde dopo essere riuscito, con una vigorosa azione parlamentare, a spaccare la destra in due partiti, a marginalizzare Berlusconi, nel frattempo decaduto da senatore, e a costituire una nuova maggioranza al Senato, grazie alla nascita di Ncd, autonoma dai voti di Forza Italia. All’esecutivo fu tolto l’ossigeno soprattutto per questa ragione: Letta, che godeva di un apprezzabile indice di popolarità, era stato messo lì per guidare le larghe intese con Berlusconi, stante l’indisponibilità politica di Pier Luigi Bersani a farlo, non per provare a governare senza di lui dopo la decadenza da senatore.

A ben guardare, il primo atto politico di Renzi come segretario, soltanto un mese dopo avere stravinto le primarie potendo agitare la sempre seducente bandiera propagandistica dell’anti berlusconismo, è stato quello di riportare Berlusconi al centro del gioco politico italiano, appunto con il Patto del Nazareno. Intendiamoci: non il Berlusconi forte di consensi con cui il centrosinistra si è confrontato nei vent’anni precedenti, ma un vecchio leone politicamente spossato, ormai divenuto vittima di quei conflitti di interesse che un tempo lo avevano portato tanto in alto. Il Berlusconi, costretto, da una sentenza della magistratura, a vivere ai margini della vita politica, fu riportato in vita con una respirazione bocca a bocca per utilizzarlo come sponda utile a definire un nuovo e diverso assetto politico incentrato sul Partito democratico in funzione anti-grillina. Ciò è avvenuto a condizione, però, che il Pd spostasse il suo asse di centrosinistra e s’impegnasse a garantire il vecchio assetto di potere, in cui le ragioni economiche del gruppo berlusconiano potessero continuare ad avere un ruolo preminente e tutelato.

Il “combinato disposto” tra la riforma costituzionale e la legge elettorale è stato la cornice necessaria per compiere questa duplice operazione (politica e di potere) che ha avuto Renzi come protagonista e il suo antico sodale toscano, l’abile Denis Verdini, come spalla. Che tutto questo sia avvenuto all’insegna della rottamazione come rottura riconduce al tema del gattopardismo congenito delle nostre classi dirigenti, da cui abbiamo preso le mosse.

La seconda ragione che ha portato alla definizione del “combinato disposto” ha un’origine istituzionale collegata alla rielezione di Giorgio Napolitano a capo dello Stato. Sia chiaro: il suo è stato un nobile sacrificio compiuto nel nome del supremo interesse nazionale. Ma forse, in quelle giornate convulse, non si è valutato a sufficienza il fatto che, se la Costituzione contempla la possibilità di rieleggere il presidente della Repubblica, essa tuttavia non prevede che tutti gli attori in campo abbiano la consapevolezza di un mandato a tempo, come poi effettivamente è stato. Non a caso, i padri costituenti stabilirono che le legislature durassero cinque anni e la carica di presidente della Repubblica due in più.

Tra il 2013 e il 2015 la coscienza della limitatezza della durata temporale dell’incarico del nuovo Capo dello Stato ha creato uno squilibrio istituzionale nei rapporti tra il potere esecutivo e quello legislativo. Tale squilibrio è poi proseguito, trasformandosi in un costume di governo, ad esempio, consentendo che si accumulasse un numero eccezionale, e non giustificato sul piano politico, di fiducie parlamentari. Inoltre, ha alimentato un clima di che ha prodotto l’errore del “combinato disposto” e una riforma costituzionale, la cui mediocrità è stata denunciata in un impegnativo documento da ben 56 ordinari di diritto costituzionale, di ogni orientamento politico e civile, alcuni dei quali ex membri della Suprema corte (cfr. goo.gl/eZ6zHV).

L’urgenza apparteneva sia al presidente della Repubblica, comprensibilmente desideroso di vedere il prima possibile compiere le ragioni per cui, contro la sua personale volontà, aveva accettato di essere rieletto, sia del giovane Presidente del Consiglio, consapevole di avere preso il potere senza che il suo predecessore fosse stato sfiduciato dal Parlamento e, soprattutto, senza un passaggio elettorale.

Questa condizione ha indotto Renzi a ricercare una legittimazione di carattere popolare articolata in due fasi: la prima è stata ottenuta con il voto alle elezioni europee, dove, per la prima volta dopo tanti anni, è stato consentito a un Presidente del Consiglio di utilizzare la leva del governo a fini di consenso elettorale con il celebre e oneroso provvedimento degli 80 euro, un bonus elargito a milioni di elettori proprio nelle ore in cui si svolgeva la consultazione politica. La seconda, almeno nel disegno iniziale di Renzi, avrebbe dovuto realizzarsi grazie al referendum costituzionale che, per questa ragione, sin dall’inizio, è stato concepito come un plebiscito sulla propria persona e sul governo.

Soltanto il risultato delle amministrative del giugno 2016, in cui il Movimento 5 Stelle è prevalso sul Partito democratico in diciannove ballottaggi su venti, ha indotto quanti avevano patrocinato sino a quel momento non soltanto il “combinato disposto” tra l’«Italicum» e la riforma, ma addirittura sostenuto la forzatura della fiducia per varare la legge elettorale, a rivedere le loro posizioni in merito. In realtà, un sistema tripolare si era già delineato chiaramente nelle elezioni politiche del 2013, ma le richieste di cambiamento della legge elettorale si sono affermate soltanto dopo che è emerso il timore che l’«Italicum» potesse determinare una vittoria del Movimento 5 Stelle, un’eventualità vissuta da troppi come l’arrivo dei «nuovi barbari». Simili a quelli celebrati nel 1908 dal poeta greco Costantino Kavafis in un componimento che si sarebbe trasformato nell’architrave ideologico delle classi dirigenti della Guerra fredda, allorquando i barbari assunsero il volto dei comunisti: «Perché mai tanta inerzia nel Senato? E perché i senatori siedono e non fan leggi?» si chiedeva il poeta per poi amaramente concludere: «S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti [...] E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? Era una soluzione, quella gente». Perché sembrerebbe che la democrazia italiana non sappia vivere senza evocare lo spettro di sempre nuovi barbari alle porte e una continua cultura dell’emergenza e dell’esclusione. Appunto per questo motivo, essa resta debole e fragile, una «democrazia difficile» come amava definirla Aldo Moro, che ha perso la vita per avere provato a renderla più mite e civile.

È molto triste e segno di una grave arretratezza politica e culturale dover constatare che in questi mesi quanti non condividono questa riforma costituzionale si debbano sentire colpevoli di voler gettare il Paese nel baratro dell’instabilità, come fossero bambini da spaventare e non cittadini liberi e consapevoli. In verità, oggi sempre più persone si stanno rendendo conto di uno strano quanto imprevedibile paradosso: una vittoria del «Sì» al referendum potrebbe agevolare, invece che scongiurare, un’affermazione dei Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni politiche. Si favorirebbe, infatti, il mantenimento dell’«Italicum» e dunque la permanenza del meccanismo del ballottaggio, che, come è stato argutamente commentato, rischia di trasformare Renzi nel «Fassino d’Italia». Del resto, proprio il ballottaggio è il cuore ideologico di questa legge elettorale, come è stato candidamente ammesso, con forse impolitica ma apprezzabile serietà professionale, dal suo teorizzatore, il professor Roberto D’Alimonte, il quale ha dichiarato che «le due riforme sono strettamente connesse. Tanto connesse che vivranno o cadranno insieme» («Il sole 24 ore», 2 ottobre 2016).

Per l’appunto.

 

Miguel Gotor

Senatore del Partito democratico

Roma, 16 ottobre 2016

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