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La povertà mestruale: un limite all’emancipazione femminile, di Claudia Divincenzo

creato da Matteo L. ultima modifica 02/11/2021 07:54
Una riflessione che diviene anche denuncia sulla condizione femminile e sul corpo delle donne, in modo particolare.

Leggendo l’articolo di Internazionale numero 1418 di luglio 2021, intitolato Avere le mestruazioni e il portafoglio vuoto di Nagham Charaf, su come la crisi in Libano abbia influenzato la vita delle donne e in particolare i loro bisogni durante il ciclo mestruale, mi ha colpito particolarmente una frase: “Così il collasso economico del Libano è arrivato fino all'utero delle donne”. È una frase che fa riflettere, magari scritta di proposito dall’autrice, ma che lascia molto da pensare. La period poverty, come viene chiamata in inglese e che possiamo tradurre con “povertà mestruale” è una realtà esistente, la cui evidenza viene molto spesso ignorata. Per povertà mestruale si intende la mancata disponibilità economica che permette alle donne di acquistare prodotti igienici, farmaci, ecc. per convivere in salute con le mestruazioni. Se le donne sono impossibilitate, non possono acquistare assorbenti, tamponi, pillole che le portano a vivere quel determinato periodo del mese con disagio, non solo fisico ma anche psicologico, che va ad influire sulla loro vita pubblica e sociale.

Si potrebbe erroneamente pensare che questo fenomeno sia diffuso nei paesi più poveri, o più inculcati in una crisi economica, ma così non è.  Una ricerca condotta da Plan International UK ha mostrato come in Gran Bretagna le donne appartenenti alla fascia più povera della popolazione non hanno i mezzi economici necessari per comprare assorbenti e prodotti igienici a causa dei prezzi troppo elevati, essendo così costrette ad utilizzare altri prodotti come abiti vecchi e stracci, pericolosi per la salute intima. Il 15% delle ragazze di età compresa tra i 14 e 21 anni non riesce ad acquistarli, il 14% li chiede alle amiche e compagne. Più in generale, si stima che in Europa una ragazza su dieci non possa permettersi di acquistare assorbenti e altri prodotti igienici. Secondo un report condotto nel 2019 da Dignity period negli USA, studio partito dalla città di St. Louis e diretto da Anne Sebert Kuhlmann, professoressa di scienze comportamentali e educazione sanitaria alla Saint Louis University’s College for Public Health and Social Justice, mostra che due terzi delle donne intervistate non possiede denaro necessario per comprare gli assorbenti, e che il 46% delle donne è arrivata al punto di decidere tra cibo e prodotti mestruali.

Ma gettando lo sguardo ai paesi più poveri, la situazione si fa ancora più disastrosa e preoccupante. Sempre secondo il progetto Dignity Period, in Etiopia il 51% delle ragazze perde tra uno e quattro giorni di scuola al mese perché non possiede gli strumenti necessari per convivere con le mestruazioni. In Bangladesh il 41% delle ragazze tra gli 11 e i 17 anni perde almeno 2.8 giorni di scuola al mese per mancanza di prodotti mestruali. Questi dati sono confermati da Action Aid, che dimostra come in Africa una ragazza su dieci salta la scuola perché non ha prodotti mestruali e non vi sono bagni privati nelle scuole. In Kenya il 50% delle ragazze in età scolastica non ha accesso a prodotti sanitari, in India sono il 12% su 355 milioni di donne che hanno le mestruazioni. Il ministero dell’Istruzione Ugandese ha dichiarato che, dal 2019, quasi una ragazza su quattro abbandonerà la scuola una volta avute le mestruazioni.

Da questi dati è possibile notare come la mancanza di prodotti igienici necessari alle donne, influisce drasticamente sulla loro vita sociale e pubblica, andando a ledere alla loro formazione scolastica e quindi alle loro possibilità lavorative future. Le donne hanno sempre sofferto lo stigma sociale delle mestruazioni, ma ciò che non si è mai notato, è che hanno sofferto anche il lato economico di queste. Con le crisi economiche, i prezzi degli assorbenti aumentano, e le donne sono costrette a decidere se comprare cibo o dare importanza alla loro salute fisica. Sono costrette a stare in casa perché impossibilitate ad uscire. Allora come possiamo pretendere che una donna viva con libertà e autonomia la propria vita pubblica? Come possiamo pretendere che le donne prendano in mano il loro futuro se non hanno nemmeno gli strumenti necessari per uscire di casa? In un mondo, in una società fatta a modello di uomo, in cui le mestruazioni sono state considerate per molto tempo un tabù, le donne si sono stancate che le loro necessità passino sempre in secondo piano. In una società in cui le donne vengono già discriminate intellettualmente, e in paesi in cui non hanno nemmeno la possibilità di studiare, come pretendiamo che ci sia progresso e emancipazione se le donne vengono in aggiunta costrette a scegliere tra salute e benessere fisico e vita sociale? Se non si riescono ad abbattere tutti gli impedimenti economici, se la società e le leggi vigenti nello stato non permettono una vera uguaglianza, se non rispondono ai bisogni delle donne, come si pretende da queste una vera emancipazione?

Come ha scritto Simone De Beauvoir nel Secondo Sesso, le donne sono assoggettate alla specie a causa della loro biologia e dei loro processi biologici, processi che hanno contribuito all’affermazione del potere maschile. È inutile negare le differenze biologiche tra maschio e femmina: hanno corpi diversi, e di conseguenza hanno necessità diverse, ma la filosofa francese nel 1949 ha affermato che “le possibilità individuali dipendono dalla situazione economica e sociale” (Il Secondo Sesso, Simone De Beauvoir, Il Saggiatore, pg. 59), non di certo dalla biologia. Donne e uomini possono essere considerati pari alla luce dei diritti e delle libertà, ma la società deve fare la sua parte, deve dare gli strumenti necessari alle donne affinché si prendano il loro posto nel mondo, affermando nuovi valori. Non si tratta di dare più possibilità alle donne, ma di basare la società su una vera uguaglianza. Mi piace molto un’immagine che spesso si trova sui social: tre bambini davanti a un muro con una pila di libri sotto i piedi per poter affacciarsi e guardare oltre; nella prima parte hanno tutti la stessa quantità di libri come appoggio, e il bambino più basso non riesce a vedere nulla, nella seconda parte invece ciascuno possiede una diversa quantità di libri, ma tutti riescono a vedere oltre il muro.

In queste settimane è stato dato l’annuncio dell’abbassamento dell’Iva al 10%, ma questo basta veramente? Abbattere l’iva del 22% sugli assorbenti, ovvero la cosiddetta Tampon Tax, è un avvicinarsi al bordo del muro, un avvicinarsi al progresso e a un’emancipazione economica femminile più giusta e completa, ma bisogna fare di più. Le donne mestruate non devono rispondere dei loro bisogni a una legge imposta, non devono essere economicamente discriminate perché questa società non riesce ad andare oltre i limiti imposti dal modello maschile. La maggior parte delle donne ha le mestruazioni e in quanto tali devono essere tutelate.

Nel Regno Unito l’IVA sugli assorbenti è stata completamente eliminata; la Francia ha deciso di distribuire assorbenti gratuiti alle studentesse. La Germania ha abbassato la tassazione dal 19% al 7%. Stati come Canada, lo stato di New York, il Kenya, l’India, l’Australia hanno deciso di abolire la Tampon Tax.

È un piccolo passo avanti che potrebbe portare enormi cambiamenti nella vita delle donne e più in generale nella società, un piccolo passo che aspetta solo di essere compiuto, altrimenti le mestruazioni rimarranno sempre denaro guadagnato sui corpi delle donne.

[Studentessa di Fisica, Barletta]

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