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La politica come preda, di Rocco D’Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 10/06/2019 16:01
In molti si chiedono: cosa succede alla politica italiana? L’immagine che potrebbe aiutare nella comprensione è quella della “preda”...

 

In molti si chiedono: cosa succede alla politica italiana? L’immagine che potrebbe aiutare nella comprensione è quella della “preda”, ovvero «ciò che si prende con un atto di forza o violenza; per lo più in senso concreto, l’insieme dei beni di cui ci si impadronisce durante rapine, saccheggi, azioni belliche». Questa sembra essere oggi la politica, non solo in Italia ma anche in diverse altre parti del mondo. Non mi riferisco, chiaramente, alla politica delle persone perbene, preparate e lungimiranti; mi riferisco, invece, a coloro che tradiscono la politica autentica e la rendono preda ad ogni costo, snaturandola e corrompendola. Mi riferisco a quelli che, purtroppo, oggi sono, molto probabilmente, la maggioranza dei nostri politici. 

Partiamo dalla “preda”: è un misto di potere e vantaggi economici. Sappiamo cosa sia il potere, come anche il denaro. Quello che qui colpisce è il considerare quanto potere e profitti siano o un tutt’uno, o uno in funzione dell’altro, a seconda dei contesti. In diversi casi la preda non ha stile o attrattiva, è grezza e senza grazia, soddisfa gli appetiti più volgari, non nutre ma riempie la pancia, non soddisfa a lungo, ma appaga per un breve termine. È il potere così come lo aveva descritto Machiavelli: sganciato da qualsiasi riferimento etico, da conquistare con ogni mezzo, da conservare a tutti i costi. L’autore fiorentino non ha mai affermato direttamente – anche se lo segue fedelmente - l’errato principio del fine che giustifica i mezzi, affermazione molto citata, specie quando si deve giustificare l’uso di mezzi immorali o dubbi, ma comunque tendenti a una forma di bene. Ebbene Machiavelli è il teorizzatore di questa spregiudicatezza politica e non, capace di usare di tutto purché venga conservato il potere. Egli scrive ne Il Principe: «molti che si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché egli è tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare impara piuttosto la rovina che la conservazione sua». Lo stesso dicasi per le risorse economiche. 

 Ma veniamo ai “predatori”. La letteratura politica, lungo i secoli, li ha definiti in diversi modi: novelli Cesare, principi machiavellici, reincarnazione del dux, leader populisti, “dittatori morbidi”. I termini hanno, alle spalle, precise analisi. In questa sede ci riferiamo solo agli elementi che, a nostro avviso, sembrano accomunarli: ignoranza, arroganza e ambiguità. Non approfondisco il dato etico: essi negano la buona politica, distruggono relazioni e ambiente, specie a danno degli ultimi: tutto per accrescere il loro potere e i loro interessi. Mi soffermo invece sul dato antropologico. 

-          Ignoranza. Lo sono in termini di cultura generale: non parlano propriamente la propria lingua, moltiplicando strafalcioni e volgarità. Ma sono ignoranti anche in termini istituzionali, di rapporto tra i poteri dello Stato, di rispetto della lettera e dello spirito della Carta Costituzionale, di procedure amministrative, di cerimoniale. Eppure parlano molto, twittano a ogni piè sospinto, la loro giornata è fatta di conferenze stampa e salotti radiotelevisivi. Direbbe Immanuel Kant sono come dei “tamburi”: suonano perché son vuoti.  

-          Arroganza. Arrogante è colui che mostra superiorità e disprezzo a ogni piè sospinto, in quanto si sente superiore a tutti e tutto. I predatori attuali lo sono con i cittadini che ritengono inferiori, come immigrati, poveri, omosessuali, disagiati. Lo sono, anche, con le regole democratiche, con le procedure parlamentari e istituzionali, con i vincoli europei: essi si sentono superiori perché, come spiegano Yves Mény e Yves Surel, sono convinti che il popolo sia “fonte del potere”. Popolo, gente ovviamente sono riferimenti demagogici, non sono gruppi o contesti reali dove i politici si confrontano, si sottopongo a critica e, insieme a cittadini o colleghi di partito, elaborano le loro strategie. A parte un gruppo di fanatici, con sui scattare selfie e farsi osannare, il popolo è per o più nella loro testa, senza un riscontro reale. Da ciò deriva un «rifiuto della rappresentanza o una critica dei rappresentanti, un considerare il costituzionalismo un ostacolo insopportabile al potere del popolo» (Populismo e democrazia).

-          Falsità. La quantità di interventi sui mezzi di comunicazione e l’utilizzo abnorme di Facebook e Twitter è improntato a tanta falsità e ambiguità. Si afferma tutto e il contrario di tutto, in poche ore, in pochi giorni. Si dice tanto e, spesso, con un margine di dubbio e di ambiguità molto alto. Su una sola cosa si è maledettamente chiari: nel suscitare, confermare e accrescere sentimenti aggressivi e violenti (vedi temi come immigrazione, Europa, disagi sociali, sicurezza delle città). Un ruolo importante lo ricoprono i consiglieri di tali politici, specie quelli nel settore comunicativo, in particolare quelli definiti spindoctor. Ascoltano e in alcuni casi, obbedendo ciecamente a consulenti di comunicazione, diversi politici comunicano le cose in modo favorevole a sé stessi e cercando di nuocere ai propri avversari, “dando l’effetto” - spin - alle informazioni, come si dà “l’effetto” alla palla da tennis. Questo tipo di comunicazione segue precise regole, quali: 1. Convincere senza parlare. 2. Mentire dicendo il vero. 3. Convincere creando la realtà. 4. Convincere con profezie che si auto-avverano. 5. Convincere vincendo le resistenze. 6. Convincere sfruttando l’irrazionalità e l’emotività. 7. Convincere con numeri e cifre. 8. Convincere con figure, immagini, suoni. 9. Convincere attraverso le pulsioni egoistiche. 10. Convincere giocando con l’attenzione. Ovviamente ci sono politici più abili che sanno nascondere queste intenzioni e strategie e politici meno abili che recitano davanti alle telecamere come bambini che leggono male una poesia.

E i cittadini italiani? Sono diversi dai predatori descritti? E, inoltre, quale responsabilità hanno nel loro successo? Scrive Tocqueville: «nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare» (La democrazia in America, 1840). Per lo studioso francese c’è da una parte il benessere materiale e, dall’altra, ci sono civiltà e libertà. Questa opposizione un po’ richiama quella di Lorenzo Milani. La scuola di Barbiana distingue due modelli di persona: chi ha cura degli altri e dei loro problemi – il famosissimo "I care" – e chi vive per farsi i fatti propri. Come dire, da una parte c’è la politica e dall’altra l’avarizia. L’indicazione, dal punto di vista antropologico ed etico, conserva tutta la sua validità anche per coloro che detengono un potere.

Se governanti e cittadini sono schiavi del benessere materiale – la milaniana avarizia – la conseguenza politica è terribile quanto vera e attuale: «Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro». Viviamo in un Paese con i più bassi indici di formazione etica e politica. Forse è cambiato poco da quando Machiavelli definiva i suoi concittadini «ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori dei pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene sono tutti per te, ti offrono il sangue, la roba, la vita e figlioli, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, essi si rivoltano». A partire soprattutto dagli anni 70 in poi, abbiamo educato i nostri piccoli e giovani solo a fare carriera, al successo professionale a ogni costo e abbiamo spesso dato testimonianza di adorare il dio denaro più di quanto si potesse credere. Come meravigliarsi, allora, di diversi atteggiamenti di leader quali Trump, Salvini, Di Maio, Maduro, Putin, Orban, Chavez, Erdogan, Bolsonaro e così via? 

 Non abbiamo riflettuto a sufficienza sul rapporto tra utilitarismo sfrenato e degenerazione della politica. Tocqueville l’aveva, invece, già spiegato bene: «Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla».  

È così che si instaura una “dittatura morbida”, un “dispotismo mite” che degrada le persone “senza tormentarle”, perché «quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo» (Tocqueville).   

Sarà così del nostro Paese? In parte già purtroppo lo è. Il deficit di formazione culturale, etica e politica, cristiana o laica che sia, insieme all’idolatria del denaro, fanno emergere il profondo bisogno di credere in un personaggio che si proponga come onnisciente, potente, capace di proteggere e di prendersi cura del singolo. Mancando oggi forma di discernimento si seguono uomini politici, aventi come comune denominatore l’atteggiamento combattivo, assertivo, narcisistico, rassicurante, decisionista e onnipotente, falsamente religioso (che usa strumentalmente e offensivamente i simboli religiosi) come se si trattasse di semidei. L’ignoranza sembra essere il terreno su cui cresce questa passione idolatra. Non a caso Milani scrisse sul muro della sua aula: «l'operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone» (cf. Esperienze pastorali). È la conoscenza, prima di tutto, che ha reso qualcuno padrone e l’operaio spesso subisce proprio perché sa di meno. È l’ignoranza dei cittadini uno degli elementi che fortifica i nuovi leader demagogici. Pochi anni prima Bonhoeffer, a proposito, avrebbe detto che «la potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri» (Resistenza e Resa).

Solo un lungo e grande lavoro educativo, culturale ed etico ci potrà salvare perché, come diceva Charles Peguy, «la rivoluzione sociale o sarà morale o non sarà». E altrove spiega: «Noi siamo tra coloro cui non riesce per nulla di separare la rivoluzione sociale dalla rivoluzione morale, nel duplice senso che da un lato noi non crediamo che si possa realizzare profondamente, sinceramente, seriamente la rivoluzione morale dell’umanità senza operare l’intera trasformazione del suo ambiente sociale, e all’inverso noi crediamo che ogni rivoluzione esteriore sarebbe vana se non comportasse il dissodamento e il profondo rivolgimento delle coscienze».

don ROCCO D’AMBROSIO*

*ordinario di Filosofia politica presso la facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (www.rocda.it); insegna Etica ella Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno (ex SSAI, Roma); è presidente dell’associazione “Cercasi un fine” (www.cercasiunfine.it).

 

Fonte: articolo in parte pubblicato in Rivista Presbyteri, anno 2019, n. 1, pp. 62-67.

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