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La meccanica della violenza: la Decollazione del Battista di Caravaggio, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 02/11/2021 07:58
Prendendo spunto dall'opera "La decollazione del Battista" di Caravaggio, riflettiamo sulla dinamica e la genesi della violenza.

Durante un incontro con un gruppo giovani parrocchiale, ci siamo soffermati a riflettere sulla dimensione della violenza. Ci siamo chiesti, sostanzialmente, da dove nasca la violenza che vediamo spesso aleggiare nelle nostre città fra episodi di bullismo, di inciviltà, di disperazione come possono essere anche fenomeni di suicidio, o anche la rinascita di movimenti estremisti che fanno della forza il loro solo linguaggio. Come poter coniugare tante notizie che vengono fuori dai nostri giornali, dalle informazioni che possiamo cercare su internet come anche dai nostri contesti che diventano violenti anche quando non ce ne accorgiamo? Cosa li lega? Da dove nascono? E, soprattutto, noi come ci rapportiamo con essi?

Durante la nostra riflessione, abbiamo preso spunto dall’opera di Caravaggio La decollazione del Battista, un’opera immensa, di 361x520 cm collocata nella Cattedrale di san Giovanni a La Valletta, a Malta. L’opera risale al 1608 e fu commissionata a Caravaggio dalla Confraternita della Misericordia, da cui prende il nome il pugnale che il carnefice sta utilizzando al centro della scena, la misericordia che serviva per dare il colpo di grazia a color che venivano decapitati. Il grande impatto artistico e le notevoli dimensioni dell’opera valsero a Caravaggio il titolo di Cavaliere dell’Ordine di Malta. Un’opera cruda e feroce, da cui emerge la violenza della scena e i gesti calmi e sicuri delle persone che sono intorno. L’ispirazione dell’opera nasce dal racconto evangelico di Marco (Mc 6,17-28) e di Matteo (Mt 14,3-11). Leggendo entrambi i testi, tuttavia, non abbiamo la scena che Caravaggio rappresenta, la quale rimane sempre nello spazio dell’immaginario dell’artista, come di ciascuno di noi che legge i testi evangelici. Viene raccontato, insomma, della vicenda e che Giovanni Battista viene decapitato ma in un contesto più ampio, dove Erode promette a Salomè, la quale aveva danzato per lui e per tutta la corte, ciò che ella volesse. Lei va dalla madre Erodiade e quest’ultima le intima di chiedere ad Eroda la testa di Giovanni Battista. Ed è interessante notare, già dai passi evangelici, la drammaticità della violenza. Infatti, se Erodiade chiede la testa di Giovanni Battista, la figlia Salomè chiede che le venga portata immediatamente e su un vassoio di argento, quasi ad aggiungere un brivido di godimento alla violenza stessa. Perché la violenza ha anche questa drammatica sfaccettatura: di far godere. E ne sono testimoni tutti i video diffusi su episodi violenti o di violenza esercitata su altre persone. Video che ritraggono vittime o manifestazioni improvvise di violenza camuffate da gioco o da challenge. Una costellazione della violenza in cui trova posto anche il divertimento, anche il godimento, come se fosse un semplice intrattenimento televisivo, un modo per distrarsi dalla noia. Ma da dove nasca la violenza e come si propaghi rimane ancora un punto interrogativo nel nostro percorso.

Tornando all’opera di Caravaggio, alla scena cruenta e sanguinaria, veniamo immersi in un mondo che è quello delle carceri. Il Vangelo ci racconta che Giovanni Battista si trovava in carcere. Viene mandata una guardia a decapitarlo e la testa viene portata a Salomè e la figlia la dona alla madre Erodiade, concludendo la scena con il suo godimento, mentre i discepoli del Battista vanno a recuperare il suo corpo per seppellirlo. Del Battista, dunque, non sappiamo più nulla, nel carcere in cui si trova è diventato praticamente un signor nessuno, muto e schiacciato dalla violenza che lo sovrasta. L’immagine plastica dell’aguzzino riecheggia proprio questa sensazione di una violenza che sovrasta e dinanzi a cui non possiamo farci nulla, siamo impotenti. Il corpo schiacciato a terra e l’aguzzino sopra di lui ci suggeriscono proprio questa immagine di impotenza, di annientamento, di incapacità di muoversi e di resistere alla violenza. Anche perché la scena ritrae il momento in cui l’aguzzino, vestito solo di un pantalone molto corto, è nell’atto di finire il lavoro. Il colpo di spada è già stato dato e si tratta di utilizzare il coltello della misericordia per il colpo di grazia. Anche le mani legate dietro la schiena ci offrono questa dimensione di impotenza dei corpi a cui la violenza riduce non solo Giovanni Battista ma tutti gli esseri umani, tutti noi. Infatti, la fenomenologia della violenza, in tutte le sue manifestazioni, è proprio nel ridurre al nulla, nell’annichilimento dei corpi, nella soppressione di ogni decisione e di ogni volontà.

Tuttavia, se la scena centrale è catalizzata dal pugnale della misericordia e dalla relazione fra il boia e il Battista, tutto intorno si muovono altri personaggi che, in qualche modo, ci dicono la nostra relazione, più o meno vicina, più o meno complice, con la violenza. Il primo è proprio il boia, ovvero colui che fa il lavoro sporco, colui che è violento, colui che mette in risalto l’azione violenta. È il personaggio impegnato in prima persona nella violenza, l’esecutore materiale. Il corpo nudo, i muscoli pronunciati, il volto assente e lo sguardo spento, come se non fosse lì, come se non stesse compiendo lui quel gesto, come se fosse solo un lavoro per lui. Gesti decisi, fermi e meccanici, come l’aver dato il primo colpo di spada, il tener ferma la testa con la mano, l’assente impressione per il sangue che schizza dappertutto dalla gola tagliata, il prendere il coltello in mano per finire un lavoro. È solo lavoro. Fatto tante volte, come se chi avesse sotto le sue mani fosse un pezzo di carne di animale piuttosto che una persona. Questa alienazione costituisce la prima dinamica della violenza, la dinamica più prossima, quella del non rendersi conto o del non volersi rendere conto di cosa stia facendo. Un meccanismo di difesa del sé, che non chiama in causa la responsabilità etica di quello che si sta compiendo. Se è solo un lavoro, non esiste una responsabilità etica poiché non esiste una coscienza morale che si interroghi sul giusto e sullo sbagliato del proprio lavoro. È una responsabilità demandata, delegata ad altri, a coloro che hanno ordinato l’esecuzione del Battista, che poi sia innocente o meno, o che sia una persona o meno, non importa. Questo è il meccanismo alienante del vissuto violento, per cui non esiste un valore della vita in sé, come neanche una responsabilità dinanzi alla vita degli altri.

La responsabilità della violenza, dunque, sarebbe demandata alla guardia carceraria, colui che tiene le chiavi delle prigioni, simbolo storico del potere. La figura che campeggia accanto all’aguzzino e che indica con il dito il piatto dentro cui mettere la testa del Battista. Un uomo dai tratti simili a quelli dell’aguzzino, come il colore e il taglio dei capelli. Tuttavia, in una posa più calma e rilassata. Anche l’aver indosso i vestiti ci richiama ad una persona che non esegue materialmente la violenza ma che dice cosa fare. La postura del corpo, la posizione del dito, come anche la fronte poco corrugata ci raccontano un altro tipo di alienazione. Un altro ingranaggio della macchina, un altro pezzettino del macchinario della violenza a cui viene detto semplicemente cosa fare e cosa serve. Una responsabilità nuovamente delegata alle sfere del potere, a chi detiene il potere e che ha ordinato la decapitazione del Battista. Un’altra fuga di responsabilità, la quale scompare dinanzi ad un ordine ricevuto dall’alto, un ordine impartito da una persona assente, lontana dalle carceri e dai luoghi stessi della violenza.

Accanto al capo delle guardie, a colui che detiene solo il potere di aprire e di dettare ordini che riceve da altri, c’è una vecchia signora. Sembra essere la sola che si dà pena per la scena. Le mani sul volto, la capigliatura bianca, le rughe e il volto crucciato sembrano dirci il dispiacere provato per la scena, ma niente di più. Qui non si tratta più di una responsabilità morale, dal momento che per la donna che è lì non si tratta di nessun tipo di lavoro. Si tratta, invece, di un dispiacere che prova nell’assistere alla scena, un dispiacere che non diviene altro, che non si trasforma in protesta, che non fa nulla per arrestare la violenza o per sovvertire il meccanismo. Sembra il simbolo di tante persone che rimangono a guardare mentre viene pestata una persona, per paura di compromettersi o ancora per non subire la stessa sorte. È il minimo che possiamo fare quando osserviamo una scena di violenza: provare un dispiacere impotente, una compassione che non arresta la mano del carnefice. E più osserviamo, più ci sembra di essere impotenti, ma non indifferenti. Perché l’impotenza dinanzi alla violenza non è indifferenza, non è il voltarsi dall’altra parte, ma l’incapacità di resistere, di arrestare e di inceppare il meccanismo che ormai ha fatto il suo corso.

Infine, la giovane donna con il vassoio, pronta ad accogliere la testa del Battista. Guarda la scena con un volto in ombra, non solo senza provare nessuna compassione, ma anche impossibilitata nel dire qualcosa. Un volto in chiaroscuro in cui, anche se avesse voluto, non avrebbe potuto dire nulla. Allora, la sua impotenza dinanzi alla violenza non assume neanche i tratti della compassione, ma diviene complicità. Un lavoro sporco, che è pur sempre un lavoro, poco importa che cosa accada. È il complice che, materialmente, non compie un gesto di violenza ma si piega alla violenza stessa, cercando non di arrestarla ma di adeguarsi. Una persona che, forse, sa anche di aver sbagliato e di star sbagliando, ma poco importa perché non potrebbe comunque dire nulla o se dicesse qualcosa la sua voce sarebbe comunque inascoltata, la voce di una donna in mezzo ad un mondo di maschi violenti. Anzi, molto probabilmente, subirebbe anche la stessa sorte, se provasse a fiatare.

Intanto, due carcerati sono dietro le sbarre, defilati dalla scena. Ci spingono a guardare alla scena centrale, verso dove loro stanno guardando, con il nostro grado di impotenza. Da una parte distanti dalla scena, come anche noi nei confronti di ciò che sta accadendo, dal momento che siamo fuori dal quadro stesso. Eppure, anche loro complici, anche loro dentro l’opera, anche loro si affacciano dalle sbarre per ammirare la scena cruenta senza poter far nulla. Prigionieri, come noi, dinanzi alla violenza.

C’è solo un tratto che accomuna tutti i personaggi fin qui descritti: la solitudine. Nessuno dei quattro personaggi attorno al Battista guarda l’altro, ma sono tutti racchiusi in un circuito individualista per cui ciascuno è un pezzettino dell’enorme macchinario della violenza. Solo i due prigionieri sono a guardare, ma il loro sguardo non viene ricambiato, anzi è espressamente ignorato, come se fossero solo due curiosi che si affacciano sul cruento spettacolo. Nessuno dei quattro si guarda, ma tutti chiusi nel loro isolamento. Perché la violenza nasce proprio qui: nell’isolamento. La radice della violenza è in questo individualismo per cui la vita di una persona non riguarda minimamente la mia, l’esistenza dell’altro è solo ridotta ad un ingranaggio dove i responsabili sono i soli presenti nella loro assenza, dal momento che compongono le vite altrui. Solitudine, isolamento, alienazione, ciascun individuo non fa parte di una comunità, non è nessuno per l’altro e nessuno rimane. Tutti prigionieri della grande macchina violenta, tutti come quei due prigionieri che si affacciano dalle sbarre della grande prigione della violenza. In un chiaroscuro quotidiano, da cui evadere.

 

 

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