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La fine del viaggio, di Carlo Antonio Resta

creato da webmaster ultima modifica 08/12/2014 11:42
Il n. 94 di Cercasi un Fine sul fin di vita, dedicato a Teresa Laviano (1950-2006), per ragioni di spazio, non ha potuto ospitare il seguente contributo, che siamo lieti di ospitare di seguito…

 

La nascita, la morte e in mezzo le nostre storie, le nostre esistenze.
Due atti indipendenti dalla nostra volontà, il nascere e il morire, e in mezzo tutta una vita fatta di quel bagaglio che in parte ci viene donato, in parte, ci costruiamo e facciamo crescere man mano che ci accingiamo verso la fine dei nostri giorni.

Qualcuno ha detto: “Quando muore un anziano è come se si bruciasse un’enciclopedia”, niente è più vero.
La fine della nostra esistenza, ci ha insegnato che, l’atto del fine di vita può avvenire in tanti modi, sia dal punto di vista del cedimento fisico, sia dal punto di vista dei contenuti esistenziali. Una serie di fatti denota una certa drammatizzazione dell’atto finale della nostra esistenza.

Ma più che parlare di fatti specifici, mi vorrei soffermare su chi, una volta saputo di avere un male incurabile, ha compiuto gesti drammatici. E questo va considerato, in particolar modo, per quello che rappresenta la parte intima dell’esistenza dell’essere umano, che in questi ultimi tempi ha tanto condizionato l’incalzare sull’interpretazione del fine di vita, sia dal punto di vista della politica servile, sia dal punto di vista dell’interpretazione religiosa.

È vero che la nascita dà la vita, ma nello stesso tempo avviene con un atto violento, non ho mai visto o sentito che un bambino è nato col sorriso sulle labbra, nasce strillando e piangendo, anzi, in senso buono, viene anche picchiato sul culetto.
Come la nascita ci strappa dal grembo materno, così la morte ci strappa dal grembo della vita. Anche la morte è un atto violento, se poi la si carica di altri pesi e la si rende ancora più greve, non si fa un opera buona. 

Nel Vangelo secondo San Luca Gesù è molto critico sui pesi eccesivi da caricare sull’uomo, anche se nella circostanza si riferiva ai dottori della legge: "Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!" (11:46).
È vero che in una società fatta di appartenenze, ognuno fa il suo gioco, tanto cosa ci si perde? Ma veramente non ci perdiamo niente?
Mi ritornano alla mente alcune osservazioni fatte a Melfi (raduno luglio 2014 scuole socio-politiche del circuito di Cercasi un fine) quando si parlava della confusione che spesso si fa, fra punti di vista e punti di osservazione, argomento che calza benissimo con questo tema. I punti di vista, sicuramente rispondono alle esigenze di chi li esprime, possono soddisfare una parte politica, quelli della parte politica avversa, quelli di una componente ideologica, quelli di una componente religiosa.
Altra cosa sono i punti di osservazione, ci sono tanti modi di conoscere il mare: se state dentro un faro che viene coperto dalle onde di una tempesta è diverso, che stare in un resort nei mari del sud con un partner appetitoso a bere aperitivi, a vedere il panorama; oppure, se state in una crociera sperando che il comandante della nave non vada contro uno scoglio; oppure ancora, se avete naufragato e state in mare dentro una tinozza, sperando che vi vengono a prendere.

Vivere direttamente un dramma e confonderlo come un braccio di forza ideologico, non porta giovamento a chi fa questa confusione.
L’atto che conclude la nostra esistenza sulla terra, non può essere usato come risposta indiretta, alla non accettazione di quei pesi ideologici.
La fine dei nostri giorni terreni, è la conclusione di un viaggio, concludere un viaggio porta stanchezza, è il momento di trarre le somme, e con le nostre debolezze di uomini, i conti non tornano mai.
In ogni epoca l’uomo cerca di comprendere ed esprimere meglio se stesso, logicamente in questa ricerca può anche commettere degli errori. Come l’uomo è impegnato in questa ricerca, anche la Chiesa con i suoi esegeti e i suoi teologi è aiutata a capire meglio.

Carlo Antonio Resta
[già dipendente aziendale, redazione CuF, Gioia, Bari]

 


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Si chiama "Il seggio": è il gruppo territoriale di Cercasi un fine, nato a Minervino, a fine anno 2021.

Esso nasce dall'iniziativa dei soci fondatori e ordinari di Cuf, residenti a Minervino. Il gruppo (attraverso un apposito Regolamento) è un'emanazione territoriale della nostra Associazione, di cui condivide statuo, finalità, contenuti e strategie associative.

Auguriamo al gruppo di essere attivo e proficuo nella ricerca de nostro Fine come don Milani insegna: "Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

 

indirizzo: Vico II Spineto, 2
(c/o Parrocchia S. Michele Arcangelo)
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