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La fede è impegno concreto, di Rocco D’Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 28/08/2019 00:08
L'Osservatore Romano pubblica una riflessione, del nostro direttore, sull’unità politica dei cattolici, tenutasi alla Settimana teologica del Meic di Camaldoli: la fede è impegno a tutto campo...

 

Il tema dell’unità politica dei cattolici è sempre attuale: fin da quando la Democrazia cristiana è scomparsa, venticinque anni fa, il tema della sua ricostituzione è stato costantemente discusso, anche se spesso non in maniera esplicita. E’ il 30 aprile 2015 quando le agenzie di stampa riportano le parole di papa Francesco, in un discorso a braccio nell’aula Paolo VI: “Si sente: ‘Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!’: quella non è la strada. La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. 'No, non diciamo partito, ma… un partito solo dei cattolici': non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato (…) Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere”. 

E’ interessante notare come il papa sposti l’attenzione dalla questione del “partito cattolico” a quella del “martirio quotidiano nel cercare il bene comune”. Coerenza, quindi, più che appartenenza. Le motivazioni storiche, culturali ed emotive di tutte le riflessioni sul tema dell’appartenenza si comprendono: tuttavia questo approccio, in ultima analisi, è stato più deleterio che benefico. Per diversi motivi.

Il primo èche la fine della DC non è stata accettata come un evento storico irreversibile. Sulla molteplicità di fattori che lo hanno causato solo pochi hanno offerto chiari e profetiche analisi, per lo più trascurate: penso, tra i maggiori, ai contributi di Aldo Moro (specie nelle lettere dalla prigionia), Pietro Scoppola e Raniero La Valle.

Il secondo motivo di questa limitatezza di approccio al dibattito èdato dal ruolo dei pastori cattolici e dalla loro testimonianza. Riguardo al loro ruolo, i pastori non sempre hanno mostrato di possedere una formazione in materia sociale e politica, né tantomeno hanno formato i laici cattolici all’impegno sociale e politico. Riguardo alla testimonianza c’è stata poca trasparenza nel rapporto tra pastori stessi e mondo politico e istituzionale.  

Il terzo motivo èda ricercarsi in una scarsezza di riflessione teologica, anche a motivo della non completa assimilazione dello spirito e della lettera del Vaticano II. La fine della DC, infatti, non andava e non va salutata come una disgrazia ma come un evento propizio per i cattolici italiani di inserirsi in modo maturo nel solco conciliare. Ovviamente questo discorso non comporta un giudizio completamente negativo sulla storia della DC. Essa, come ogni fenomeno umano e politico, presenta luci e ombre, meriti e demeriti, vizi e virtùche qui lascio ad altre riflessioni e analisi. 

Il punto di partenza è quello del rapporto tra fede e impegno politico. “Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi”, scriveva Paolo VI nel 1971, nell'Octogesima adveniens (n. 52). Bisogna prendere coscienza che le nostre parrocchie, diocesi, gruppi e movimenti accolgono, al loro interno, tutte le tipologie di elettori e tutte le diverse caratteristiche di sensibilità politica. Per questo è quanto mai opportuno e necessario chiedersi se i cattolici italiani vadano a votare, siano formati politicamente e se la loro fede cristiana ispiri la loro azione in tutti gli ambiti di vita: sociale, economica, professionale, politica, culturale. Risposte difficilissime. Sembrerebbe che siano in aumento i cattolici che votano Lega (lo riportano analisti come Ilvo Diamanti e Nando Pagnoncelli) o che, in generale, sembrano assumere atteggiamenti politici non coerenti con la fede cristiana. Sinceramente ciò non sorprende, vista la poca attenzione ai temi sociali, politici ed economici che si presta nelle comunità cattoliche italiane. Inoltre, nell’ultima tornata elettorale, si è avuta l’impressione che i pastori italiani non siano stati tanto presenti nel difendere i principi etici universali. Certamente non si chiede ad essi di dare indicazioni di voto, ma credo che sia doveroso per tutti i cattolici ricordare che la fede non è ideologia ma impegno concreto per il bene dei singoli, dei gruppi e delle comunità, anche internazionali. E’ giusto non ritornare ai tempi della DC, quando si tendeva a orientare il voto cattolico. Ma tutto questo non significa restare in silenzio quando sono in gioco i cardini della democrazia: solidarietà, unità dei popoli, pace, rispetto della dignità di tutti, accoglienza degli ultimi, dei migranti, rispetto delle istituzioni e della fede religiosa, giustizia. 

La proposta lanciata da papa Francesco di indire un sinodo della Chiesa italiana sembra essere quanto mai attuale: è innegabile una sorta di “scisma sommerso” tra i cattolici italiani, specie sui temi sociali e politici. Abbiamo bisogno di riflettere tutti insieme sulla nostra testimonianza di fede nel mondo. Non basta contrastare aborto, eutanasia e presidiare i temi di etica personale; accanto a questi deve essere espresso con la stessa forza il rifiuto di razzismo, xenofobia, corruzione, mafie, guerre e traffico di armi, egoismi nazionali e discriminazioni. Niente deve fermare o compromettere la testimonianza di pastori e laici credenti. Il buon Dio ci invita a essere “liberi e forti” da ogni compromesso con chi vuole comprare - magari con privilegi o leggi - o strumentalizzare, in tanti modi, il consenso dei credenti. 

In Osservatore Romano del 28 agosto 2019

Estratto della relazione di don Rocco D’Ambrosio pronunciata, il 27 agosto 2019, alla settimana teologica del Meic a Camaldoli (26-30 agosto 2019). D’Ambrosio è ordinario di Filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e presidente delle scuole di politica dell’associazione “Cercasi un fine”

 

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