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La democrazia: tra storia, personaggi e tappe, di Angelo Giuseppe Dibisceglia

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 11/12/2019 08:22
L'intervento alla nostra Scuola di Formazione Socio Politica “Giorgio La Pira” di Cerignola, del prof. Angelo Giuseppe Dibisceglia, sul tema della democrazia dal punto di vista storico...

 

  1. Per introdurci: la tappa conciliare

Mi introduco con il riferimento a una storia molto recente, laddove alla domanda «Ecclesia, quid dicis de te ipsa?», il Concilio Vaticano II (1962-1965), con la Lumen gentium, rispose confezionando una «ecclesiologia di comunione» in grado di coinvolgere - per la prima volta nella Storia della Chiesa - la «totalità dei fedeli»: «La totalità dei fedeli - si legge al n. 12 della Costituzione Dogmatica sulla Chiesa - non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici” mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale».[1]

«La totalità dei fedeli»: una “novità” che abbraccia «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici» non sfuggita a Raniero La Valle, intellettuale cattolico, che in tale affermazione ha individuato, accanto alla Successione Apostolica, la «successione dei discepoli», considerandola altrettanto significativa e costitutiva per la Chiesa: «non c’è solo la successione apostolica, che da Pietro e dagli altri apostoli arriva fino ai nostri vescovi e al papa: c’è anche una successione laicale, che dai discepoli anonimi che Gesù amava, dal discepolo che è rimasto, è giunta fino a noi; e questa successione discepolare non è meno importante dell’altra».[2]

A proposito del ripensamento “democratico” della ecclesiologia, Giuseppe Dossetti, fra i testimoni dei lavori conciliari, nel 1984, rispondendo alla domanda che chiedeva quali fossero state le caratteristiche del rapporto che durante il Vaticano II avesse accomunato fede e politica, rispose: «noi abbiamo in qualche modo contribuito con la nostra azione precedente anche all’esito del Concilio, si è potuto fare qualcosa al Concilio in funzione anche di un’esperienza storica vissuta nel mondo politico anche da un punto di vista tecnico assembleare che qualcosa ha contato […] si portò al Concilio […] una certa ecclesiologia che era riflesso anche dell’esperienza politica fatta e della necessità di non impegnare la Chiesa nelle cose mondane».[3]

 

  1. Fra le tappe della storia

Sono riflessioni che evidenziano quanto intimo sia, anche nella storia più recente, il legame esistito ed esistente fra il concetto di democrazia e l’immagine della Chiesa. Fin dall’antichità, infatti, la predicazione dei cristiani - riflesso di una teologia trinitaria giudicata rivoluzionaria per il suo carattere “democratico” - costituì un fattore di profondo rinnovamento all’interno della società, sia giudaica che romana, ambedue organizzate su un’evidente distinzione gerarchica e sulla conseguente divisione in categorie sociali.

L’impero romano non considerò mai una minaccia per la sussistenza delle proprie istituzioni la religione dei popoli conquistati. Roma fu sempre ossequiosa dell’identità religiosa dell’altro, anche quando non coincidente con il mondo pagano, nella convinzione - però - che il rispetto concesso fosse la conseguenza del rispetto preteso. La religione del popolo conquistato fu tollerata fino a quando non costituì un pericolo per la sussistenza delle istituzioni politiche dell’impero. Il cristianesimo, alle origini, non rappresentò un problema religioso per Roma - se occorreva dare «a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt 22,21) - quanto un pericolo sociale: non soltanto perché i cristiani rifiutavano di adorare la figura dell’imperatore rendendosi colpevoli del reato di “lesa maestà”, bensì perché interpreti e testimoni di un modello di società alternativo alla società della Caput mundi. Già nella seconda metà del II secolo, la Lettera a Diogneto aveva evidenziato che i cristiani «Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera».[4]

Principi che confermarono la novità qualitativa del cristianesimo rispetto al modello quantitativo di ogni antico sistema religioso, espressione di un determinato popolo. Peculiarità che in quelle caratteristiche - Paolo aveva superato la distinzione di genere, di appartenenza e di confine rivolgendosi ad gentes - negavano l’esistenza di una tradizione che costituiva la solida origine di ogni antica identità se, come è stato obiettivamente osservato, nell’antichità, il cristiano «non fugge dalle città ma vi porta, in forza della sua fede, il proprio contributo per costruire una società migliore nel cuore del vissuto degli uomini».[5]

Nella storia non sono state poche le immagini utilizzate per descrivere le modalità individuate dalla Chiesa per stare nella sua contemporaneità: nel Medioevo, l’affermarsi dell’universalismo cattolico ribaltò l’antica concezione della «moltitudine […] che […] aveva un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32), incarnando il principio gregoriano secondo il quale la solarità del potere pontificio illuminava la lunare autorità sovrana;[6] in età moderna, la societas perfecta di Roberto Bellarmino (1542-1621) espresse il centralismo romano che condizionò non poco l’“essere” della realtà ecclesiale anche oltre il Concilio Vaticano I (1869-1870), se ancora nel 1917 la promulgazione del Codex iuris canonicipoi-benedettino fu animato dal principio secondo il quale «Quod non est in codice non est in mundo», imponendo ai fedeli di credere, partecipare ai sacramenti e ubbidire alla gerarchia, ulteriore conseguenza della Questione Romana che, con il compimento dell’Unità d’Italia - il 20 settembre 1870 la Breccia di Porta Pia soppresse lo Stato Pontificio - aveva «rinchiuso il Papa in Vaticano»[7] e motivato la pubblicazione del principio del non expedit, favorendo lo sviluppo del movimento cattolico impegnato, nelle sue articolate espressioni, a difendere l’antica unità fra società civile e società religiosa.

 

  1. Un personaggio: Luigi Sturzo

Negli anni del primo dopoguerra, dopo la tragica esperienza del conflitto mondiale, papa Benedetto XV (1914-1922) evidenziò i limiti che distinguevano ciò che spettava «a Cesare» da ciò che spettava «a Dio» e slegò l’azione dei cattolici dall’impegno «puramente materiale e politico»: «Vasto - scrisse il pontefice in una lettera indirizzata al Presidente dell’Unione Popolare nel dicembre 1918 - è il campo che si presenta all’azione dei cattolici da lei presieduto, che mantenendosi […] opportunamente, oltre e al di sopra di ogni problema di ordine puramente materiale e politico, abbraccia tutte le manifestazioni della vita umana e tutte le sospinge con impulso fecondo, savia coordinazione di mezzi e inalterata unità di indirizzo, sulle vie radiose del civile progresso».[8]

Le affermazioni del pontefice decretarono il passaggio dall’antico e tradizionale metodo dell’organizzazione cattolica ai nuovi compiti suggeriti, nel 1919, dall’appello rivolto da don Luigi Sturzo (1871-1959) «A tutti gli uomini liberi e forti». Il pontefice operò per sollecitare il ricambio generazionale dei cattolici imposto dal mutamento di scena che, nei primi decenni del Novecento, stava registrando, dopo i movimenti, l’affermarsi dei partiti di massa. Al proposito, lo storico Federico Chabod ha scritto che «Nel gennaio 1919 fa la sua comparsa un secondo vero e proprio partito politico [dopo il Partito Socialista], un partito che vuole essere tale e non soltanto un’assemblea di deputati. È il Partito popolare italiano, cioè il partito cattolico […]. Che cosa rappresenta il nuovo partito? Per certi versi esso costituisce un fatto di estrema importanza, l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo, specie in rapporto al secolo precedente: il ritorno ufficiale, massiccio, dei cattolici nella vita politica italiana».[9]

Per comprendere fino in fondo la grande novità costituita da ciò che Chabod definisce «l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo», occorre riflettere su alcune espressioni che Sturzo pronunciò il 17 dicembre 1918 a Roma, nei giorni durante i quali la stesura del programma e dello statuto anticipò la fondazione del Partito Popolare Italiano: «Se formiamo un partito politico al di fuori delle organizzazioni cattoliche, e senza alcuna specificazione religiosa, non per questo noi oggi ripiegheremo la nostra bandiera; noi solo vogliamo che la religione non venga compromessa nelle agitazioni politiche e ire di parte. Però nel campo delle attività pubbliche, imiteremo i primi cristiani, che portavano il Vangelo nascosto sul petto, e alimentavano alla santa parola la loro fede, mentre come cittadini invadevano i fori e la curia e gli eserciti e i campi e fin nelle officine degli schiavi, per poi al momento opportuno parlare avanti ai presidi e ai re le parole dello Spirito Santo».[10]

Giuseppe Portonera considera sintomatico il riferimento al «Vangelo nascosto sul petto», laddove Sturzo richiamò il paragone con i «primi cristiani», accomunandoli ai cattolici della sua contemporaneità: se gli uni avevano vissuto, gli altri stavano vivendo una situazione di “clandestinità”.[11] Le persecuzioni romane, nell’antichità, e il non-expedit, nella sua contemporaneità, costringevano i cristiani del passato e i cattolici del presente a rinunciare a un impegno pubblico. In ambedue i casi, la fede matura motivava la consapevolezza di doversi impegnare come “cittadini”,[12] riducendo l’inconciliabilità tra la civitas Dei e la civitas hominis. Secondo il fondatore del Ppi, il cristiano poteva - meglio doveva - «invadere i fori e la curia e gli eserciti» per parlare al momento opportuno «avanti ai presidi e ai re» con «le parole dello Spirito Santo». La scelta dell’aggettivo «nascosto» si rivela ponderatamente sintomatica: in Sturzo, quella caratteristica non fu sinonimo di “riposto” o “dimenticato”, quanto di “protetto” e “messo al riparo”. Nel progetto sturziano, il «Vangelo nascosto sul petto» rappresentò la metafora del cristiano impegnato in politica che si lascia ispirare - spiritualmente e non clericalmente - dalle Sacre Scritture per orientare la sua azione perché «la religione non venga compromessa nelle agitazioni politiche e ire di parte». 

Furono le premesse che confluirono nella rivendicata «aconfessionalità», espressione di una pratica laica della politica, senza dubbio il tratto distintivo dell’esperienza dei popolari della “prima generazione” e dei democristiani della “seconda generazione”. Mentre tra le stanze dei sacri palazzi si diffondeva la convinzione di dover dar vita a un movimento che rappresentasse una diretta emanazione dell’Azione Cattolica Italiana - in quegli stessi anni tra le pagine di Vita e Pensiero si leggeva che «Una fitta rete di circoli cattolici preparavano passo passo il giovinetto, l’adulto alla vita politica. Al partito del Centro si accedeva dopo un tirocinio attraverso le associazioni cattoliche, cui spettava la formazione della coscienza religiosa»[13] - Sturzo operò perché il nascente partito fosse capace di legare gli iscritti «da un capo all’altro dell’Italia, non attraverso gli organismi dell’Azione Cattolica, ma per il tramite della coesione spirituale e della fiducia operativa delle persone».[14]

Con quel progetto puntato sulla persona, Sturzo rivelava - attualizzandolo - il peso della dottrina sociale disegnata dalla Rerum novarum di papa Leone XIII (1878-1903)[15] quando, nell’Italia del primo dopoguerra - nonostante l’avvento dei totalitarismi - la Chiesa fu chiamata a sopperire alle diverse povertà di un Regno non soltanto “mutilato” dagli accordi che sancirono la fine del conflitto, quanto - soprattutto - da una realtà particolarmente dilaniata nei suoi aspetti sociali, economici e culturali.[16] Fu lo stesso Sturzo, tra le pagine di Coscienza e Politica, a ricordare che era stato papa Pio XI (1922-1939), rivolgendosi a un gruppo di pellegrini belgi, ad attestare che «la politica è un ramo dell’amore del prossimo».[17]  Un’affermazione che, tradotta nel vocabolario del prete di Caltagirone, assumeva un ulteriore e profondo significato: «La legge dell’amore non è una legge politica; sta bene in chiesa, sta bene nelle famiglie, sta bene nei rapporti privati. È vero che molti oggi, anche cristianelli annacquati, posano a fieri censori di coloro che si occupano di vita pubblica; e definiscono la politica una sentina di mali, un elemento di corruzione, uno scatenamento di passioni; e quindi da starne lontani; costoro confondono il metodo cattivo con quella che è invece doverosa partecipazione del cittadino alla vita del proprio Paese. Il fare una buona o cattiva politica, dal punto di vista soggettivo di colui che la fa, dipende dalla rettitudine dell’intenzione, dalla bontà dei fini da raggiungere e dai mezzi onesti che si impiegano all’uopo. Così ragionano i cristiani di ogni tempo e di ogni Paese. E con questo spirito, l’amore del prossimo in politica deve stare di casa e non deve essere escluso come un estraneo: né mandato via facendolo saltare dalla finestra, come un intruso. E l’amore del prossimo non consiste nelle parole, né nelle moine: ma nelle opere e nella verità».[18]

 

  1. Una tappa: l’Assemblea Costituente

Non fu, quindi, un caso se, dopo qualche decennio, Aldo Moro (1916-1978) ricordando gli inizi dell’impegno profuso tra le fila della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (Fuci) - una delle associazioni rinvigorite da papa Ratti per combattere il regime fascista - dichiarò: «Io sono, come tanti altri, entrato nella DC con la spontaneità e l’entusiasmo di una scelta, più che politica, religiosa […]. In quel fervore iniziale c’era più fede che arte politica e tale stato d’animo restò per molti a lungo».[19]A conferma della matrice vocazionale messa in atto dai cattolici in politica, dopo alcuni decenni, a Moro fece eco Dossetti: «non sono mai stato un politico. Vi assicuro i miei interessi sono solo religiosi».[20]

Il 2 giugno 1946 la Repubblica Italiana nacque all’interno di un contesto contraddistinto da diffusa incertezza che, ben presto, si trasformò in una profonda esigenza di mutamento.[21] La scelta repubblicana inaugurò una nuova fase della storia italiana: “nuova” non soltanto perché in grado di proiettare la nazione verso inediti equilibri politici; “nuova”, soprattutto, perché capace di rendere protagonisti della storia quanti, fino a quel momento, dalla storia erano stati esclusi. 

Papa Pio XII (1939-1958), pur interprete di una visione gerarchica della Chiesa - sua la frase: «non voglio collaboratori, ma esecutori» - fu l’ispiratore di un importante ripensamento della struttura ecclesiale. Terminata la seconda guerra mondiale, il pontefice, dopo aver fatto l’esperienza dei totalitarismi di destra e di sinistra, smise l’abito antico di una Chiesa impegnata nella ricerca di un ritorno allo Stato cristiano e compì definitivamente la scelta per la democrazia, percepita non più semplicemente come un sistema di governo tra gli altri, bensì come il sistema di valori più conforme ai postulati della legge naturale e in perfetta consonanza con lo spirito del vangelo. Fu in occasione del messaggio diffuso per il Natale 1944 che papa Pacelli indicò quali fossero i criteri-guida per «una democrazia, che corrisponda alla dignità umana»: «Noi indirizziamo la Nostra attenzione - scrisse il Pontefice - al problema della democrazia, per esaminare secondo quali norme deve essere regolata, per potersi dire una vera e sana democrazia, confacente alle circostanze dell’ora presente; ciò indica chiaramente che la cura e la sollecitudine della Chiesa rivolta non tanto alla sua struttura e organizzazione esteriore - le quali dipendono dalle aspirazioni proprie di ciascun popolo - quanto all’uomo, come tale, che, lungi dall’essere l’oggetto e un elemento passivo della vita sociale, ne è invece, e deve esserne e rimanerne, il soggetto, il fondamento e il fine».[22]

Nell’immediato secondo dopoguerra il Papa “della prudenza” - e non “dei silenzi” - invitò il cattolicesimo italiano a tornare a riflettere sull’uomo, per la “ricostruzione” di una società basata non più sulla dittatura, com’era avvenuto nel recente passato con il fascismo o come prospettava l’immediato futuro con il paventato avvento del comunismo, quanto su un’adesione consensuale della popolazione a un ordinamento che avesse l’individuo come «soggetto, fondamento e fine». Fu Giuseppe Saragat, esponente del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, presidente dell’Assemblea Costituente,[23] a illustrare, durante il discorso inaugurale tenuto il 26 giugno 1946, le linee che avrebbero guidato l’assise e ad affermare che quei lavori non avrebbero costituito «soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non […] soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma […] soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste, dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide».[24]

Esiste un’ampia bibliografia che considera l’essenza della Costituzione della Repubblica Italiana il risultato di molteplici contributi: reazione al fascismo, effetto dei valori della Resistenza, conseguenza dell’incontro di tre culture - cattolica, marxista e liberale - ognuna a suo modo impegnata a realizzare in quegli anni il bene dell’Italia e degli italiani. Anche soltanto a grandi linee, l’Italia repubblicana che nacque dai lavori dell’Assemblea Costituente, nonostante sia una realtà relativamente recente - in fondo si tratta di pochi decenni - offre alla storia numerosi spunti di riflessione. Giorgio La Pira, nel 1945, si chiedeva: «Che cosa significa, dunque, una Costituzione cristianamente ispirata? Che cosa è uno Stato cristianamente ispirato? Ormai la risposta è chiara: questa ispirazione non consiste nel fatto che lo Stato affermi nel primo articolo della sua Costituzione di riconoscere la religione cattolica come religione dello Stato. Questa affermazione ci vuole: ma l’ispirazione cristiana della Costituzione non dipende essenzialmente da essa. L’ispirazione dipende essenzialmente da questo fatto: che l’‘oggetto’ della Costituzione, il suo fine, sia la persona umana quale il cattolicesimo la definisce e la mostra. E dipende di conseguenza dall’altro fatto, che tutte le strutture dell’edificio costituzionale siano ordinate a questo fine».[25]

Secondo quella prospettiva i valori di persona, della sua dignità e del suo primato, negati dai regimi, tornarono nelle discussioni fatte in Assemblea Costituente e furono posti a fondamento della nuova Carta Costituzionale che, in quel modo, risultò connotata dai caratteri della democrazia. Erano riflessioni che scaturivano dallo studio delle opere di scrittori come Giuseppe Toniolo (1845-1918) che aveva operato per l’umanizzazione dell’economia; Maurice Hauriou (1856-1929), giurista delle istituzioni; Jacques Maritain (1882-1973), filosofo dell’umanesimo interale; e, soprattutto, Emmanuel Mounier (1905-1950), l’autore della rivoluzione personalista. A questo proposito, lo storico Giovanni Sale ha scritto che «Il modello personalista fu utilizzato per superare sia il liberalismo, che nella sua accezione più negativa finiva per fare della libertà un assoluto, sia il comunismo, il quale in base ai principi dello Stato collettivista negava alcuni fondamentali diritti individuali. Per essi, invece, la persona umana avrebbe dovuto costituire il limite davanti al quale ogni altra pretesa, in particolare quella statale, doveva fermarsi».[26]

 

  1. Un personaggio: Aldo Moro

Vi fu, quindi, una matrice vocazionale - aspetto, quest’ultimo, richiamato di recente anche da papa Francesco[27] - a illuminare, in quegli anni, la politica, una “chiamata” a operare per il bene comune che rappresentò la concretizzazione di un carisma. Un impegno che considerò la politica non un’attività, né sinonimo di una gestione personale del potere, bensì la chiara risposta a una vocazione: «La Chiesa non cercava il potere per sé stesso - ha scritto Philippe Chenaux - ma non intendeva rinunciare alla vocazione che le era propria di formare uomini atti a esercitare il potere in un senso conforme ai suoi interessi e ai suoi valori».[28]

Se l’ingresso nella Dc era scaturito da «una scelta, più che politica, religiosa», fu agli uomini di fede, e non agli interessi di partito, che Moro si rivolse nel secondo dopoguerra, indicando la necessità di avviare un cammino inedito, in grado di proiettare il Paese verso «una nuova, più vera ed umana, concezione della vita e dell’attività politica» - fu la sua convinzione - animata da «ideali semplici e buoni di umanità. Nella quale ciascuno assolva la sua missione nel mondo, sentendola grande sempre e creatrice di storia».[29]

Dopo la stagione del fascismo - per Moro «la lunga oppressione […] dei valori della personalità umana e della solidarietà sociale»[30] - il concetto di democrazia, sconosciuto alle giovani generazioni, tornava alla luce. Quel ritorno rappresentò un’opportunità segnata non soltanto dall’esperienza degli orrori del recente passato, ma anche, e soprattutto, dalla volontà di un futuro che opponesse all’esaltazione della morte come prova di virilità l’idea della vita come conquista della libertà: «dove il fascismo oscurò le differenze ed andò promuovendo una piatta unità insignificante, l’antifascismo dovrà lasciarle sussistere, anche quando a questo o a quello non facciano comodo, ed incanalarle verso la sola unità ammissibile, quella generata dall’incontro rispettoso e dal vaglio serio ed onesto di tutti i punti di vista».[31]

Furono le convinzioni che, dopo circa un decennio, permisero, nonostante le obiezioni sollevate da ambienti vaticani, l’apertura “a sinistra”[32] se, nel 1959, Moro individuò nel pluralismo la «prima espressione della nostra vita democratica».[33] Negli anni che segnavano il passaggio dalla ricostruzione al boom economico, caratterizzato da inattese ed evidenti forme di modernizzazione,[34] Moro ribadì la necessità di una politica attenta alla persona, con istituzioni capaci «di ricevere ed incanalare le aspirazioni popolari, effettuare il raccordo, in termini di comune consapevolezza e di comune responsabilità, tra il vertice e la base del potere».[35]

Derivò da tali riflessioni la concezione della funzione legata alla rappresentanza politica, secondo la quale - l’espressione è di Moro - «i Partiti sono per il popolo e non il popolo per i Partiti»,[36] designati, quindi, a ribadire il primato della società rispetto allo Stato, l’“egemonia” degli italiani rispetto alle istituzioni, in una architettura dell’ordinamento democratico - rovesciamento di ogni totalitarismo - capace di assegnare agli organismi statali il compito di assicurare a ogni cittadino l’accesso alla polis. Di fronte a uno scenario rinnovato, Moro individuò nel pluralismo il percorso da seguire, interpretando la subita sconfitta cattolica sul divorzio, nel 1974, come il «confuso venire alla luce di un mondo più libero e di uomini più autonomi e responsabili, responsabili per sé stessi e non in ragione di una costrizione legale», per i quali occorreva «realizzare la difesa di principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale».[37]

Sull’argomento era stato lo stesso Moro, nel gennaio 1945, commentando il radiomessaggio pronunciato da papa Pio XII in occasione del Natale precedente - fra le pagine del quale il pontefice aveva individuato nell’uomo «il soggetto, il fondamento e il fine» della vita sociale[38] - a scrivere: «L’essenza della democrazia è nel riconoscimento della dignità della persona, dei suoi diritti nell’ambito della società, delle responsabilità che una tale cosciente partecipazione all’esercizio del potere comporta. La libertà non è un arbitrio, non è sopraffazione, non è finzione di mistiche popolari ingannatrici, è invece sostanza di vita morale, peso di coscienti e lucide decisioni, di contributi da dare, di controlli da stabilire in vista del bene comune».[39] E per richiamare il valore storico, nel senso più nobile del termine, della Costituzione, aveva continuato: «Uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità».[40]

 

  1. Per concludere: fra tappe e personaggi

La centralità dei lavori dell’Assemblea Costituente e, in particolare, il ruolo svolto fra quegli scranni dai cattolici,[41]cronologicamente collocato fra le intuizioni politiche di Sturzo, membro della cosiddetta “prima generazione”, e le prospettive sociali di Moro, esponente della “seconda generazione” dell’impegno politico dei cattolici, permettono di richiamare una tesi storiografica che, rileggendo il lavoro compiuto per redigere la carta d’identità dell’allora neonata Repubblica, fornisce una innovativa interpretazione della storia più recente dell’Italia. Una lettura che, sostituendo alla classica immagine che fa del Belpaese della seconda metà del Novecento soltanto uno Stato compreso all’interno dello schieramento filo-occidentale - quindi un territorio di supporto a logiche di contrapposizione precostituite - offre l’immagine di una nazione che, grazie alla scelta repubblicana e al lavoro compiuto dagli eletti - da tutti gli eletti, al di là della rispettiva appartenenza partitica - in Assemblea Costituente rappresentò, invece, un importante laboratorio politico, capace di influenzare la scena internazionale nella difesa di una sua specifica originalità rispetto al resto d’Europa. Altamente democratica, infatti, si rivela l’istantanea del Paese realizzata dallo storico e diplomatico Luigi Vittorio Ferraris quando scrive: «L’Italia è considerata dal nord Europa al di là delle Alpi un paese del sud e mediterraneo […]. Per il sud del mondo, a cominciare dalle rive settentrionali dell’Africa, l’Italia è un paese del nord. […] vi è una unitarietà che è conseguenza della condizione di crocevia o di centralità o di equilibrio fra il nord e il sud e più tardi fra l’est e l’ovest».[42]

Riflessioni che inducono a ripensare il ruolo internazionale dell’Italia, qualificandola non soltanto come spazio di frontiera, ma anche e soprattutto come luogo di incontro e di confronto con le culture “alte” e “altre” dell’area mediterranea, in un contesto caratterizzato dalla molteplicità culturale, sociale e religiosa. Oggi, in una Europa contraddistinta da rinnovate espressioni di laicità, fra la riedizione di antichi nazionalismi e la genesi di inediti sovranismi, non è importante comportarsi da «cristiani» - etichetta coniata, come raccontano gli Atti degli Apostoli (11,26), ad Antiochia nell’indicare «per la prima volta i discepoli» del Cristo - perché nessuno ha mai chiesto a qualcuno di “fare” il cristiano. Ciò che, invece, si rivela importante è la capacità di dare concretezza a una vocazione - quindi all’“essere” cattolici - che invoca democraticamente l’unità nella diversità. 

Papa Francesco, durante il quinto Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze, nel 2015, ha ricordato che «La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media. [...] Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia. Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà».[43] Affermazioni che, sulla scia del Vaticano II - per riprendere il riferimento che ha dato inizio a queste brevi riflessioni - ribadiscono l’esistenza di una Chiesa non più fidente nella disperata realizzazione di una rinnovata societas christiana, bensì concentrata a vivere da protagonista, nella sua democraticità, la contemporaneità, quando, attraverso «La totalità dei fedeli […] “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici” mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale».

Intervento a Cantieri di democrazia La storia: personaggi e tappe, Scuola di Formazione Socio Politica “Giorgio La Pira” Cerignola - Salone “Giovanni Paolo II” (Curia Vescovile) - 26 ottobre 2019, di Angelo Giuseppe Dibisceglia*

 

* Docente di Storia della Chiesa nella Facoltà di Teologia dell’Università Pontificia Salesiana (Roma) e nell’Istituto Teologico “Santa Fara” della Facoltà Teologica Pugliese (Bari). È Segretario dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa (Roma) e del Comitato di Redazione di Chiesa e Storia.Rivista dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa. Collabora con la Rivista di Storia della Chiesa in Italia.

[1] Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, 21 novembre 1964.

[2] R. La Valle, Il Concilio nelle vostre mani. Intervento conclusivo all’assemblea convocata da 104 gruppi ecclesiali, associazioni, riviste, a cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, tenutasi il 15 settembre 2012, nell’anniversario del radiomessaggio di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962, nell’Auditorium dell’Istituto Massimo a Roma.

[3] A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola (19 novembre 1984), Bologna, Il Mulino, 2003, p. 106.

[4] Lettera a Diogneto, cap. V: «Il mistero cristiano», n. 5. 

[5] V. Grossi, Storia della Spiritualità. 3/B: La spiritualità dei Padri latini, Roma, Borla, 1988, pp. 121-122.

[6] Cfr. G.M. Cantarella, Il sole e la luna. La rivoluzione di Gregorio VII papa 1073-1085, Roma-Bari, Laterza, 2005.

[7] Cfr. P. Scoppola, La democrazia dei cristiani. Il cattolicesimo politico nell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 20062, p. 53.

[8] «Relazione della Segreteria di Stato sulla materia politica», riportata in appendice al volume di G. Sale, Popolari e destra cattolica al tempo di Benedetto XV 1919-1922, Milano, Jaca Book, 2006, p. 151, che specifica: «La relazione non è datata; in ogni caso essa è stata redatta prima delle elezioni politiche del 1919»: p. 148.

[9] F. Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Einaudi, 1961, p. 43.

[10] L. Sturzo, Coscienza e politica. A cura di G. De Rosa, Roma, Biblioteca del Vascello, 1993, p. 42.

[11] Cfr. G. Portonera, «Partito, Popolare, Italiano: tre caratteri fondamentali di una storia interrotta», in ho theológos. Quadrimestrale della Facoltà Teologica di Sicilia «S. Giovanni Evangelista», XXXI (2013) 1-2, pp. 113-121.

[12] Cfr. G. Spadolini, Giolitti e i cattolici (1901-1914), Milano, A. Mondadori, 1974, p. 72.

[13] Spectator, «La rinnovazione politica dei cattolici», in Vita e Pensiero, 20 gennaio 1919, p. 50. Spectator fu lo pseudonimo di don Alessandro Cantono (1874-1959), sociologo vicino a don Romolo Murri, don Ernesto Buonaiuti e al barnabita Giovanni Semeria. Cfr. la voce su Cantono redatta da L. Bedeschi, in Dizionario Biografico degli Italiani, XVIII, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, 1975, pp. 331-332.

[14] G. Sale, Popolari e destra cattolica al tempo di Benedetto XV, pp. 22-24.

[15] Leone XIII, «Lettera enciclica Rerum novarum», 15 maggio 1891, in E. Lora e R. Simionati (a cura di), Enchiridion delle Encicliche. 3. Leone XIII (1878-1903), Bologna, Dehoniane, 1997, pp. 600-665.

[16] Cfr. G. Portonera, «Partito, Popolare, Italiano: tre caratteri fondamentali di una storia interrotta», pp. 114-115.

[17] Riportato da P. M. Fragnelli, «A scuola dalla storia. Tra Sturzo e Dossetti», in L’Osservatore Romano, 6 febbraio 2017.

[18] Il Cittadino di Brescia, 30 agosto 1925.

[19] A. Moro, Scritti e discorsi (1944-1947), Roma, Cinque Lune, 1982, p. 9.

[20] A colloquio con Dossetti e Lazzati, p. 52.

[21] Cfr. i risultati riportati in I 556 Deputati alla Costituente, Roma, Casa Editrice “La Navicella”, p. 23.

[22] Pio XII, Radiomessaggio ai popoli del mondo intero, 24 dicembre 1944.

[23] Giuseppe Saragat (Psiup) fu presidente dell’Assemblea Costituente dal 25 gennaio 1946 al 6 febbraio 1947.

[24] Assemblea Costituente, Seduta di mercoledì 26 giugno 1946, p. 10.

[25] Riportato in A. Riccardi, «L’identità nazionale all’insegna della Costituzione», in Vita e Pensiero. Bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica, XCIV (2011) 2, pp. 77-81: 79-80.

[26] G. Sale, «I cattolici alla Costituente», in La Civiltà Cattolica, CLVIII (2007) 4, p. 217.

[27] Cfr. Francesco, Omelia a Santa Marta, 16 settembre 2019.

[28] P. Chenaux, Pio XII. Diplomatico e pastore, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2004, p. 291.

[29] A. Moro, Scritti e discorsi, p. 9.

[30] Ivi, pp. 454-455.

[31] Ivi, pp. 15-16.

[32] Cfr. A. D’Angelo, Moro, i vescovi e l’apertura a sinistra, Roma, Studium, 2005, nonchè V. De Luca,  «Le giunte difficili allo studio», in Il Giorno, 15 novembre 1960.

[33] Il testo del discorso in A. Moro, La democrazia incompiuta. A cura di A. Ambrogetti, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 102.

[34] Sull’argomento, mi permetto di rimandare ad A.G. Dibisceglia, Chiesa e Democrazia Cristiana nella modernizzazione del Mezzogiorno (1948-1954), Foggia, Edizioni Universitas, 2010.

[35] A. Moro, La democrazia incompiuta, pp. 72-75.

[36] A. Moro, Scritti e discorsi, p. 25.

[37] A. Moro, L’intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959-1978, Milano, Garzanti, 1979, pp. 286-287.294.

[38] «Se dunque in questa solennità, che commemora ad un tempo la benignità del Verbo incarnato e la dignità dell'uomo (dignità intesa non solo sotto il rispetto personale, ma anche nella vita sociale), Noi indirizziamo la Nostra attenzione al problema della democrazia, per esaminare secondo quali norme deve essere regolata, per potersi dire una vera e sana democrazia, confacente alle circostanze dell’ora presente; ciò indica chiaramente che la cura e la sollecitudine della Chiesa rivolta non tanto alla sua struttura e organizzazione esteriore, - le quali dipendono dalle aspirazioni proprie di ciascun popolo, - quanto all’uomo, come tale, che, lungi dall’essere l’oggetto e un elemento passivo della vita sociale, ne invece, e deve esserne e rimanerne, il soggetto, il fondamento e il fine»: Pio XII, Ai popoli del mondo intero. Radiomessaggio, 24 dicembre 1944.

[39] A. Moro, Scritti e discorsi, p. 101.

[40] Ivi, p. 460.

[41] Cfr. A.G. Dibisceglia, «Per “una democrazia finalmente umana”. I cattolici all’Assemblea Costituente», in S. Picciaredda (a cura di), Il sogno europeo tra storia e futuro, Foggia, Claudio Grenzi Editore, 2012, pp. 93-104.

[42] Cfr. L.V. Ferraris, «Est-ovest e nord-sud nella politica estera italiana», in A. Giovagnoli (a cura di), Interpretazioni della Repubblica, Bologna, Il Mulino, 1998, pp. 149-150.

[43] Francesco, Incontro con i rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo” (Firenze, 9-13 novembre 2015), 10 novembre 2015.

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