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La Costituzione e il giusto mezzo, di Salvatore Surbera

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 03/06/2016 15:01
Per prepararci al referendum (e al nostro Politica in Weekend) pubblichiamo un articolo di riflessione su alcuni aspetti etici della nostra Carta Costituzionale...

 

Il 2 giugno 2016 abbiamo celebrato il 70° anniversario del referendum istituzionale, come pure la commemorazione del giorno in cui venne eletta l’Assemblea Costituente cui spettò il compito di redigere il testo della Costituzione che rappresenta, a detta di molti, un esempio mai più eguagliato nella storia politica del nostro Paese. Una lettura attenta e esperta del testo della Costituzione italiana potrebbe indurre chi la compie, e non cadrebbe certo in errore, ad affermare che essa sia un lungo inno alla signoria della persona umana pensata come valore assoluto che possiede una sua dignità intrinseca ed è dotata di libertà. La centralità dell’individuo si riscontra lungo tutto il dettato costituzionale ed è trasversale alle grandi tematiche contenute negli articoli. L’attenzione alla persona e, in particolare, alla sua libertà, si evince anche nella parte del testo inerente i rapporti economici. Gli articoli che si riferiscono più propriamente alla natura di detti rapporti infatti, dipingono un sistema che si colloca al centro tra i due eccessi della sfera economica, rappresentati rispettivamente da un lato, dall’economia del libero mercato, ossia un sistema autarchico capace di autoregolarsi e per questo assolutamente indipendente da ogni intervento regolatore da parte dello Stato; dall’altro, dall’economia dirigistica, in cui è lo Stato che elabora i piani di sviluppo economico e progetta le direttive dirigenziali di ciascun impresa. In particolare nell’articolo 41 del testo costituzionale viene detto: «l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge infatti determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». In questo articolo emerge chiaramente l’intento dei costituenti, e cioè quello di abbracciare un sistema economico che sia capace di stimolare l’attività di mercato senza però arrecare danno alla libertà delle singole persone. Una libertà che tuttavia non contempla derive libertarie, ossia posizioni estreme che portano a ritenere la stessa come valore assoluto al punto da anteporla ad ogni forma di autorità. La Costituzione pertanto, rifugge dalla tentazione di promuovere un sistema economico spietatamente capitalista come pure riconosce allo Stato il compito di controllore e regolatore dell’attività economica e ciò allo scopo di ridurre comportamenti egoisti e aspirazioni malsane che risultano essere frequenti laddove prevalgono sistemi capitalistici efferati. L’importanza di regole che normassero l’attività economica non era certo sfuggita al famoso economista inglese John Maynard Keynes, il padre della macroeconomia, che sottolineò la necessità di un intervento dello Stato nel mercato al fine di garantirne il corretto ed efficiente funzionamento. Le idee keynesiane furono fatte proprie dai membri della Costituente e contribuirono a che si raggiungesse un accordo tra le opposte fazioni sul tema in questione; accordo che giunse senza il ricorso a dure e aspre battagli. Come ricorda il politologo Pasquino:

Nell’Assemblea Costituente non ci fu nessuno scontro frontale fra i sostenitori del mercato, i “mercatisti”, e i sostenitori dello Stato, gli statalisti, per giungere a una buona definizione delle regole da dare al sistema economico italiano. I liberisti […] non erano fondamentalisti, ma riconoscevano la necessità di buone regole per dare vita a un mercato aperto, vivace e concorrenziale. I dirigisti, fra i quali si trovavano non soltanto i comunisti, ma anche molti socialisti, non furono mai estremisti, consapevoli che la pianificazione totale dell’economia italiana non soltanto era impossibile, ma correva il rischio di comprimere e di ridurre gli spazi di libertà personale (Pasquino 2015:67).

Quello che emerge è perciò un sistema a metà strada fra un’economia priva di regole e controlli, che ebbe nelle politiche libertarie e denormativizzanti dei governi guidati da Tatcher e Reagan i suoi antesignani più illustri, e una centralizzata, sul modello di quella sovietica e dei paesi socialisti dell’est europeo fino alla caduta del muro di Berlino. Un sistema in cui:

l’iniziativa privata ha convissuto con il settore pubblico dell’economia e con il mondo della cooperazione. Insomma, ne è risultato un sistema misto non troppo dissimile dall’economia sociale di mercato affermatasi nella Repubblica Federale Tedesca (Pasquino 2015:32).

La definizione di un sistema economico capace di tutelare la libertà della persona avvenne senza particolari scontri da parte dei membri dell’Assemblea Costituente nonostante la loro differente appartenenza politica (i costituenti infatti erano espressione delle culture politiche di provenienza: cattolico-democratica, social-comunista, liberale). Ciò fu possibile grazie alla comune sorte toccata a ciascuno di loro:

Il collante fra gli uomini e le donne che sedettero in Assemblea costituente era infatti la stessa biografia. Questo perché le galere fasciste si aprirono per Gramsci e per Pertini, ma anche per De Gasperi. Perché don Sturzo sperimentò l’esilio non meno di Togliatti. Perché a Napoli fu devastata l’abitazione di Benedetto Croce al pari di quella di Arturo Labriola. E perché infine quella generazione affrontò la prova della guerra, condusse la lotta contro l’esercito nazista, formò i Comitati di liberazione nazionale (Ainis 2013:9).

Ben si comprende allora, alla luce di quanto fin qui detto come l’attenzione verso un sistema di economia mista fosse la riposta, in termini economici, ad una visione realistica della persona umana, rispettosa della sua libertà, ma soprattutto in alternativa ai totalitarismi, tanto di destra quanto di sinistra che i membri della costituente avevano vissuto sulla propria pelle.

 

[presbitero, studente della PUG, Frascati, Roma]

 

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