Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti di Cercasi un fine / L’amicizia, dal cortile dei prossimi al mare dei migranti, di Salvatore Passari

L’amicizia, dal cortile dei prossimi al mare dei migranti, di Salvatore Passari

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 11/04/2021 09:44
Testo della lezione tenuta da Salvatore Passari alla scuola di politica di Cuf, Roma, San Barnaba il 10 aprile, sul tema dell'amicizia e fraternità con vicini e lontani.

 

Il titolo, molto suggestivo, che mi è stato assegnato,  sembra auspicare un itinerario: dal microcosmo dei nostri cortili del qui ed ora al macrocosmo del mare aperto dei migranti, come simbolo concreto di una umanità osteggiata e violentata nel suo stesso essere umano, nella sua stessa dignità; e che abita nel nostro cortile, ma che proviene dal mare aperto dell’altro mondo, e che ci costringe a sollevare lo sguardo e a guardare lontano, non solo per coglierne le connessioni con ciò che noi siamo e dove stiamo andando, ma per delineare il nostro stesso futuro di umanità, sopraffatto dalla diseguaglianza sociale, i cui segni concreti portano i nomi della corruzione, dello sfruttamento, della violenza, della emarginazione, della miseria, per larga parte dell’umanità.

 Di fronte a tale orrore che mette a repentaglio la stessa possibilità di essere uomini e donne di un futuro umanizzato, reso ancora più problematico da una storia, ci basti quella del secolo scorso, dalla quale sembra non aver imparato nulla, la voce gentile, ferma, audace di Papa Francesco, come voce che grida nel deserto, indica nella fraternità il luogo autentico, tutto da costruire e inverare ma non utopico, per ripristinare l’amore e la giustizia in un mondo divenuto oramai inumano. E’ in gioco la stessa sopravvivenza umana e la sua stessa possibilità di cogliersi come umana.

Fraternità, fratellanza, amicizia, solidarietà?

Il titolo della relazione sottolinea l’amicizia come collante di questo itinerario. E questa presuppone la fraternità. Perché la fraternità? Perché il riconoscimento di essere figli di una stessa origine, di uno stesso Padre, possa sviluppare delle forme di amicizia che abbattano i muri tra i popoli, ripristinano i diritti lesi, potendo tutti godere dei beni universali della terra e dell’amicizia di nuove relazioni sociali?

 Che la fraternità sia legata all’amicizia, in particolare a quella sociale, sottolinea il grande valore universale dell’essere umano e della sua dignità indipendentemente dalla sua fede, razza, cultura, capace, in nome di questa stessa umanità, e di questa comune appartenenza, di creare legami amicali e fraterni.  Non si rifletterà mai a sufficienza su questo valore, per questo dedicherò un piccolo paragrafo sul nostro essere umani.

Perché poi la fraternità e non la fratellanza sia legata all’amicizia lo si capisce dal diverso significato che i questi due sostantivi femminili hanno tra loro:

La fraternità è un sentimento di affetto e amore che si instaura tra persone che non sono fratelli e si esprime attraverso atti benevoli, con forme di aiuto e con azioni generose intraprese specialmente nei momenti di maggiore bisogno, in modo disinteressato. Il sentimento della f. è stato ed è presente in tutte le culture, connotandosi come valore sia religioso sia laico. (Treccani)

La fratellanza [der. di fratello] è:  1. Il rapporto naturale tra fratelli (o anche, in genere, tra congiunti laterali), e il vincolo d’affetto che li unisce: rapportorelazione di f.; i doveri della fratellanza. Più com. in senso estens., reciproco sentimento d’affetto e di benevolenza come tra fratelli: la fdei buonifdei popolil’ideale di una funiversale2. Nome di varie unioni o società di persone, costituitesi con fini umanitarî e di mutuo soccorso, o con altri scopi (politici, sociali, religiosi, ecc.). In riferimenti al medioevo, denominazione generica di associazioni fra gruppi artigiani o professionali (v. fraglia), o di associazioni laiche aventi per scopo la preghiera e la beneficenza. (Treccani).

La Fratelli tutti fa questa scelta di campo legando correttamente la fraternità all’amicizia sociale. Nel testo dell’Enciclica l’amicizia sociale è presente ben 12 volte, 8 delle quali in connessione con la fraternità (2,5,6,94,106,142,154,180); le altre, senza tale collegamento, sono riprese nel 99, 198, 233, 245. (35 sono solo i rifermenti alla fraternità). Il legame può essere usato come un vero e proprio paradigma: il nostro rapporto tra diversi che tra noi si instaurerà sarà quello come tra fratelli, uscendo dalla logica dei gruppi chiusi e settari.

Questo aspetto lo ha bene colto , tra l’altro, Zamagni che afferma che la  “fraternità non ha lo stesso significato di fratellanzaMentre quello di fratellanza è un concetto immanente che dice dell’appartenenza delle persone alla stessa specie o a una data comunità di destino, la fraternità è un concetto trascendente che pone il suo fondamento nel riconoscimento della comune paternità di Dio. La fratellanza unisce gli amici, ma li separa dai non amici; rende soci (socio è “colui che è associato per determinati interessi” (F.T.102)e quindi chiude gli uniti nei confronti degli altri. La fraternità, invece, proprio in quanto viene dall’alto (la paternità di Dio) è universale e crea fratelli, non soci, e dunque tende a cancellare i confini naturali e storici che separano. Il terzo termine che appare nella bandiera della Rivoluzione Francese (Liberté, egalité, fraternité) scaturisce dall’eguaglianza della specie e della natura di tutti gli uomini. Ma, come si legge nella Lumen fidei,54,qualsiasi fraternità che sia priva del riferimento ad un Padre comune, quale suo fondamento, non riesce a sussistere”. 

Rispetto a quest’ultima affermazione vedremo che le cose sono più complesse. Se tutti dovessimo fare riferimento a un Padre comune il dialogo per alcuni sembrerebbe precluso. Il   pontificato di Francesco è quello invece di aprire nuovi processi e ricondurre a dialogo sempre più fecondo parti tra loro molto distanti con la forza dell’amore. Ed in effetti, ciò che sembra unire la fraternità con l’amicizia sociale, messi uno accanto all’altro nel 2,5, 6 della F.T. é proprio l’amore:

L’amore implica dunque qualcosa di più che una serie di azioni benefiche. Le azioni derivano da un’unione che inclina sempre più verso l’altro considerandolo prezioso, degno, gradito e bello, al di là delle apparenze fisiche o morali. L’amore all’altro per quello che è ci spinge a cercare il meglio per la sua vita. Solo coltivando questo modo di relazionarci renderemo possibile l’amicizia sociale che non esclude nessuno e la fraternità aperta a tutti. (F.T.94)

 L’amore che si estende al di là delle frontiere ha come base ciò che chiamiamo “amicizia sociale” in ogni città e in ogni Paese. Quando è genuina, questa amicizia sociale all’interno di una società è condizione di possibilità di una vera apertura universale. Non si tratta del falso universalismo di chi ha bisogno di viaggiare continuamente perché non sopporta e non ama il proprio popolo. Chi guarda il suo popolo con disprezzo, stabilisce nella propria società categorie di prima e di seconda classe, di persone con più o meno dignità e diritti. In tal modo nega che ci sia spazio per tutti.(F.T.99)

L’amore crea lo spazio per l’amicizia sociale i cui confini sfumano nella gratuità. Lo si comprende bene ancora citando Zamagni che differenzia la fraternità dalla solidarietà, poiché è più di quest’ultima legandola ad una eccedenza sovraetica grazie alla gratuità, all’amore cioè eccedente che nonostante i recessi oscuri e gli anfratti nascosti, alberga in ciascuno di noi. Ecco i passi da Zamagni tratti da un suo commento dall’enciclica che ci possono aiutare:  

 mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali, quello di fraternità è il principio che consente ai già eguali di esser diversi – si badi, non differenti.

 La fraternità consente a persone che sono eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di vita, o il loro carisma, cioè la loro singolarità. Questa compresenza di uguaglianza e singolarità è ciò che caratterizza in modo unico il principio di fraternità. Le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l’800 e soprattutto il ‘900, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali sia politiche, in nome della solidarietà e questa è stata cosa buona; si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Ma la buona società in cui vivere non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà, perché mentre la società fraterna è anche una società solidale, il viceversa non è vero. 

Cosa fa la differenza? La gratuità. Dove essa manca non può esserci fraternità. La gratuità, non è una virtù etica, come è la giustizia. Essa riguarda la dimensione sovraetica dell’agire umano; la sua logica è quella della sovrabbondanza. La logica della giustizia, invece, è quella dell’equivalenza, come già Aristotele insegnava. Capiamo allora perché la fraternità va oltre la giustizia. In una società, solo perfettamente giusta – posto che ciò sia realizzabile – non vi sarebbe spazio per la speranza. Cosa potrebbero mai sperare per l’avvenire i suoi cittadini? Non così in una società dove il principio di fraternità fosse riuscito a mettere radici profonde, proprio perché la speranza si nutre di sovrabbondanza. 

Ostacoli alla fraternità e all’amicizia sociale

Il quadro appena presentato funziona certamente su un piano logico e lo stesso papa Francesco dice che tutto ciò non è utopico ed è possibile. Ciò non significa, come peraltro fa anche lui, che non bisogna accorgersi della distanza e delle contraddizioni che anche un cammino del genere porta con sé. Partiamo dalla lucida analisi di don Rocco d’Ambrosio che con Riccardo Cristiano hanno intessuto un bel dialogo su questi e altri temi e ne è venuto fuori, un bellissimo libro da leggere e meditare, Siamo tutti della stessa carne, Castelvecchi.

Dice Rocco D’Ambrosio “Fraternità e amicizia sociale sono quasi messi in connessione fino a pensare che si appoggiano a vicenda: dice il papa  (42). Anche se la fraternità è un atteggiamento benevolo verso tutti gli uomini, l’amicizia come insegna Aristotele comporta una reciprocità, uno scambio, una crescita comune…Per Francesco è riconoscere,apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita. (n.1); mentre l’amicizia é… Di essa il papa non dà una definizione ma sottolinea: C’è un riconoscimento basilare, essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale: rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza. 106 Da qui l’affermazione forte: L’opzione peri poveri deve portarci all’amicizia con i poveri. E’ possibile? Se l’amicizia presuppone reciprocità, posso essere amico dei poveri, se io povero non sono o comunque vivo condizioni di vita diverse? (Siamo tutti della stessa Carne, p.68) Gli farà poi eco, Riccardo Cristiano che risponderà a partire dal riconoscimento delle antinomie (un contrasto di legge che possono avere lo stesso valore per cui non so decidermi quale sia quella più vera) che generano vita, pensiero, incontro.

 Vorrei partire da qui. Da queste domande e aggiungerne altre, le stesse che possono orientare il nostro dibattito al termine della relazione: 

  • perché è così difficile essere fraterni ed amici?
  • Come potremmo riconoscere(vedere), apprezzare, (giudicare) amare (agire) ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo dove è nata e vive?
  • Come pensare e agire nella complessità, e cioè su chi o su cosa si può agire?
  • Di quali strumenti/risorse abbiamo bisogno?
  • Cosa significa per noi essere umani?
  • Quali sono le nostre paure che ci impediscono di relazionarci al diverso da noi?
  • Come uscire dall’universalismo astratto, o dal bisogno concreto da soddisfare senza una visione generale di ciò che sta accadendo?
  • Come legare, in altri termini, particolare con universale? E’ancora possibile? 
  • Perché mai dovremmo sperare? Il mondo non ci fornisce ragioni per assumere questo atteggiamento.

Proveremo nel tempo breve del prosieguo breve di questa relazione d’interagire con queste domande sapendo già che la fraternità è già un orizzonte diverso dalla solidarietà e dalle pratiche che derivano da esse, ma che sono solo il primo passo. E nel contempo è il luogo in cui le antinomie possono sciogliersi o trovare un loro perché, sapendo comunque che ogni ricerca stessa, su queste cose, come su altre, è parte del problema stesso, che vogliamo affrontare.

Per fare ciò occorre mettere in rilievo due premesse cha fanno parte del percorso: la riscoperta del nostro essere umani, ossia su cosa si fonda la nostra singolarità di essere una persona, e alcuni motivi di fondo che ci impediscono, ancora oggi di creare, stabilmente e universalmente, una  fraterna amicizia tra noi. 

Ripensare il nostro Essere umani

“Ciò che mi rende una persona, e ciò che mi rende questa persona piuttosto che un’altra, non è semplicemente un insieme di fatti (Potremmo dire, un insieme di definizioni, di essenze, di bollini, di competenze, di ruoli). Piuttosto è l’immensa realtà del mio essere qui anziché in qualunque altro luogo, essere in queste relazioni con coloro che sono intorno a me, essere il figlio di questi genitori, un genitore di questi figli, l’amico di x e l’amico non proprio intimo di y… E tramite il dire, il fare creo delle realtà nuove” Rowan Williams, Essere Umani, p.44-45

Questo ci mette in assoluta parità con tutti dal punto della dignità e del diritto reciproco ad esistere. E’ la relazione d’amore che ci precede sempre, nei confronti della quale ciascuno di noi è in posizione di ascolto e di comprensione e di coinvolgimento, “ragion per cui l’altro è già in relazione con qualcosa che non sono io e che io non posso gestire, possedere o trattare alla stregua di un oggetto. L’altro essendo già di suo in relazione è al di là del mio potere e del mio controllo”52.

Cosa significa tutto ciò?

Che non possiamo esaurire con le nostre categorie il significato profondo del viaggio periglioso dei migranti e della storia che portano con sé. Che non basta la nostra solidarietà. Che non si finisce mai di ascoltare e di imparare le pratiche dell’ascolto. Un esercizio, quest’ultimo,  quanto meno complicato al giorno d’oggi, anche mediato dalla tecnologia.

Se non fosse così, e nella maggior parte la si potrebbe vivere così, ci si troverebbe sempre in una situazione asimmetrica con l’altro, mai di reciprocità, ma di subalternità, anche negli aspetti più solidaristici possibili: un esercizio di potere, anche fatto con le migliori intenzioni, o senza rendercene conto, che negherebbe la diversità dell’altro e della sua storia e gli imporrebbe il nostro modello. Il che però vale anche per l’altro, che vorrebbe sviluppare la nostra stessa dinamica ma che non potrebbe a sua volta controllare noi.

Non a caso Williams ha voluto sottolineare questo aspetto che rischia di sfuggire nel nostro modo di operare sinceramente per il bene dell’altro ma di cui rischiamo di esserne del tutto inconsapevoli: “Più siamo ossessionati dal risolvere i problemi, più siamo ossessionati dal controllo; più la mancanza di controllo e la frustrazione di quando non riusciamo a risolvere problemi ci crea delle sfide personali, più siamo inclini a reagire con rabbia”72

Dalla paura all’individualismo, tra tante cause 

Il tema della rabbia e della frustrazione emerge sempre in queste dinamiche che, come vedremo dopo, costituiscono insieme all’individualismo, alcune tra le cause che determinano e ostacolano   la fraternità ma che ci obbliga ad analizzare noi stessi e la realtà circostante con sempre chiara  lucidità ed umiltà.  

1.La paura e la rabbia

Da sempre in molta della nostra educazione ci può essere la convinzione che le questioni si risolvano, anche quelli personali, a chi grida più forte, oppure di essere fuori tempo, ingenui e soggiogati se, di fronte ai torti subiti, non esprimiamo tutta la nostra ira.

Ora invece l’ira, la rabbia sono sintomi della paura che ci abitano e con la quale dobbiamo fare i conti. Ed oggi è una riflessione centrale e una chiave di lettura che accomuna la dinamica del cortile con quella del mare aperto.

La Nussbaum, nel La monarchia della paura, li lega con qualcosa di ancestrale che ci portiamo dentro da sempre, quando ad esempio nel nostro bisogno di essere nutriti si generavano aspettative che venivano generalmente soddisfatte grazie alla nostra persistenza di arrabbiarci, di gridare, di piangere. Questo doppio legame, nella polarizzazione di bisogno/soddisfacimento, che si traduce in un desiderio di riconoscimento e di essere esauditi, ci lega in maniera ambivalente alla relazione amorosa, da cui dipendiamo. Ambivalente perché o rimaniamo sotto il dominio della paura che ci spinge a “farci sentire”con grida insistenti  per essere soddisfatti, oppure quel limite che ci viene dato e che ci salva perché non scambiamo la privazione di soddisfacimento con la mancanza di amore. Anzi, non esaudendo immediatamente le richieste, anzi sviluppando, con altre modalità, quello che John Bowldy avrebbe definito un attaccamento sicuro, avrebbe permesso  al nascituro di affrontare il mondo in maniera adeguata, senza incorrere a varie instabilità, eccessive dipendenze e paura dell’abbandono. 

Sottolineo questo aspetto perché la Nussbaum riconduce alla nostra ancestralità, potremmo dire al nostro archetipo originario della paura, l’idea monarchica che noi abbiamo dei diritti da esercitare sugli altri volendo dominare le situazioni, per non fare i conti con la propria impotenza. 

“Nel nostro modo di pensare monarchico ci aspettiamo che il mondo sia fatto per servirci. E’ gratificante per il nostro ego ed è un certo senso confortante pensare che qualsiasi evento negativo sia colpa di qualcuno. L’atto di attribuire una colpa e di perseguire il <<cattivo>> è profondamente consolante. Ci fa sentire di avere il controllo anziché di essere impotenti.” (ivi,82)

 Ecco perché l’ira, oltre ad essere il risultato di un torto subito, nasce o si lega ad un danno significativo inflitto a qualcosa o a qualcuno a cui teniamo, (Aristotele) ed è inevitabile che lo sia perché manifesta anche il volto dell’amore e pertanto perdere la paura può anche voler dire perdere l’amore. “La base di entrambi è un forte attaccamento a qualcuno o a qualcosa al di fuori del nostro controllo. Non c’è nulla che ci renda più vulnerabili dell’amare gli altri, dell’amare un paese. (ivi,84)

Detto ciò provo a descrivere alcuni effetti della paura seguendo la Nussbaum partendo dal fatto che la semplificazione dei problemi diventa il terreno fertile di ogni manifestazione della paura.

  • Un primo effetto legato allo status. L’altro può minacciare il mio ruolo all’interno della struttura sociale o giuridica (ci rubano il lavoro, si sente spesso dire!) e pertanto siamo spinti ad umiliare gli altri perché così possiamo sentirci più potenti a riaffermare il nostro status. “Ciò che è sbagliato nell’ossessione per lo status è che la vita non è solo una questione di reputazione; ci sono cose di maggiore sostanza: amore, giustizia, lavoro famiglia. Oggi tutti conosciamo persone ossessionate da ciò che gli altri pensano di loro(…) poiché viviamo sempre più attraverso gli occhi degli altri(…). L’ossessione per lo status relativo è diversa dall’attenzione alla dignità umana o al rispetto di sé stessi, poiché la dignità appartiene a tutti e le persone sono uguali in dignità, quindi la dignità non stabilisce una gerarchia, e nessuno sarebbe tentato di credere che infliggere un’umiliazione a qualcun altro aumenterebbe la sua dignità umana. La dignità a differenza della reputazione, è per tutti uguale e inalienabile”(ivi,79-80)
  • Un altro, alla vendetta per ripristinare un controllo e una dignità perduta rendendo la pariglia ai colpevoli che ad es. osano invadere i nostri confini, sequestrando navi…
  • Un altro ancora, all’impotenza, quando soprattutto attribuiamo la colpa a qualcuno per sentirci meno schiacciati dalla sorte e avere maggiore controllo, secondo il collaudato meccanismo del capro espiatorio, che salvaguarda la comunità dall’assumersi le sue responsabilità. E vale anche a livello dei singoli.

Accanto a queste considerazioni voglio ancora sottolineare che una delle dinamiche per capire come funziona l’esclusione è legata all’emozione del disgusto che fa parte del nostro patrimonio evolutivo e ha a che fare con tutto ciò che ci rammenta e, quindi la nostra mortalità. Anche qui ci soccorre la Nussbaum:

“Le persone si rifiutano di mangiare del cioccolato fondente a forma di feci di cane pur sapendo di cosa si tratti…Il disgusto è un’avversione di contatto motivata da un pensiero di contaminazione che ha a che fare con il rifiuto di essere quella cosa, di avere quella cosa abietta dentro di te, come parte di te.(…) E se potessimo identificare un gruppo di esseri umani che percepiamo più animali di noi, più sudati, più puzzolenti, più sessuati, più intrisi del fetore della mortalità? Se potessimo identificare un simile gruppo e soggiogarlo, potremmo sentirci più sicuri. Quelli sono gli animali, non noi. Quelli sono sporchi e puzzolenti, noi siamo puri e puliti. E loro sono sotto di noi; li dominiamo. (ivi, 99.103)

2.L’individualismo

Dell’individualismo ha già parlato don Rocco, citando I. Kant e Mancur Olson. Aggiungerei solo alcune note.

L’individualismo segna il nostro tempo sia come esito della modernità, sia come pratica che informa e presuppone molti atteggiamenti pratici che viviamo in tutti i nostri contesti, ivi compresa la scuola. L’individualismo non bisogna identificarlo solo con l’egoismo, la superficialità, il menefreghismo. Esso porta con sé l’esito di una trasformazione e di un transito dalla società di massa a quella attuale su vari fronti. Che sia quello metodologico, ontologico, etico o applicato al politico, l’individuo è prioritario sulle Istituzioni o forme collettive, è soggetto di diritto  e portatore di interessi, bisogni e desideri che bisogna normare e riconoscere. Il mondo sociale non esiste se non come società degli individui. Non è portatore di istanze collettive. (O. Aime)

Porta con sé anche istanze diverse di identità di riconoscimento di libertà, anche del suo rischio come quella ipotizzata da Beck nella sua società del rischio; è esposto al narcisismo e relativismo ma ne è distinto. E’ il crollo della fede illusoria  che la strada che percorriamo abbia un fine, uno stato di perfezione, per diventare pura incertezza(Bauman).  E’ il contare su se stessi al posto di Dio. E’ l’affermarsi della libertà immaginaria (Magatti) affidata al potente e affascinante dispositivo della libertà piena di cui una possibile declinazione richiede di scommettere sulle proprie capacità, assumendosi ogni rischio che porta con sé angosce, paure, ansie, risentimenti, solitudini (anche etiche).  E’ il materializzarsi, cioè, di una condizione ci si aspetta che ogni uomo e donna ricorrano, individualmente, alla propria intelligenza, alle proprie risorse e alla propria operosità per innalzarsi a una condizione più soddisfacente, lasciandosi alle spalle tutti gli aspetti sgradevoli della loro condizione presente… Se c’è stato un tempo in cui la responsabilità di tutti i mali era quasi senza eccezione addossata alla società, ora si verifica l’inverso: la causa dell’insuccesso è quasi sempre ritenuta dell’individuo, incapace di avvalersi delle opportunità offerte a tutti. 

Dal cortile dei prossimi al mare dei migranti: che fare?

Eccoci giunti al cuore del problema. Potremo ora riformularlo così il nostro tema: come attraversare i nostri cortili fino ad accogliere dal mare immenso della complessità delle storie di emarginazioni, di diseguaglianza, di violenza che spingono milioni di persone ad attraversarlo per giungere fino a noi? Giacché non saranno i muri, la politica, le Istituzioni, l’aggressività sociale (F.T., 44), a fermarli. Il desiderio di essere riconosciuti come umani è più forte di qualunque analisi sociologica e culturale che possiamo fare. E’ l’emersione dell’umano che continuamente ci parla, ci interpella, sia che si mostri, sia che si nasconda. E’ ciò che resiste al La Tirannia dell’algoritmo, (un altro grande capitolo che sarebbe utile approfondire a parte) alle sue pianificazioni, alla sua performance, alla sua prevedibilità e calcolabilità, come nei “flussi migratori”. E’ l’uomo che da Gerusalemme scende a Gerico e cade nelle mani dei briganti. E’ una storia che ci interpella a partire dal qui ed ora del nostro cortile, della nostra Parrocchia, del nostro vicinato. E sono le cose che stiamo facendo. Non potremmo fare altrimenti.

La formula dell’agire locale e pensare globale è una bella formula, ha una sua validità, è in linea con il paradigma della complessità, -che ha un valore in sé, e che ci richiama al fatto che tutto è in relazione, tutto è interconnesso-, ma che può valere sul piano logico che ontologico. Anzitutto perché sul piano della globalizzazione il capitalismo è ancora fortemente liberista. Come dimostra il tema dell’ambiente, gli interessi delle multinazionali sono più forti di qualunque appello e di qualunque disastro sta avvenendo sotto i nostri occhi, pur in presenza di impercettibili cambiamenti. E poi perché, come ogni formula, rischia di essere astratta e lontana nel nostro agire quotidiano, le cui pratiche, viceversa, devono essere sempre più articolate indipendentemente dai risultati raggiunti. Direbbe Benasayag, : Dobbiamo abbandonare ogni promessa di avvenire. Dobbiamo agire in modo più singolare, ovvero fondandoci sulla dimensione intensiva delle esperienze di resistenza /creazione, mettendo momentaneamente tra parentesi la questione estensiva(…)Accettare questa situazione ed elaborare il lutto (che deriva dall’abbandono del superamento globale dei problemi attuali immaginando un’altra idea di società, di libertà, di giustizia) senza cedere al cinismo o alla depressione richiede un immenso coraggio.

Da ultimo, al netto, di ogni riflessione sull’attuale momento pandemico che stiamo vivendo, ci può aiutare la lezione finale della Nussbaum che lega la paura alla speranza in modo indissolubile, al punto tale da considerarli parenti strette: dove hai la paura hai la speranza. Sono due realtà che condividono le stesse incertezze ma reagiscono in modo diverso. Mentre la prima si contrae verso l’interno e si protegge, la seconda si espande verso l’esterno ed è vulnerabile. E’ come se dovessimo vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: <<nella paura ti concentri sul risultato negativo che può verificarsi. Nella speranza ti concentri sul positivo>>179

E tuttavia, mentre la paura è collegata al desiderio monarchico di controllare gli altri e all’incapacità di fidarsi, la speranza si coniuga sempre con la fede e l’amore.

La fede che ci chiede di credere nei piccoli atti quotidiani di fratellanza umana contro l’utopismo di un mondo perfetto che è un precursore della disperazione (<<fede e speranza devono trovare la bellezza in ciò che ci sta vicino>>186).

L’amore (che ha delle forti analogie con la F.T. e con quanto richiamavo all’inizio) legato, invece, alla speranza non si identifica con quello romantico che ci fa amare tutti indistintamente, e quindi che rende tutto insignificante, o con la simpatia dell’amore fra amici, bensì << nel vedere l’altra persona come pienamente umana e capace, a un qualche grado, di bontà e di cambiamento>>. 

A tal proposito mi vengono in mente le parole della Candiani in cui nell’amore vi è luogo anche l’indignazione per ciò che inaccettabile, e che preclude alla possibilità di lasciare spazio al cambiamento dell’altro in nome di un No che vuole salvare e non respingere.

“Non cerco un percorso per essere lasciata in pace e, anche se lo conoscessi, non lo insegnerei mai. E’ meraviglioso lasciarsi disturbare dalla vita, dagli altri, e nello stesso tempo non restarne schiacciati. Non si tratta di essere imperturbabili, ma imperturbati dal turbamento, accogliere ogni visitatore, e si sa, i più scomodi e molesti hanno grandi doni in tasche nascoste. E accogliere non è accettare, si può accogliere l’inaccettabile, e poi ci si può più efficacemente ribellare, spingere via, scappare, denunciare, quando è necessario. Si è vivi e saper dire o urlare:<<No!>> è una delle facoltà umane più onorevoli. (Candiani, Il silenzio è cosa viva, 44).

Infine, concluderebbe ancora la Nussbaum, << la speranza e l’azione impegnata sono difficili da sostenere in solitudine, e i gruppi religiosi (le comunità religiose e laicali di qualunque fede esse appartengono, come si ricava dal contesto in cui la Nussbaum scrive)  sono (invece, l’antidoto, diremmo oggi) un luogo in cui le persone trovano una comunità che costruisce e sostiene la speranza>>200.

 Mi sembra di ritrovare in ciò il senso di questo nostro sforzo reciproco di aiutarci e di ascoltarci, di fare comunità fraterne, in cui, come suggella la parola poetica:

Un comune destino

Ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma

Non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

 

Mariangela Gualtieri

 

 

 

ScuolapoliticaBarnaba, 10.4.2021, 3°incontro,

lezione di Salvatore Passari,

docente di filosofia, socio Cuf, Torino

Azioni sul documento
  • Stampa
Pubblicando, i testi di Cercasi un fine

Formare alla politica. L'esperienza di Cercasi un fine

Nasce la nuova collana I libri di Cercasi un fine in coedizione con Magma Edizioni. Il primo volume sul metodo educativo e la storia di Cercasi un fine...


Potere e partecipazione. Un'esperienza locale di amministrazione condivisa, di S. Di Liso, D. Lomazzo

Sesto libro della collana di Cercasi un fine


La salute nella e oltre la leggeLa salute nella e oltre la legge. Sfide odierne, di F. Anelli e G. Ferrara

 Quinto libro della collana di Cercasi un fine


Attrezzarsi per la città

Attrezzarsi per la città. Laboratori di formAZIONE socio-politica, di M. Natale

Questo libro, quarto della collana di Cercasi un fine, racconta un’idea, diventata poi una esperienza, basata sulla convinzione che si possa, anzi si debba, progettare...


 

Meditando in video
Un video per scoprire le nostre attività: scuole di politica, giornale e sito web, collana di libri, incontri e seminari, scuola di italiano per stranieri... benvenuti in Cercasi un fine!
Cercasi un fine. Presentandoci
2020
13th of January 2020, BBC interviews our Director Rocco D'Ambrosio on the case of the book of Ratzinger-Sarah
Il nostro direttore Rocco D'Ambrosio intervistato dalla BBC
2020
Di più…
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002, una rete di scuole di formazione politica, un gruppo di amici stranieri e volontari per l'insegnamento della lingua italiana. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

altre info su

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 122
(2021- Anno XVII)

quadratino rosso Tema: Tutti pazzi per i sociale?

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


 

 listing Il n. 123 è sulla RINASCITA (1. Cosa vuol dire “rinascita” dopo la crisi sanitaria? 2. Positività e negatività della crisi sanitaria nel lavoro, scuola, famiglia, politica, sanità, economia, ambiente? 3. Cosa vuol dire sperare in un futuro migliore?): in preparazione.

 listing Il n. 124 è su Il Pianeta che vogliamo (1. Che rapporto c'è tra la pandemia e la situazione ambientale? 2. Nuove politiche industriali e del lavoro e impatto sull'ambiente? 3. Cosa cambiare negli stili di vita? 4. Quale il contributo delle religioni?) Testi da inviare da entro 31 maggio 2021.

 listing Il n. 125 è sulla Repubblica "post Covid e tante risorse"  Testi da inviare da entro 31 agosto 2021.

Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.