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"Juventicidio": quando gli adulti uccidono i giovani, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 16/07/2019 09:00
Il nostro redattore Matteo Losapio presenta un'interessante riflessione sulla condizione giovanile...

Nelle sue conclusioni, il Libro del Qoelet dice:

"Ricòrdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»,prima che si oscuri il sole, la luce, la luna e le stelle e ritornino le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste in poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno le porte sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l'uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada". (Qo 12,1-5).

Mi sembra non ci sia brano migliore per descrivere la nostra civiltà. Seguendo i casi di Giulio Regeni, Silvia Romano, Greta Thunberg e, per ultimo, anche quello di Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3, viene da dire che questo non è più un paese per giovani. Non soltanto per tutte le questioni legate alla politica istituzionale in senso stretto ma, allargando lo sguardo, proprio a tutta la nostra civiltà italiana ed occidentale. Siamo in un’epoca in cui gli adulti condannano i giovani. Non solo una condanna a livello morale, come se i giovani fossero incapaci di far cose buone ma, esattamente al contrario. La condanna del mondo adulto è in relazione a quanto c’è di buono, di migliore, di vero, nei giovani di oggi, anche quando questi vengono uccisi o rapiti. Ed è curioso come, in italiano, non esista una parola per tutto questo. Infatti, se parliamo dell’uccisione di un bambino utilizziamo il termine infanticidio, se parliamo dell’uccisione di una donna utilizziamo femminicidio, per l’uccisione della propria moglie uxoricidio. Non esiste, però, nessuna parola per dire l’uccisione di un giovane, eppure è ciò che avviene. Con una sorta di neologismo potremmo parlare di juventicidio, dove non abbiamo un uccisione soltanto materiale ma una vera e propria condanna di atti buoni. E, ripeto, questo non riguarda solo la politica ma una vera e propria forma mentis che si sta sviluppando e che possiamo esaminare attraverso tre diversi ambiti paradossali: la crescita demografica, i linguaggi, lo stile di vita.

Allargando lo sguardo dalla politica istituzionale, possiamo notare come l’ultimo rapporto ISTAT ci dia come un paese in calo demografico con meno 18mila figli nati, minimo storico da 90 anni. Non si tratta di una semplice condanna dei giovani, ma di una vera e propria mancanza di forze giovani a cui si aggiungono 157mila italiani che hanno scelto di vivere all’estero, di cui la maggior parte sono giovani. Dire che questo non è un Paese per giovani significa, in primo luogo, affermare che non ci sono più giovani, dal momento che non ci sono nuovi nati. Questo è il paradosso di una società ipersessualizzata, dove l’aumento dell’utilizzo della sessualità è legato ad un meccanismo di produzione di merci piuttosto che di riproduzione di persone.

Il secondo ambito di riflessione è legato ai linguaggi. Basta aprire qualsiasi social network per trovare frasi ingiuriose contro ragazzi che hanno pensato di poter cambiare il mondo, di poter fare qualcosa di buono per il loro Paese, per altri Paesi, per le persone più povere. Esempio di tutto questo sono le accuse mosse a Silvia Romano, rapita in Kenya più di sei mesi fa, a cui hanno scritto: se l’è andata a cercare. O alla capitana Rackete a cui hanno detto: speriamo ti stuprino. Esempi che ci fanno capire come gli adulti non siano più in grado di prendersi una responsabilità dinanzi al bene, come non siano più in grado di indicare dove sia il bene e dove il male. Linguaggi senza significato, senza forma, senza continuità ma formati da slogan, insulti, minacce. Ed è questo il paradosso che rompe una catena millenaria, ovvero la parità di linguaggio fra adulti e giovani. Nel corso della storia delle diverse culture, l’educazione avveniva attraverso la trasmissione di un linguaggio che portava il giovane ad un passaggio dal mondo dei bambini al mondo degli adulti. La crescita avveniva anche attraverso un certo dominio sulla parola, come ricordava anche don Lorenzo Milani. Per questo motivo, l’adulto insegnava al giovane parole che lo potessero aiutare nel confronto con il mondo degli adulti. Invece, il linguaggio da piattaforma social restituisce una forma piatta al linguaggio che tira il mondo adulto verso un linguaggio sempre più pseudo-giovanile, portando a consapevolezza il giovane di non aver più nulla da imparare dagli adulti.

Il terzo ambito paradossale è che gli adulti si comportano da giovani. Social, discoteche, feste, rapporti sessuali, modi di vestire o di comportarsi pongono sempre una minore distanza fra il mondo degli adulti e il mondo dei giovani, fino a far scomparire qualsiasi passaggio da un mondo ad un altro. Uno dei nodi essenziali di qualsiasi cultura è proprio quella dei riti di passaggio dal mondo dei piccolo al mondo dei grandi, un passaggio che comporta delle prova, che serba in sé un trauma. E il paradosso di questa società, invece, è la paura stessa del trauma. Piuttosto che vivere esperienze di sofferenza, di dolore, di frustrazione, preferiamo rintanarci in casa, senza più contatti umani, senza capacità di comprendere che chi è fuori da casa nostra è comunque un essere umano. Ed è questa la condanna maggiore che subiscono i giovani dal mondo degli adulti. Infatti, quando un giovane esce di casa, si sente cittadino del mondo, riesce a comprendere il dramma di interi popoli diversi dal suo, ecco che viene accusato, condannato da quegli stessi adulti che stanno diventando sempre più adultescenti o, meglio, vecchiescenti. Adulti che, con il passare degli anni, diventano sempre più anziani, nonostante vogliano conservare un’immagine giovanile di sé, per non cadere nella disperazione.

In questi paradossi di nasconde lo juventicidio, ovvero l’uccisione dei giovani. Dove non si tratta solo di uccisione fisica come è avvenuto con Regeni, ma soprattutto di un’uccisione della parola, del gesto, della simbolica. Dove ragazzi e ragazze escono di casa, si mettono a salvare vite umane, pensano che si possa costruire un mondo migliore, ci sono adulti che non sanno più cosa fare, impauriti e disperati in un’epoca che non riescono più a capire perché cambia troppo velocemente e in cui si confondono le parole. Dove ciò che è buoni diventa buonismo, dove chi salva vite umane viene chiamato sfruttatore, dove chi fa ricerche per un dottorato finisce torturato e ucciso senza colpevoli. Ma dove il bene e il male si assimilano, inizia il fascismo.

Mussolini stesso parlando del Fascismo in occasione dell’uccisione di Giacomo Matteotti disse il 3 gennaio del 1925 in Parlamento:

"Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale, io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi".[1]

Quando iniziamo a confondere la superba passione della gioventù con la paura e la violenza degli adulti, muore la politica. In un mondo che confonde e assimila le parole, che fa sembrare un’associazione a delinquere qualcosa di buono e di conveniente, abbiamo ancora bisogno di giovani in grado di cambiare il mondo e di adulti che sappiano essere davvero adulti, in grado di saper leggere questo mondo, di pensare ad un mondo migliore, piuttosto che averne paura. Altrimenti, come ci ricorda Qoelet, non avremo più gusto neanche per l’umanità.



[1] B. Mussolini, Discorso del 3 gennaio 1925.

[studente di teologia, redattore e socio CuF, Bisceglie, Bari] 

 

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