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Joker, la memoria dal sottosuolo di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 21/10/2019 16:56
Una piccola riflessione a qualche settimana dall'uscita del film Joker di Todd Philips, alla luce di Dostoevskij. Per capire perché tutti, in fin dei conti, vorremmo essere Joker.

Da qualche settimana è stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane il film “Joker” di Todd Philips. Per chi si aspettava di trovare il famoso e storico antagonista di Batman, ecco che l’aspettativa viene quasi subito elusa e superata. Infatti, Joker non è semplicemente un film su uno dei personaggi più cattivi della storia dei fumetti e del cinema, ma è la storia dell’abisso che ciascuno di noi si porta dentro. Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un attore comico che vaga per i sobborghi di Gotham City. Una città colma di spazzatura, con gravi problemi di gestione e di governance, ma soprattutto con ampie periferie abbandonate a se stesse, dove la violenza sembra essere l’unica maniera per farsi ascoltare. Grandi palazzi anonimi, che durante il film emergono continuamente sia dall’esterno che dall’interno. Scene di treni che viaggiano al centro di una città che ci fa sentire profondamente piccoli, ma anche ascensori luridi e per nulla curati che dicono una situazione di degrado e di disperazione celata dietro ogni porta dello stabile. In questa città vive Fleck o, meglio, cerca di sopravvivere facendo il clown per un’agenzia dei sobborghi di Gotham, la quale galleggia nel mare della crisi economica, in mezzo a tante piccole imprese che stanno pian piano fallendo. La disperazione e le ingiustizie che subisce Fleck, unite ad un disturbo dell’umore, lo porteranno a covare dentro sentimenti di odio e di rabbia, ma anche un bisogno di protezione contro il male che lo circonda. Proprio difendendosi da questo male si accorge che può attirare su di sé la visibilità della gente. Dopo anni e anni di violenza invisibile, ecco che improvvisamente la sua storia diventa visibile anzi, diventa un simbolo della protesta delle classi sociali più povere contro le più ricche. La sua faccia da clown, seppur nessuno sappia chi egli sia, diventa la bandiera di ogni scontento, la possibilità di un eccesso di violenza contro i privilegiati. L’onda cresce e l’obiettivo si allarga, fino a coinvolgere in un turbine di delirio e di violenza tutte le relazioni che appartengono a Fleck nella sua vita. Tutte quelle persone che hanno preso parte alla sua vita dalla madre agli amici, dal presentatore televisivo a Thomas Wayne, padre del più famoso Bruce, futuro Batman, verranno coinvolte in un vortice di violenza sadica, dove il riso e la brutalità si confondono e si contaminano. Tutti coinvolti in una danza interpretata da Fleck, divenuto ormai Joker, un uomo molto più sicuro di sé, che non ha più nulla da perdere, che gode nell’uccidere, che non ha più alcun risentimento o desiderio di pietà.

Se c’è da rimanere scandalizzati e, allo stesso tempo, attratti da questa figura è solo per un motivo. Perché Joker siamo tutti noi. Fin da quando ha fatto la sua comparsa come antagonista di Batman, Joker è stato l’unico cattivo che ha esercitato un fascino su coloro che assistevano alle sue avventure. Più di tutti gli altri criminali, la mentalità di Joker esercita un fascino su chiunque. Anche se è il cattivo, insomma, è quel cattivo che vorremmo essere noi, come vorremmo essere noi. Questa è la brutalità della realtà di Joker, aver dato un volto a quel male che ci abita. Quel male selvaggio, quel male che rimane sempre sopito all’interno, che cerchiamo sempre di calmare o di arginare. Se vogliamo tradurlo con immagini, Joker è il peccato accovacciato alla porta del cuore di Caino (Gn 3,7), è lo Zarathustra di Nietzsche, è quel pensiero che ci viene alla mente quando non sopportiamo un’altra persona e vorremmo che li capitasse qualcosa di brutto. Nonostante tutta la nostra buona educazione, Joker ci appartiene, con quel suo gusto anarcoide, con quella violenza che vorremmo esprimere, con quella tentazione del far di tutto per diventare visibili agli occhi degli altri. Joker è tutto questo, e molto di più. È l’immagine nitida di quella parte di noi che abita il sottosuolo della storia e dell’esistenza. Come scriveva Dostoevskij nel suo celebre Memorie dal sottosuolo già nel 1864:

Del resto, cosa sto dicendo? Lo fanno tutti; delle proprie malattie la gente mena vanto, e io, a dirla franca, più degli altri. Non stiamo a discutere: la mia obiezione è assurda. E tuttavia io sono fortemente convinto che la consapevolezza, non solo eccessiva, ma qualunque consapevolezza, sia una malattia. Non ho un dubbio. Ma a parte ciò, ecco, ditemi questo: per quale motivo accadeva che, come per farlo apposta, negli stessi minuti, proprio gli stessi, in cui ero particolarmente incline a cogliere tutte le sfumature di ciò che c’è di “bello e sublime”, come si diceva da noi un tempo, mi capitava non già di ascoltare la coscienza, ma di fare tali sordide azioni, che ... ma sì, che magari fanno tutti, ma che a me, come di proposito, capitava di fare proprio quando raggiungevo la più assoluta consapevolezza che non si dovevano assolutamente commettere? Quanto più avevo coscienza del bene e di “tutto questo bello e sublime” tanto più a fondo mi immergevo nel mio brago e tanto più ero bravissimo a invischiarmici fino alla testa. (F. Dostoevskij, Memoria dal sottosuolo, BUR, Milano 2000, p. 31).  

Queste sono parole di Dostoevskij che egli rivolge a se stesso, ma potrebbero essere benissimo pronunciate da Joker, in uno dei suoi dialoghi nel film. Un abisso su cui ogni giorno ci sporgiamo, anche se non lo vogliamo ammettere. Un abisso di violenza di cui, forse, neanche ce ne accorgiamo, oppure di cui siamo consapevoli, ma se lo fanno tutti allora nessuno ne è responsabile. Un abisso in cui corriamo ogni giorno il rischio di caderci, se non fosse per qualcuno che ci tira sempre su, che ci invita ad andare oltre l’abisso. Uomini e donne che hanno avuto il coraggio di guardare dentro se stessi e di sporgersi sull’abisso, fino a fare tutti i giorni i conti con il sottosuolo dell’esistenza. Costoro sono coloro che ci salvano, che non ci permettono di cadere giù, di rimanere affascinati da Joker perché ci sanno dare la consapevolezza che egli ci abita, ma che non siamo noi. L’unico modo per essere uomini e donne autentici non è far finta che Joker non ci appartenga, ma farne tutti i giorni i conti. Perché sappiamo bene che il gioco della vita non è cedere al Joker, ma sapersi rialzare e attraversare, insieme agli altri, il sottosuolo e l’abisso. Per essere davvero noi stessi.  

 

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