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Il referendum del 17: in cerca di ragioni, di Walter Napoli

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 06/04/2016 12:03
Un'analisi dettagliata e motivata sulle questioni poste dal referendum, svolta dal nostro amico, socio di CuF, analista ambientale Walter Napoli...

 

Tutti vorremmo che le scelte, sulle cose concrete del nostro vivere sulla Terra, fossero semplici e sempre rivolte al bene. Vorremmo che il "sì" o il "no" di una scelta non ci angosciassero con i loro dubbi. Ma se fosse così,  la nostra esistenza non avrebbe senso perchè i nostri meriti  si ridurrebbero tutti, nel migliore dei casi, a un'adesione meccanica a un bene già preordinato. Dovremmo, invece, rimediare a questa mancanza di senso, con la riflessione personale e con il confronto sulle scelte che spesso, a nostra insaputa, riguardano il Creato e quindi i beni comuni.

Negli scenari della moderna economia dei consumi l'uomo ha sempre meno spazio per acquisire consapevolezze ed esercitare le responsabilità individuali e collettive.  Una delle argomentazione, usate dai promotori del "no" alle limitazioni per l'estrazione del petrolio, sostiene che l'oggetto della richiesta referendaria sia solo una questione tecnica. I promotori del "no" si mostrano spesso anche infastiditi dalle "ingerenze" dei cittadini, evidentemente considerati come sudditi condannati all'obbedienza cieca.

Se riflettiamo su questo stato delle cose non è difficile renderci conto, per esempio, che siamo passati, nel giro di qualche decennio, da considerare la tecnica come strumento per il progresso umano, ad accettare che sia l'uomo, invece, uno strumento della tecnica. Ciò che i promotori del "no" non riescono o fingono di non comprendere, è che al centro di questo referendum non vi sono i barili di petrolio, lo sviluppo economico, l'occupazione, ... ma il senso della nostra vita, la qualità che le possiamo dare, le buone relazioni (non le provocazioni) per creare sinergie (non competizioni per ricchezze individuali e senza limiti). I promotori del "no" sembrano, infatti, vantare un assoluto diritto, pur se inesistente, ad usare le risorse fino al loro esaurimento e nel più breve tempo possibile.

Lo stato attuale del clima e le sue drammatiche prospettive, a causa di un consumo insostenibile e terminale delle risorse, sono state gli argomenti trattati, solo quattro mesi fa, nella COP 21 di Parigi. Ma gli accordi, conclusi in quella sede, sembrano già diventati carta straccia mentre il nostro futuro sembra sempre più vicino ad un punto di non ritorno almeno per la storia umana.

Il petrolio e il gas, in questo mondo da consumare, sono l'oggetto di una corsa cieca nella quale l'uomo viene regolarmente sconfitto dai ricatti sulle drammatiche conseguenze  minacciate dal mancato sviluppo a causa di un'energia insufficiente ad alimentare la produzione industriale (verrebbero meno la ricchezza individuale, il benessere economico necessario per far progredire i consumi, lo sviluppo tecnologico, l'occupazione impegnata nella produzione di beni e servizi per lo sviluppo dei mercati, ...). In questo stato delle cose viene a mancare ogni nostra opportunità di riflessione e viene, così, rimosso il senso di un'economia che deve, invece, occuparsi della gestione razionale delle risorse materiali per rispondere ai bisogni umani più profondi. L'uomo cerca spontaneamente di costruire relazioni sociali, di condividere conoscenze ed esperienze, di realizzare opere e strutture, di creare occasioni per riflettere e confrontarsi sulle scelte, per valorizzare l'evidenza fisica e immateriale delle cose (non per trasformare in patologie la ricchezza delle nostre diversità). Sono queste tutte peculiarità umane contenute nei confini dei bisogni e che sono, invece, negate dai consumi e dai sistemi (fine a sé stessi) che li sostengono.

Sul tema delle risorse energetiche presenti nei nostri mari, le proposte referendarie già formulate nel 2015, chiedevano al governo e al parlamento di regolare l'accesso a risorse, non immediatamente rinnovabili, che appartengono anche alle future generazioni. Si trattava, per altro di  adeguare le concessioni, per lo sfruttamento dei minerali fossili, ai criteri, già in uso a livello internazionale. Il governo, a seguito di queste proposte, aveva dato risposte ritenute soddisfacenti dalla Corte Costituzionale per 5 referendum dei 6 proposti. Ha, invece, ritenuto di dover ammettere, alla prova referendaria, la proposta che chiedeva di eliminare, dalle autorizzazione (per le trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa), l'estrazione a tempo indeterminato di gas o petrolio.

Dunque il "sì" al referendum del 17 aprile 2016 non stravolgerà questo, pur insostenibile, sviluppo economico (come invece si vorrebbe subdolamente far credere, per intimorire la popolazione), ma chiede solo di far rientrare le concessioni, in atto entro le 12 miglia, nei limiti in atto a livello internazionale. La concessione a tempo indeterminato non solo contravviene alla tanto osannata competitività (in nome della quale si immolano risorse, inutilmente sprecate dai competitori perdenti, e si offrono indecenti occasioni per travestite corruzioni e per deviare le già incerte pratiche per la scelta dei vincitori), ma permette al concessionario unico vincitore di rimandare sine die le dovute bonifiche finali: cioè per necessità sarà, come sempre, la comunità a pagare di tasca propria attraverso i propri tributi. Paghiamo (non solo in termini economici) per le scorie nucleari, per il cemento amianto, per i rifiuti tossici e nocivi, per l'inquinamento dell'aria causato da trasporti e confinamenti finali dei beni di consumo trasformati in rifiuti, per gli scarichi industriali e agricoli che inquinano il terreno, ... paghiamo per uno sviluppo che lascia tristi e velenose testimonianza nei territori immolati alla produzione e alla crescita dei consumi. Siamo un mondo asimmetrico che non divide gli esseri umani per il colore della pelle, per la lingua, per le diverse culture e tradizioni, per gli ordinamenti sociali e politici del paese di appartenenza, ... ma solo con un, complicato e insolubile, sistema assoluto di produttori e consumatori sui quali una casta di predatori crea, accumulando immensi profitti, imperi di potere assoluto sugli uomini e le cose. Un mondo "asimmetrico" che facilita solo l'"equa" e libera circolazione delle merci, l'alterazione degli ecosistemi, la diffusione delle malattie e delle distruzioni inflitte con le guerre. Tutti strumenti di nobili intendimenti (benessere, conoscenza del mondo, prevenzione globale, difesa delle civiltà superiori) e dunque cause "innocenti" di un olocausto globale delle qualità umane: delle libere e creative esplorazioni, riflessioni, relazioni, condivisioni, partecipazioni, azioni sinergiche.

Dobbiamo rilevare, però, che alla già scarna informazione si è aggiunto anche un dibattito con un deviante carattere ideologico, da parte di chi considera questo referendum non una pratica di democrazia, ma un attacco all'assoluto dell'attuale pensiero economico globale (che oggi si ispira alle ideologie del liberismo economico).

Abbiamo, così, che sono stati diffusi slogan (che sono strumenti specifici delle ideologie) per creare suggestive convinzioni in favore dell'"astensione" o della "scheda bianca" o del "no" al referendum. Alcuni di questi slogan sono addirittura falsi (ma possono fare presa su una rilevante quota di cittadini vittime di una organizzata disinformazione), altri, invece, usano possibili equivoche interpretazioni di dati e di fatti (per altro, forniti dalle società petrolifere) per negare le ragioni, invece fondate, a favore del "sì" al referendum.

Di seguito sono analizzati alcuni di questi slogan. Noi, poi, possiamo impegnarci, personalmente e con altri, a riflettere su di essi (e su altri che potremmo ancora sentir raccontare), per definire un giudizio consapevole e una nostra partecipazione responsabile al referendum.

"Gli impianti di estrazione sono sicuri"

In realtà:

- non sono sistemi chiusi (l'estrazione avviene in mare aperto e l’acqua è un veicolo di diffusione dei reflui idrocarburici rilasciati dagli impianti); quindi la sicurezza non può essere garantita (in qualsiasi processo la sicurezza, se è tale, è il risultato di fondamentali meccanismi deterministici, in questo caso impraticabili, confinati nel tempo e nello spazio, per il contenimento degli effetti dannosi e nocivi).

"Dai nuovi pozzi potremo avere risorse per soddisfare il 10% dei nostri consumi e potremo anche aumentarli "

In realtà:

- i pozzi coinvolti dal referendum possono offrire solo 1%  dei nostri consumi fino al loro esaurimento (dopo non c'è nessun'altra opportunità per la nostra economia e per l'occupazione che rimane un gravissimo problema e lo sarà ancor più se la politica lo farà incancrenire impegnandosi a far altro);

- meno del 10% del prezzo, del gas o del petrolio estratto, sarà riconosciuto come compenso al territorio che ne dispone (un compenso troppo basso per dare un significativo contributo all'economia del nostro paese e, con gli attuali prezzi, diventa, poi, proprio un cattivo affare);

- c'è, poi, anche il sospetto che (per i minori guadagni determinati, oggi, dal minor prezzo del petrolio) le società petrolifere possano essere dell'idea che convenga sfruttare nuove risorse (da pagare ai prezzi più bassi di oggi) e conservare, le risorse già acquisite, per tempi di migliori profitti.

- il 90% della destinazione, del gas o del petrolio estratto (dal mare Adriatico nel nostro caso), rimarrà a totale disposizione delle società petrolifere e andrà sul mercato (cioè non porterà alcun vantaggio all'approvvigionamento di energia per il nostro paese).

"Se blocchiamo i pozzi compromettiamo la ripresa"

in realtà:

- tutti ormai possono rendersi conto che all'economia di mercato non interessa la ripresa per dare risposte ai bisogni (gli obiettivi sono le "risorse da sfruttare" e non c'è alcun interesse perché il paese, che ne dispone, goda, anche solo, di una sua ripresa economica); all'economia di mercato interessa la ripresa solo nei luoghi che dispongono di facili fonti di ricchezze (per esempio, quelle accumulate dalle attività finanziarie) che possono essere sprecate, senza preoccupazioni, per consumi superflui.

"L'estrazione di petrolio è sempre conveniente per i territori che ne dispongono"

In realtà:

- è conveniente sì, ma solo per chi ne diventa padrone, lo estrae e lo vende sul mercato globale pagando le tasse nei luoghi più convenienti (gli eventuali danni ambientali, invece, come sempre saranno, ancora una volta, lasciati in eredità ai territori e i costi economici, del risanamento dei luoghi e del degrado sociale, ai suoi abitanti);

- oggi si consuma meno petrolio e la ricchezza che produce si è fortemente ridotta (il prezzo del barile è diminuito di circa di 2/3, passando, approssimativamente, da 150 a 50 $ al barile); l'economia dei consumi di massa è al limite del suo sviluppo sia per la diminuzione del reddito dei consumatori, sia per i limiti, che dovranno essere imposti alle attività produttive, se si vorranno evitare i danni, irreversibili per l'ambiente, che minacciano la nostra sopravvivenza.

"Le attività di estrazione sono richieste dalle politiche per lo sviluppo"

In realtà:

- è un peccato che con l'attenzione agli interessi (verso le sole risorse da sfruttare e verso il dominio dei mercati per realizzare profitti individuali e di gruppo), si finisca col creare cartelli monopolistici (energia, salute, agricoltura, finanza ..., ) e che vengano, così, del tutto trascurate le attività di ricerca (motore dello sviluppo delle società umane) e della loro applicazione (ai bisogni, alla qualità della vita, alla promozione delle relazioni collaborative e sinergiche...), con la conseguenza di emarginare fino a paralizzare le relazioni fra i cittadini di uno stesso paese, le diversità dei popoli e i progetti democratici di collaborazione per destinare i beni comuni a soddisfare i bisogni e non i consumi superflui;

- chissà perchè, poi, le attività turistiche e della pesca sulle zone costiere, che sono la vocazione, naturale e senza limiti di tempo, di molte regioni italiane (in particolare sono in crescita nella Puglia), vengono non solo sottovalutate (nei momenti dell'analisi degli impatti), ma vengono, anche, messe a rischio compromettendo per sempre lo sviluppo di settori fondamentali per le economie locali; sono vocazioni che coinvolgono risorse rinnovabili e che assicurano non solo opportunità di lavoro per la mano d'opera, ma anche occasioni per attività creative e di attrazione per lo sviluppo di ulteriori attività economiche essenziali.

"Di estrarre petrolio lo chiede l'Europa"

In realtà:

- l'Europa (UE) lo chiede, ma non chiede che l'estrazione avvenga nei termini con i quali lo Stato Italiano ha definito le concessioni; infatti, per rispettare le logiche della competitività, la UE richiede che non siano concessi monopoli per l'estrazione del petrolio; la UE chiede, cioè, che le concessioni non siano a tempo indeterminato (ed è proprio ciò che il referendum chiede di abrogare);

- il mancato rispetto delle norme UE, rischia di esporre l'Italia anche ad una procedura d'infrazione (che pagheremo noi non le società petrolifere), se le proposte referendarie non dovessero  conseguire il successo.

"Il petrolio se non lo estraiamo noi, lo estrarranno i nostri vicini"

In realtà:

il referendum riguarda solo il petrolio da estrarre entro le 12 miglia dalla costa italiana, mentre per quello che può essere estratto anche sul versante opposto dell'Adriatico, riguarda posizioni che stanno ben oltre le 12 miglia e per le quali, le trivellazioni ed estrazioni, sono state già autorizzate dallo Stato italiano e non sono coinvolte dal referendum.

[tossicologo e analista ambientale, socio CuF, Bari]

 

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