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Il racconto di una libertà insignificante, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 23/07/2020 16:34
Durante la ripresa delle attività e dell'economia dopo la crisi epidemica di Covid-19 si è parlato spesso di un ritorno alla libertà. Ebbene, qui ci chiediamo: quale libertà?

Ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non raccontare a me che cos’è la libertà. Così cantava Francesco Guccini in una sua canzone dal titolo Quattro stracci. Guccini raccontava di una sua relazione difficile con una ragazza che, a quanto sembra, viveva un paradigma di libertà che oggi sembra ritornare spesso nei discorsi post lockdown. Abbiamo vissuto i mesi passati chiusi dentro le nostre case per limitare i contagi da Coronavirus. Dapprima con la Fase1, poi con una piccola riapertura nella Fase2 e, oggi, una quasi completa riapertura e convivenza con il virus, Fase3. In molti dei discorsi di questi giorni, dalla chiusura totale alla riapertura e al rilancio dell’economia del Paese è facile ascoltare la parola libertà. Il paradigma che si cela dietro ai discorsi sulla libertà, in questi giorni, è quello di aver vissuto una imposizione dal Governo con la chiusura e, poi, una riconquistata libertà attraverso la progressiva riapertura delle attività e la possibilità di uscire di casa e di tornare ad una vita pressoché normale. Un paradigma, quindi, che riecheggia quello di un carcerato, di un prigioniero, di un ostaggio a cui è stata imposta la reclusione e che, in seguito, ha ritrovato la sua libertà. Eppure è proprio questa idea di libertà che, personalmente, mi lascia inquieto e turbato. Perché la libertà di cui stiamo parlando o che abbiamo riacquistato è quella di andare dove vogliamo, fare quello che vogliamo senza limiti e restrizioni. Mi inquieta perché paradossale, in quanto sembra che abbiano posto dei limiti alla nostra libertà quando pretendiamo che la nostra e l’altrui libertà abbia dei limiti. Nella vita, per così dire, normale o, comunque, nel paradigma dominante della libertà: la mia libertà finisce quando inizia quella degli altri. Ma quando una istituzione limita la mia stessa libertà, allora penso che mi abbiano tolto qualcosa, che lo Stato mi imponga un limite alla libertà. Ma come è possibile pensare che la mia libertà sia stata limitata dinanzi ad una epidemia che ha colpito tutti, non solo i contagiati? È una libertà che fa cortocircuito con ciò che avviene a tutti, con eventi che stravolgono la vita di tutti perché, fondamentalmente, il paradigma della libertà è estremamente individualista. Ciò che l’epidemia ancora oggi ci sta in-segnando è che la questa idea di una libertà intesa come il fare ciò che voglio, non solo è autodistruttiva ma, addirittura insignificante. Da una parte è autodistruttiva come ci dimostrano le notizie che provengono da ogni parte del mondo: dalle soluzioni effetto gregge ai Covid party dove si ritiene che il virus sia una fake news e ci si fa contagiare apposta, come è successo ad un 30enne in Texas. Dall’altra parte, questo paradigma di libertà individualista è insignificante poiché è una libertà che non segna la realtà, che non incide e non trasforma la mia e l’altrui vita. Potremmo affermare che è una libertà sotto controllo, una libertà che può muoversi nel proprio recinto, anche difendendolo dagli altri, ma mai aprirlo. Fenomeno di questa libertà è la dilagante indifferenza nei confronti delle norme e delle leggi a tutela di tutti. L’immagine di questa libertà individualista è quella di una stanza in cui possiamo muoverci dappertutto, ma non possiamo mai aprire la porta per uscire. Siamo liberi di fare qualsiasi cosa nella stanza, ma non aprire la porta, perché aprire la porta significherebbe mettere in discussione la stanza stessa, la zona di comfort delle nostre piccole e grandi sicurezze. In questo senso, la libertà è insignificante, cioè non significa nulla, una parola vuota per giustificare le prigioni che non vogliamo mettere in discussione. Allora, per rimettere in gioco la libertà in questa fase di convivenza con il virus mi tornano in mente le parole di un filosofo che ha attraversato in pieno l’Ottocento: Michail Aleksandrovič Bakunin (1814-1876). Uno dei più arguti teorici dell’anarchismo classico, il quale scriveva:

Io sono veramente libero solo quando tutti gli esseri che mi circondano, uomini e donne, sono ugualmente liberi. La libertà degli altri, lungi dall’essere un limite o la negazione della mia libertà, ne è al contrario la condizione necessaria e la conferma. Non divengo veramente libero se non attraverso la libertà degli altri, così che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano, e più profonda e ampia diviene la mia libertà. [M. A. Bakunin, La libertà degli uguali, Elèuthera, Milano 2009, p.80.]   

Si tratta, allora, di ripensare non solo come uscire dalla pandemia, ma come ritrovare una libertà che riguardi tutti, che sia promotrice della dignità personale e altrui. In questo modo la libertà potrà tornare a significare qualcosa, potrà lasciare un segno nella realtà, perché non si tratterà più solo di fare quello che vogliamo, ma di migliorare questo mondo, di crescere insieme, di essere consapevoli che siamo tutti collegati, che viviamo tutti nella stessa casa comune. Il vero rilancio sarà questo: una libertà che moltiplica infinitamente se stessa nella misura in cui partecipa alla libertà degli altri, nella misura in cui traccia strade nuove per creare comunità, per tessere reti di solidarietà nella realtà che viviamo giorno dopo giorno. All’infuori di questo c’è solo un parvenza di libertà, una droga per tranquillizzare la nostra coscienza e farci credere che solo senza gli altri possiamo essere liberi. E se è vero che il primo passo della libertà è scegliere: allora oggi tocca a te raccontarti quale libertà cerchi.

[redattore CUF]

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