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Il potere narcotizzante, di Rocco D’Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 02/05/2017 10:33
Forse si potrebbe anche dire, tra il serio e il faceto, “dimmi che potere vuoi e ti dirò chi sei”...
Il potere narcotizzante, di  Rocco D’Ambrosio

Vanessa De Grandi, Potere: grazia o disgrazia, olio su tela, 2017

 

Tra le tante schizofrenie della nostra società c’è quella sul potere. Il potere è amato o odiato, sottovalutato o esaltato, nascosto o mostrato, ignorato o criticato, ricercato o fuggito. Forse si potrebbe anche dire, tra il serio e il faceto, “dimmi che potere vuoi e ti dirò chi sei”. Per fare un po’ di chiarezza partirei dal fatto che il potere non è altro rispetto alla nostra vita, né è solo di altri, con cui non abbiamo legami di sorta. Il potere è uno strumento, usato dalle persone e per una finalità. Come è uno strumento la tastiera e il computer che sto usando: sono mezzi per un fine, che è positivo o negativo a seconda delle mie intenzioni e del mio agire. Esistono forme di potere in ogni istituzione: da quelle più semplici come la famiglia o una piccola associazione a quelle più complesse come aziende, scuole, università, associazioni, comunità di fede religiosa, sindacati, partiti politici, strutture burocratiche, organismi nazionali e internazionali. Quindi esistono quote di potere anche per ognuno di noi. Volenti o nolenti sulla scena del potere ci siamo tutti. Il punto è capire con quale parte e con quali motivazioni; la sfida è comprendere i suoi aspetti antropologici ed etici, prima di quelli istituzionali o legali.

Ho notato, per esempio, che in alcuni ambienti (cattolici e non solo) qualsiasi discussione sul potere ha la fretta di fare riferimento, spesso con molta retorica, a principi etici (bene comune, giustizia, onestà e cosi via). Questa “fretta etica” serve a evitare analisi antropologiche del potere, che sono base fondamentale e indispensabile per approcci etici. In altri termini si fanno più esortazioni etiche che analisi della personalità dei leader, del loro desiderio di maggior potere o denaro, delle loro pulsioni negative o delle loro virtù.

Chi esercita il potere – sia un lui o un lei, un politico o un imprenditore, un vescovo o un prete, un magistrato o un diplomatico, un responsabile di un’associazione o di un condominio, di una burocrazia o di un organismo internazionale – è prima di tutto una persona, con tutti i suoi pregi e difetti. E il suo essere persona è il primo elemento di uno studio sul potere. Infatti senza un’approfondita e precisa base antropologica non si può costruire un itinerario etico. Si tratta, allora, di comprendere la prassi di potere in rapporto al proprio e altrui universo personale, a ciò che si è, si dice e si fa. Il dato da cogliere è in fondo la risultante complessa di diversi fattori: i detentori del potere, come ogni membro di un’istituzione, vanno colti nel dispiegarsi della loro persona. Il primo aspetto da considerare è, ovviamente, il loro essere uomo o donna. Inoltre vanno valutati gli aspetti fisici, cognitivi ed emotivi particolari, la storia personale e le capacità tecniche, il modo di rapportarsi con se stesso, con gli altri e con il mondo naturale, lo stile nel lavoro e nel tempo libero. In altri termini è necessario studiare quella che Quaglino chiama la geografia psicologica del leader.

E’ questa particolare “geografia” che si svela quando assumiamo una responsabilità: in altri termini il potere mostra quello che siamo. Così precisa la lezione aristotelica: “la carica rivela la persona(Etica Nicomachea). Come dire che chiunque ha un potere mostra quello che è in termini di temperamento, carattere, educazione, cultura e doti tecniche. Nel campo delle relazioni con gli altri, difficilmente si riesce a nascondere quello che si è, specie quando si ricopre un potere. Detto altrimenti, chi esercita un potere vive condizioni che lo porteranno a svelare, forse più che in altre situazioni, il suo essere. Con un’immagine diremmo che, quando si assume il potere, si passa dallo stare anonimamente in platea, all’occupare un posto sul palcoscenico e quindi sotto gli occhi di tutti.

Risultano infondati alcuni approcci, secondo i quali il potere sarebbe una forza bruta e perversa, che influisce sulla persona, tanto da stravolgere i connotati antropologici ed etici del leader. La tesi risulta insostenibile prima di tutto perché il potere non è una realtà estrinseca alla persona, ma è solo un modo di essere di questa verso la realtà, è uno strumento, dicevamo prima. Inoltre esso è esercitato con tutto se stessi - in termini di realtà fisica, intellettuale ed emotiva – e con le risorse di cui si dispone. Quindi il potere rivela tutto se stessi.

Caso mai il potere determinasse un “cambio”, in chi lo esercita, due possono essere le ipotesi: o questa persona è sempre stata cosi e ora si sta svelando per quello che è oppure è avvenuto (durante l’esercizio del suo potere) un evento tanto traumatico da cambiarlo. In generale più che cambiare radicalmente, colui che detiene un potere, si sottopone a quel processo per cui, secondo Jung, enfatizza i propri pregi e nega, ponendoli in una “zona d’ombra”, i propri lati oscuri e problematici, quelli che compromettono l’identità di persona integra ed eticamente sana. I lati oscuri sono problemi quali narcisismo, perfezionismo, superbia, avarizia, invidia, rabbia, masochismo, sadismo, istrionismo, arroganza, vendicatività, ambizioni sfrenate, corruzione, demagogia, populismo, falsità, vanagloria, violenza, aggressività, sociopatia, cinismo, ipocrisia, ambiguità, cioè gli aspetti più deleteri che un uomo o una donna possano avere.

Gli esempi potrebbero essere tanti: un genitore non diventa violento perché ha la possibilità di approfittare di suo figlio, un dirigente aziendale o di un’associazione non diventa avido perché ha un potere sulle risorse economiche, il responsabile di un’istituzione politica o un vescovo o un prete non diventano carrieristi o pedofili o corrotti perché gli si presentano occasioni per migliorare la loro posizione, e così via. Tutte queste persone, nel loro intimo, sono già in partenza quanto poi rivelano più apertamente e diffusamente. La posizione di potere non fa altro che mostrare più chiaramente quanto già appartiene al loro modo di concepirsi e di comportarsi.

Di contro, una persona matura umanamente e sana eticamente avrà modo di esprimere, per mezzo del potere che esercita, molte delle virtù possedute, come la dedizione al bene comune, la giustizia, l’accoglienza, l’empatia, l’amicizia, l’amore, la solidarietà, il servizio, l’onestà, la lealtà, la rettitudine, la serietà, la competenza, la gratuità, il garbo, e così via. E’ bello incontrare persone, che dopo aver assunto un potere, sono diventate ancor più autentiche e motivate nei loro aspetti positivi.

Il potere è un luogo privilegiato, in cui l’identità personale si afferma e va sottoposta a una misura, nel senso classico di metron. Chi esercita il potere correttamente è colui che ha il senso della misura, ha cioè la chiara cognizione di ciò a cui è tenuto nei confronti di sé e degli altri; sia quelli che sono in alto che quelli che sono in basso. Se non si mantiene la misura, di quello che si è e si fa, il potere ci narcotizza. Scrive Kets de Vries: “Il potere è un grande narcotico: da vita, nutre, ci rende schiavi. Chi lo possiede ha in genere lavorato duramente per ottenerlo e non ha nessuna voglia di rinunciarvi. E’ questa assuefazione a far sorgere in individui e organizzazioni tutta una serie di problemi relativi al potere”. La domanda immediata e spontanea sarebbe: il potere narcotizza, prima o poi, tutti? Non proprio. Il potere narcotizza soprattutto quelle persone immature o che, strada facendo, hanno perso il senso della misura.

Kets de Vries scrive che il potere narcotizzante “da vita, nutre, ci rende schiavi”. Questa degenerazione del potere avviene, molto spesso, in coppia con l’elemento denaro. Potere e denaro sono sempre stati due enormi problemi della vita istituzionale e, non solo per questo, oggetto di attenzione del magistero ecclesiale. Tanti sono i riferimenti dei pontefici. Ne cito solo alcuni. Paolo VI fa riferimento a una “ricerca esclusiva dell'interesse e del potere” (Populorum progressi, 26). Giovanni Paolo II parla di ”brama esclusiva del profitto e sete del potere”, che nel panorama odierno sono “indissolubilmente uniti, sia che predomini l’uno o l’altro” (Sollicitudo rei socialis, 37). Benedetto XVI fa riferimento a “falsi “dei” [che, ndr], qualunque sia il nome, l’immagine o la forma che loro attribuiamo, sono quasi sempre collegati all’adorazione di tre realtà: i beni materiali, l’amore possessivo, il potere”. (Incontro con i giovani a Sydney 18 luglio 2008).

Mentre nell’Evangelii gaudium Francesco sintetizza: “La brama del potere e dell’avere non conosce limiti” (56) e altrove aggiunge che spesso si “trasforma il servizio in potere, e il potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri” (Discorso alla Curia 22 dicembre 2014), fino a creare soggetti “ossessionati dal potere” (Discorso al convegno CEI di Firenze 10 novembre 2015), fino a diventare attori e promotori di corruzione.

Anche nel panorama ecclesiale, quindi, profitto e potere, a volte, dominano la scena. Attori e trame, gruppi e strategie spesso sono stati accomunati da ambedue gli elementi. A essere onesti, a volte, il quadro ecclesiale non sembra essere molto diverso da quello di altre istituzioni, per esempio finanziarie e politiche, dove, per accrescere potere e denaro, si è disposto a fare di tutto.

Emerge spasso la domanda, in diversi settori ecclesiali e civili, su come ciò sia stato e sia ancora possibile, considerato che le persone coinvolte hanno promesso fedeltà a principi etici, come quelli religiosi, così alti ed esigenti. Un passo dell’esortazione apostolica sembra porsi la stessa domanda in forma di preoccupazione. Scrive papa Bergoglio: “È degno di nota il fatto che, persino chi apparentemente dispone di solide convinzioni dottrinali e spirituali, spesso cade in uno stile di vita che porta ad attaccarsi a sicurezze economiche, o a spazi di potere e di gloria umana che ci si procura in qualsiasi modo, invece di dare la vita per gli altri nella missione” (Evangelii gaudium, 80). Questo tipo di interrogativo e di preoccupazione ci rimanda all’esigenza di una permanente formazione antropologica, etica e tecnica che deve accompagnare qualsiasi percorso, laico o religioso che sia, di formazione all’esercizio di un potere. Altrimenti la crisi di leadership non risolverà mai.

«Giulio: “Cos’è quest’intoppo? La porta non si apre? La serratura, suppongo, è stata o cambiata o certo guastata”». Inizia così un libretto sagace e ricco di humour, pubblicato nel 1514: l’autore Erasmo da Rotterdam, dopo la morte di papa Giulio II, immagina il dialogo del papa con san Pietro; trama: il Custode del Cielo rifiuta l’ingresso al papa; motivo: non ne è degno. San Pietro ricorda che sono le opere buone e giuste il lasciapassare, Giulio II pensa di «meritare riconoscenza» per come ha guidato la Chiesa, san Pietro gli ricorda che non si è mai voluto «privare del denaro, spogliarsi del comando, togliere la possibilità di prestiti, negare i piaceri» e quindi niente Paradiso, Giulio è escluso dal Cielo (così il titolo del libretto: Iulius exclusus e coelis). Pericoloso il potere, per tutti, ecclesiastici e non. Dio ci ripaga in Cielo (e, spesso, anche in terra) per tutti i peccati alla Giulio II: «Non mi meraviglio in verità - sono le ultime parole di san Pietro - se arrivano quassù in numero così esiguo, dal momento che ai posti di comando della Chiesa siedono simili sciagurati…».

 

don ROCCO D’AMBROSIO

in Presbyteri, anno 51, febbraio 2017, pp. 226-231.

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