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Il papa, i pastori e il Jobs act, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 17/09/2015 12:40
Una riflessione sulle attuali sfide per la Chiesa italiana in tema di impegno sociale, politico e nel mondo del lavoro...

 

“Cari genitori, vi sono grato per l’esempio di amore alla vita, che voi custodite dal concepimento alla fine naturale, pur con tutte le difficoltà e i pesi della vita, e che purtroppo le pubbliche istituzioni non sempre vi aiutano a portare. Giustamente voi ricordate che la Costituzione Italiana, all’articolo 31, chiede un particolare riguardo per le famiglie numerose; ma questo non trova adeguato riscontro nei fatti. Resta nelle parole. Auspico quindi, anche pensando alla bassa natalità che da tempo si registra in Italia, una maggiore attenzione della politica e degli amministratori pubblici, ad ogni livello, al fine di dare il sostegno previsto a queste famiglie. Ogni famiglia è cellula della società, ma la famiglia numerosa è una cellula più ricca, più vitale, e lo Stato ha tutto l’interesse a investire su di essa!” (28 dic 2014).

Sono le parole di papa Francesco all’udienza con l’associazione nazionale delle famiglie numerose. Sono parole chiare e precise sia sulla testimonianza di queste famiglie che sulle responsabilità delle autorità civili. Il passaggio del papa mi sembra di una notevole importanza in quanto segna quasi un nuovo approccio al tema della famiglia, specie nel contesto italiano. Sembrano persi i riferimenti ideologici e rivendicativi sulla famiglia: trovano invece molto spazio il riconoscimento di testimonianze autentiche e preziose, come quelle delle famiglie numerose. Accanto a queste il riferimento alla comunità civile è fatto citando la Costituzione, ossia il fondamento del vivere civile, per tutti, a prescindere dalla cultura o religione di appartenenza. Nessuna ingerenza, nessuna pressione, solo il leggere un bisogno e il ricordare i principi fondanti dello Stato italiano, in particolare quello della famiglia. Sintonia perfetta con quanto disposto dal Vaticano II: “La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo” (Gaudium et Spes, 76).

Su questi fondamenti dottrinali s’innesta tutta la ricca storia del rapporto tra Chiesa cattolica e Stati nazionali. L’innesto, va riconosciuto, non sempre è facile, né tanto meno scevro da errori da ambedue le parti. In generale si può affermare che gli errori nascono quando una delle istituzioni chiede forme di sostegno, non orientate al bene comune, poco inclini al dialogo e alla condivisione, ma finalizzate, invece, a consolidare le proprie posizioni, elettorali o di potere o di interessi, assoggettando l’altra istituzione ad esse. I riferimenti dottrinali e la prassi di papa Francesco sembrano che pongano fine a qualsiasi equivoco in materia, coerenti con il dettato conciliare.

La chiarezza profetica di papa Francesco stride con il silenzio dei pastori italiani su tematiche quali lavoro, crescita economica, immigrazione, povertà, disoccupazione, emarginazione, privilegi e abusi dei governanti. I pastori italiani, fatte salve poche e nobili eccezioni, sembrano privilegiare temi quali famiglia e l’aborto, insistendo poco o trascurando i temi sociali e politici. Su questo problematico aspetto della vita della Chiesa cattolica italiana papa Francesco ha dato precise e continue indicazioni. Ricordo, in particolare, il non ridurre il Vangelo ai soli temi di etica familiare, sessuale e biologica: “Il kerygma - scrive Francesco - possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità” (Evangelii gaudium:177).

Sono i giorni i cui il Governo e il Parlamento sono impegnati sul tema della riforma del lavoro. Il cosiddetto Jobs act presenta molti punti discutibili e inaccettabili per il magistero sociale della Chiesa cattolica. La prima (non unica) domanda fondamentale è se i recenti interventi legislativi rispettino la gerarchia 1. lavoratore 2. lavoro 3. profitto oppure la capovolgono, come spesso succede nel mondo globalizzato, in priorità opposte come 1. profitto 2. lavoro 3. lavoratore (cf. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 6-7). Mi chiedo: quante voci cattoliche autorevoli si sono pronunciate sul tema? In questo clima ha sorpreso molto un intervento de “La Civiltà Cattolica” (2014, IV, 473-483) che traccia un bilancio dell’attività del Governo Renzi, più teso a evidenziare i meriti, pochi, che i limiti, tanti, del Governo.

Si potrebbe affermare che, nella Chiesa cattolica italiana, perdura una certa refrattarietà alla profezia. Diverse potrebbero essere le cause: scarsa conoscenza del magistero sociale, mancata libertà nei confronti del potere statale ed economico, ricerca di privilegi, concezione poco evangelica del potere ecclesiastico e così via. In particolare, sul tema del lavoro, la comunità cristiana è chiamata a difendere con forza la dignità e i diritti degli uomini del lavoro, denunciando e superando quelle situazioni che sono frutto dei collegamenti perversi tra politica ed economia. Si tratta, allora, di riprendere e rinforzare quella sensibilità, anche sindacale, che portò i cattolici di un secolo fa a dare perfino la vita per la giustizia e la solidarietà nei luoghi di lavoro. Allo stesso modo è tempo di proferire delle parole chiare sugli effetti perversi della globalizzazione, non solo a livello planetario ma anche nei nostri piccoli territori. Lo stesso dicasi sul lavoro nero: ci sono imprenditori anche cattolici che praticano illegalità inaudite relativamente al salario dei propri operai e alla loro condizione e che poi, senza nessuno scrupolo, ricevono l’Eucaristia. Si ricordi che il defraudare “il dovuto salario è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio” (Leone, Rerum novarum, 17), come si è sempre insegnato dai tempi della Legge ebraica a oggi. Lo stesso vale per il “doppio”, “triplo” lavoro: credenti, che senza nessuna impellente e grave necessità, sono titolari di più lavori (spesso anche a nero!). Cosa essi hanno da dire ai fratelli disoccupati? Che non c’è “purtroppo” lavoro per tutti? E loro perché usurpano quello degli altri? Per non parlare di situazioni ingiuste che si creano all’interno di alcune strutture cattoliche nell’assunzione e trattamento dei dipendenti.

È lungo il cammino di conversione che tutti, pastori e credenti laici, dobbiamo realizzare per recuperare la natura profetica delle nostre comunità cattoliche. Tanti ostacoli sembrano frenare.  Vengono in mente alcuni passaggi del discorso di Francesco alla Curia romana, in particolare due delle quindici “malattie”. Mi riferisco alla terza: “C’è anche la malattia dell’“impietrimento” mentale e spirituale: ossia di coloro che posseggono un cuore di pietra e la “testa dura” (cfr At 7,51); di coloro che, strada facendo, perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando “macchine di pratiche” e non “uomini di Dio” (cfr Eb 3,12). È pericoloso perdere la sensibilità umana necessaria per piangere con coloro che piangono e gioire con coloro che gioiscono! È la malattia di coloro che perdono “i sentimenti di Gesù” (cfr Fil 2,5) perché il loro cuore, con il passare del tempo, si indurisce e diventa incapace di amare incondizionatamente il Padre e il prossimo (cfr Mt 22,34-40). Essere cristiano, infatti, significa “avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5), sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità”.

E, in materia, degna di nota è anche la tredicesima: “La malattia dell’accumulare: quando l’apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro. In realtà, nulla di materiale potremo portare con noi, perché “il sudario non ha tasche” e tutti i nostri tesori terreni – anche se sono regali – non potranno mai riempire quel vuoto, anzi lo renderanno sempre più esigente e più profondo. A queste persone il Signore ripete: «Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo ... Sii dunque zelante e convertiti» (Ap 3,17.19). L’accumulo appesantisce solamente e rallenta il cammino inesorabilmente!” (22 dic 2014).

E’ nel liberarsi da tutte le malattie, indicate dal papa, la sfida per le comunità cattoliche italiane, per essere sale e lievito evangelici dei nostri territori, in tutti gli ambienti e per tutte le donne e gli uomini del nostro Paese.

* L’autore è ordinario di Filosofia Politica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma (www.rocda.it) e direttore della testata e delle scuole di politica dell’associazione “Cercasi un fine” (www.cercasiunfine.it).

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