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Il mio Natale: una predica laica, di Umberto Mosso

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 26/12/2021 08:30
Un'acuta riflessione, di un non credente, sul Natale: ricca e stimolante...
Amerei di più il Natale se non fosse appesantito, come è, da una quantità di cose che lo rendono un paradosso. Quello di chi festeggia, il più possibile riccamente, la nascita di un bambino povero i cui genitori non trovavano un posto adatto per farlo nascere. Sarà retorico dirlo, ma è così.
La sua sarà un’esistenza grandiosa e terribile come quella di nessun altro, perché come nessun altro imprimerà un segno profondo, indelebile nella vita dell’umanità per migliaia di anni. Che si creda o no alla sua natura divina.
Io faccio fatica a crederlo. La mia piccola mente non riesce a contenere tanta grandezza, ma non me ne faccio un cruccio. Perché è la natura umana di quel bambino che amo, perché è l’amore umano che conosco, grande e terribile come il suo. E questo mi basta.
Benedetto Croce, nel 1942, scrisse il suo breve saggio “perché non possiamo non dirci cristiani” sostenendo che il Cristianesimo operò una rivoluzione “nel centro dell'anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all'intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all'umanità», che per merito di quella rivoluzione non può non dirsi "cristiana".
«Gli uomini, gli eroi, i geni» che vissero prima dell'avvento del Cristianesimo, scrive Croce «compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensiero, di esperienze» ma in tutti essi mancava quel valore che oggi è presente in tutti noi e che solo il Cristianesimo ha dato all'uomo.
Mi riconosco in queste parole, che non dicono del divino, ma di un pensiero umano che so comprendere e che muoverà altri pensieri che parleranno di libertà, uguaglianza e fraternità.
Per questo ho reputato un atto di arroganza meschina, autolesionista, il non voler riconoscere il valore del Cristianesimo tra quelli su cui si fonda la nostra identità di europei. Questo trascende dall’essere credenti o no.
Provate ad immaginare se, come per un sortilegio, sparissero di colpo tutti i luoghi di culto del Cristianesimo e con essi tutte le opere artistiche e letterarie che contengono. Dalle abazie, con le loro biblioteche, alle cattedrali gotiche, con le loro vetrate, alle grandi basiliche coi loro mosaici, coi loro affreschi, con le loro tele, alle chiese contemporanee di le Corbusier o di Michelucci.
Possono bastarci la fantasia allucinata di Bosch? le storie meravigliose di Bruegel? la forza di Guernica? senza potere anche guardare gli occhi attoniti della Madonna di Antonello, con la sua mano che dice all’angelo “aspetta un momento, perché io?”. Oppure senza assistere al dialogo dell’amore disperato tra Gesù morente e Maddalena di El Griego? O le storie di Piero e quelle di Masaccio? Certo no.
Amo, criticamente, gli illuministi, ma provo lo stesso piacere a leggere Voltaire o Rousseau come nel leggere i pensieri di Carlo Maria Martini nelle sue notti a Gerusalemme. E penso che senza il cristianesimo anche Marx non avrebbe scritto allo stesso modo le sue opere giovanili, le migliori.
Sono un eretico, cristiano senza fede, marxiano senza comunismo, un liberale primiparo attempato, senza seguito tra i credenti e i non credenti. Tutti scontenti di me, per un verso o per un altro.
Tuttavia, proprio in occasione del Natale, condivido un mio pensiero su Gesù di Nazareth che, forse, non sarà originale.
Per me la forza del Cristianesimo non sta nella resurrezione di Cristo, ma nella sua morte. Una morte vera, definitiva come quella di tutti gli uomini. Quella morte accompagnata dalla paura e dall’angoscia dell’abbandono, ma cercata consapevolmente come testimonianza di una idea grandiosa lasciata al mondo. Questo è quello che me lo fa sentire umano e quindi amabile. Amabile da adulto così come quel bambino nella stalla.
Quel bambino è nato col suo pensiero e quello stesso bambino è morto per la sua idea. La stessa.
Paolo di Tarso scrive “se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede”. Non sono d’accordo.
Se Cristo non fosse morto la sua idea sarebbe stata vana, come le tante buone idee di geni incompresi perché ritenuti lontani dalla sorte di ognuno di noi.
La sua morte, non la resurrezione, ha abbattuto la separatezza tra la sua vita e quelle di tutti gli esseri umani, mortali come lui.
Quella vita umana e quella morte umana sono un esempio da seguire, non una impossibile resurrezione. Comportati secondo giustizia e combatti per essa, perché è l'amore che ci metti, questo amore che conosci, questo è il tuo premio, dice.
Sembrerà bizzarro parlare del Natale in questo modo, ma la storia del bambino è una bellissima storia anche se con quel finale. Anzi senza “anche se”, proprio per quel finale nel quale posso identificarmi anche io, come uomo senza fede. E questo, per me, non è una cosa da poco.
Umberto Mosso
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