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Il lavoro: pensiamoci un attimo!, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 27/09/2017 15:26
Una riflessione sul lavoro oggi, in vista della Settimana Sociale dei cattolici a Cagliari (26-29 ottobre 2017) su “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale”

 

Lavoro! Il lavoro quotidiano. Il lavoro perso. Il lavoro cercato. Il lavoro promesso. Il lavoro sognato. Il lavoro nero. Il lavoro tutelato. Il lavoro sporco, pericoloso e umiliante (Dirty, Dangerous and Demeaning). Il lavoro pianificato. Il lavoro benedetto. Il lavoro saltuario. Ma anche: il lavoro nobilita, crea, schiavizza, libera, opprime, soddisfa, sfugge, redime, unisce, santifica. E via discorrendo. Di questo mondo lavorativo, cosi complesso difficile da dipanare e comprendere, c’è molto da dire. La complessità odierna, in termini di lavoro come di altre emergenze, impone molta maturità ed equilibrio; impone anche rispetto e prudenza nel comprendere la realtà da parte di pastori, educatori, genitori, catechisti. Forse mai come oggigiorno ci vuole cura per le persone e amore per lo studio, insieme a tanta calma, pazienza, coraggio e lungimiranza nello studiare quanto succede dentro e fuori di noi. In un parola: nella nostra azione educativa e pastorale esistono, prima e soprattutto, le lavoratrici e i lavoratori, prima del lavoro e i suoi annessi problemi.

Dal punto di vista culturale non va dimenticato che il lavoro, come ogni fenomeno umano, deve essere studiato incrociando le competenze, cioè usando strumenti culturali che attingono ai diversi saperi che investigano sulle realtà umane: l’antropologia, l’etica, la teologia, la sociologia, la psicologia, la scienza politica, il diritto, l’economia. In termini molto semplici sarebbe molto meglio - nelle nostre catechesi, omelie e interventi pastorali -  avere approcci sintetici, scevri da prevenzione e spocchia. Educatori e pastori comprendono bene come non sono chiamati ad avere tutte le competenze – pretesa inconsistente e sciocca – ma una capacità di sintesi per aiutare l’interlocutore, specie se educando, a dotarsi di una mappa per districarsi nei vari labirinti di questo mondo e su cui, se vuole, costruire la propria personale competenza, concepita sempre in funzione del vivere bene, come persona e come credente.

Per proporre un itinerario di sintesi e una mappa nel mondo complesso del lavoro, mi baso su una famosa affermazione della filosofa Hannah Arendt che, nel 1958, nel suo famoso The human condition, scriveva: “Quello che io propongo è molto semplice: niente di più che pensare a ciò che facciamo”.

Il pensare a ciò che facciamo è una sfida audace e faticosa. In essa il punto di partenza comune, sia per un pensiero di matrice religiosa, sia per uno di impostazione laica, potrebbe essere la distinzione portata dalla Arendt: “Con il termine vita activa propongo di designare tre fondamentali attività umane: l’attività lavorativa [labor], l’operare [work] e l’agire [action]; esse sono fondamentali perché ognuna corrisponde a una delle condizioni di base in cui la vita sulla terra è stata data all’uomo”.

Pensare a quello che facciamo significa allora prendere coscienza del nostro essere nel mondo, ossia dei contenuti cognitivi ed emotivi che informano il nostro lavoro, dell’incidenza della fatica fisica e di quella intellettuale, dell’apporto di persone e luoghi di lavoro che frequentiamo. Il tutto non perdendo di vista la centralità della persona e di quanto il lavoro incide sul suo essere nel mondo, consci che, come scriveva Mounier, “ogni lavoro tende a fare contemporaneamente un uomo e una cosa” (Traité du caractère). Affermazione che decenni dopo, sarà ripresa dal Vaticano II, in piena sintonia con il filosofo francese: “L'uomo quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la società, ma perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da sé e si supera” (GS, 35).

Il primo problema, sia pratico che teorico, che tanto incide sulla nostra vita quotidiana è relativo alla formazione, cioè a quanto abbiamo appreso in termini di significato del nostro operare. Al lavoro, in età giovanile o adulta, si giunge, molto spesso, senza un’adeguata preparazione e nella stragrande maggioranza dei casi si è “catapultati” senza avere una minima formazione necessaria a vivere il proprio lavoro con convinzione e serenità. Se si aggiunge la carente formazione sociale e politica, il quadro diventa ancor più preoccupante. I credenti, pur possedendo un ricco patrimonio biblico e magisteriale sul tema del lavoro, non costituiscono un’eccezione in materia.

In questo clima la domanda sul senso del lavoro, sia per la cultura religiosa che per quella laica, circola in ristretti centri di formazione oppure, emergendo con forza nella quotidianità, trova delle risposte insufficienti e, spesso, pericolose e deleterie. Lo sforzo compiuto dalle scienze umane, specie dalla sociologia e dalla psicologia, non è, nella stragrande maggioranza dei casi, patrimonio conosciuto e condiviso; per cui succede che il supporto di queste scienze è richiesto solo nell’affrontare le patologie, sociali o personali che siano, del lavoro.

Ma se ciò non sfugge a una coscienza matura e responsabile, non accade lo stesso nella considerazione della formazione al senso del lavoro. La mancanza di formazione è determinante nel vivere il lavoro in maniera stanca, depressa, demotivata, conflittuale, così da incidere sensibilmente e gravemente sulla dignità dei lavoratori. L’analisi marxista sull’alienazione, se pur superata nei suoi riferimenti economico-sociali, resta valida nel suo nucleo fondamentale: chi lavora male, sotto tutti i punti di vista, vive male, non cresce e non matura, perdendo in serenità, equilibrio, efficienza e capacità relazionale. E’ quella alienazione che si manifesta rispetto al prodotto, all’atto del produrre e, infine, rispetto al proprio simile e come tale produce la perdita completa del senso dell’attività umana. Pur per motivi diversi, ieri come oggi, il lavoratore vive spesso la relazione “con la sua attività propria come un’attività estranea, che non gli appartiene, un’attività che è sofferenza, una forza che è impotenza, una procreazione che è castrazione” (Ökonomisch-philosophische Manuskripte).

La mancanza di impegno dei singoli educatori come delle istituzioni preposte a educare al senso del lavoro assume una particolare gravità se si considera che spesso non è solo frutto di immaturità e superficialità, ma è segno di una tendenza precisa a ricercare il senso della vita e la sua realizzazione piena nel divertimento futile. Chi non forma e non si forma al lavoro ha una doppia responsabilità: da una parte contribuisce ai processi di alienazione descritti, dall’altra contribuisce all’affermarsi di visioni di vita dannose per la dignità umana.

Passando da un piano personale e formativo all’ampio contesto sociale, si pongono alcune sfide per ridare al lavoro un posto preminente a diversi livelli.

 

  1. A livello culturale. Sembra molto difficile, oggigiorno, fare riferimento a cardini teorici di riflessione, essendo forte, a livello laico, il riferimento al pensiero debole - cioè quel pensiero corto e a tempo, o come direbbe ancora la Arendt quel “pensiero senza ringhiera” (Political Thinking without a Bannister). Eppure l’imprescindibile legame tra lavoro, identità e libertà personali si pone come sfida a rafforzare il pensiero sul senso del lavoro, anche per evitare che questo sia dominato ideologicamente dalla mentalità utilitaristica e capitalistica, perché la persona umana “vale più per quello che “è” che per quello che “ha”(GS, 35).
  1. A livello educativo. La formazione familiare, scolastica e universitaria ha un dovere inderogabile di formare al lavoro: a partire dagli aspetti personali (elementi fisici, cognitivi ed emotivi) a quelli politici, economici ed istituzionali. L’Italia è “Repubblica fondata sul lavoro” (art. 1): questo non deve diventare un richiamo retorico ma una guida per formare, programmare e vivere il lavoro. La Chiesa cattolica italiana, da parte sua, vanta un lodevole e immenso sforzo di attività catechetica (per lo più per i fanciulli) e liturgica, ma non altrettanto lodevole sforzo di formazione sui contenuti biblici e teologici relativi al mondo del lavoro (lo stesso va detto per il Magistero Sociale e i contenuti riguardanti il campo culturale, sociale, politico ed economico). Senza informazione e formazione non si può vivere cristianamente il lavoro, né evangelizzare il suo mondo. Continua - sempre meno, grazie a Dio e alla testimonianza di papa Francesco - a dominare quella limitata e dannosa visione per cui la morale è solo familiare e/o sessuale. Solo raramente si parla di peccati della sfera lavorativa, sociale, economica e politica. Data la carente formazione molto spesso, da parte dei credenti, si vive il lavoro come luogo lontano da Dio dimenticando che è proprio, primario e fondamentale impegno dei laici, santificare le realtà in cui vivono, partendo dal lavoro e dalla famiglia. Si pensi a quelle personalità scisse, che si comportano da angeli nelle parrocchie e, molto facilmente, si trasformano in diavoli nei luoghi di lavoro (e/o in famiglia).
  2. A livello sociale. Prima di tutto il riferimento va a tutti quei corpi sociali che hanno a che fare direttamente con il mondo del lavoro (sindacati, associazioni di categorie, organi professionali, ecc.), poi alle altre componenti sociali, ponendo a tutti l’interrogativo su quanto il lavoro sia vissuto, affrontato e trattato come attività umana che “deriva dall'uomo ed è ordinata all'uomo (GS, 35).
  3. A livello politico. La mentalità utilitarista e capitalista ha fortemente influenzato la prassi politica, concentrando spesso l’interesse della comunità politica solo sugli aspetti produttivi del mondo del lavoro; quando, invece, la titolarità del bene comune, che appartiene sommamente alla sfera politica, richiede a questa programmi, strategie e realizzazioni che vanno dalla tutela dei lavoratori all’impegno nel ridurre la disoccupazione; dalla formulazione delle politiche economiche alla destinazione di risorse per il lavoro in tutti i suoi aspetti (culturali, economico-produttivi, sindacali, ecc.);
  4. A livello economico. L’ostacolo maggiore consiste, in questo ambito, nel trasformare l’attuale gerarchia utilitarista e capitalistica: 1. il profitto; 2. il lavoro; 3. il lavoratore (che ha come unico motore, la massimizzazione dell’utilità), con una visione incentrata su 1. il lavoratore; 2. il lavoro; 3. il profitto (GIOVANNI PAOLO II, Laborem exercens, 6-7). Si badi che questo impegno di non assoggettamento acritico o interessato alla mentalità utilitaristica, non riguarda solo i credenti ma tutti i cittadini e le componenti sociali italiane, in virtù degli artt. 2 e 3 della nostra Costituzione: la Repubblica assume “i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale e si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 

In conclusione faccio mie le parole di papa Francesco: “La dignità di ogni persona umana e il bene comune sono questioni che dovrebbero strutturare tutta la politica economica, ma a volte sembrano appendici aggiunte dall’esterno per completare un discorso politico senza prospettive né programmi di vero sviluppo integrale. Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia”. (Evangelii gaudium, 203).

 

don ROCCO D’AMBROSIO

ordinario di Filosofia politica presso la facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (www.rocda.it); insegna Etica ella Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno (ex SSAI, Roma); è direttore delle scuole di politica dell’associazione “Cercasi un fine” (www.cercasiunfine.it).

 

articolo pubblicato in Rivista presbyteri, anno 51, marzo 2017, pp. 304-309

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