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Il denaro, la crisi e l'etica, di Rocco D’Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 26/11/2016 22:45
Il nostro direttore continua la riflessione sugli aspetti etici del prestito e delle banche, iniziata nell'editoriale del n. 105 in distribuzione...

 

sommario: 1. Usura e prestito a interesse; 2. Alcune note storiche; 3. Un’eticità da ricostruire; 4. La sfida della crisi

 

Scrive il libro dell’Esodo: «Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse» (22,24). Alla luce di questa affermazione è possibile rendere “etico”, cioè giusto e buono in sé, il prestito ad interesse? C’è una differenza sostanziale tra usura e prestito ad interesse tanto da giustificare l’istituzione bancaria? Cosa rende “etico” un istituto bancario?

Sono domande che ci poniamo alla luce della fede cattolica per portare un contributo al dibattito sull’attività bancaria e, in generale, a quella economico-finanziaria. Senza pretendere di essere esaustivi, tentiamo una sintesi in un argomento così complesso e delicato che tanto ha appassionato il dibattito filosofico e teologico lungo i secoli[2].

1. Usura e prestito a interesse

«Sembra necessario che ogni tipo di ricchezza abbia un limite, mentre in realtà avviene il contrario: infatti tutti quelli che si preoccupano di arricchire aumentano illimitatamente il loro denaro. (…). Si ha pienissima ragione a detestare l’usura per il fatto che in tal caso i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò per cui il denaro è stato inventato. Perché fu introdotto in vista dello scambio, mentre l'interesse lo fa crescere sempre di più (e di qui ha pure tratto il nome – tokos - in realtà gli esseri generati sono simili ai genitori e l’interesse è moneta da moneta): sicché questa è tra le forme di guadagno la più contraria a natura»[3]. Così sentenzia Aristotele nella sua Politica.

La posizione non sembra molto lontana da quella della Sacra Scrittura, che condanna più volte non solo l’usura ma qualsiasi prestito ad interesse. Si conviene sul fatto che la pratica del prestito a interesse è contraria al sentimento di solidarietà della comunità israelitica, in quest’ottica non c’è differenza tra usura e prestito ad interesse. Si direbbe che la linea aristotelica si sposa benissimo con quella biblica. Nel momento in cui Israele subisce un processo di urbanizzazione e si passa da un’economia di scambio in beni di natura ad un’economia basata sul denaro ci si pone la domanda etica sul prestito ad interesse: «Non farai al tuo fratello prestiti a interesse, né di denaro, né di viveri, né di qualunque cosa che si presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello, perché il Signore tuo Dio ti benedica in tutto ciò a cui metterai mano, nel paese di cui stai per andare a prendere possesso» (Dt 23, 20-21). Nasce così una distinzione:

a. Il prestito a interesse non è mai lecito, cioè è sempre usura e di questa ne porta le gravi condanne e conseguenze, verso il fratello, specie se in stato di bisogno: «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto a usura» (Lv 25, 35-37). In questo atteggiamento la Scrittura individua il peccato di sfruttamento perché si tratta di una speculazione che danneggia gravemente il fratello e si pone come gesto contro ogni solidarietà e carità. La lezione dei Padri è in continuità con la lezione biblica e si distingue per la sua chiarezza ed incisività: «Ma dimmi – ammonisce Basilio - cerchi danaro e guadagno dal povero? Se avesse potuto renderti più ricco, avrebbe forse battuto alla tua porta? E` venuto per trovare aiuto, ha trovato un nemico. Ha cercato un rimedio, ha incappato nel veleno. Sarebbe stato tuo dovere alleviare la miseria di quell’uomo, e tu invece ne aumenti l’indigenza, cercando di ricavare tutto il possibile dalla miseria. Come se un medico, recandosi dagli ammalati, invece di guarirli, togliesse loro anche quel poco di forza vitale che resta: così tu fai della sventura dei miseri un’occasione di guadagno. E come gli agricoltori bramano la pioggia perché si moltiplichino le sementi, così tu desideri il bisogno e la miseria degli uomini, perché il denaro ti sia più produttivo. Non sai che rendi tanto maggiore la massa dei tuoi peccati, quanto più pensi di aumentare la tua ricchezza per mezzo dell’usura?»[4].

b. Esso diventa lecito nella misura in cui, stando al dettame biblico di Dt 23, 20-21, si parla di “straniero” e qui gli esegeti credono che il riferimento sia al nokrî cioè a quell’operatore economico che agisce in virtù delle leggi di commercio. Si comprende, allora, che il prestito a interesse viene introdotto come misura di protezione dell’israelita che entra in contatto con il commercio estero, ma comunque resta qualcosa non in sintonia con la volontà del Signore che vuole i suoi giusti liberi da ogni iniquità, anche in materia di denaro: il giusto, dice Ezechiele «non presta a usura e non esige interesse» (18, 8)[5]. Per alcuni aspetti si può affermare che la tolleranza biblica verso il prestito a interesse rappresenti una forma di accondiscendenza verso “la durezza del cuore umano”, alla stessa maniera di quanto accade per la questione matrimoniale (Cf. Mt 19, 1-9), in riferimento alla quale Gesù afferma esplicitamente: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all'inizio però non fu così”. Possiamo dire, allora, che all’inizio non fu cosi, cioè l’usura non era permessa, fu poi introdotta quasi come una forzatura, consci che non era secondo il volere di Dio.

La dottrina del Vangelo - espressa in Mt 5,42, «a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle» e in Lc 6, 30-35, «Da a chiunque ti chiede… E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete?» - non fa altro che confermare la condanna veterotestamentaria dell’usura e del prestito a interesse e la porta a compimento: chi presta deve superare la legge del taglione e porsi nella logica dell’amore gratuito e totale.

Sia la tradizione dei Padri che quella medioevale hanno concepito usura e prestito a interesse alla stessa maniera (cf. Ambrogio, Girolamo, Agostino e diversi Padri greci[6]). Si esprime una linea intransigente, confermata dalla dottrina di Tommaso, che ricalca sostanzialmente quella di Aristotele e ci offre un’analisi precisa e completa del problema usura (che nel linguaggio dell’Aquinate significa semplicemente pagamento per l’uso del denaro altrui)[7]:

  • il prestito a interesse è moralmente inaccettabile: «percepire l’usura, o interesse, per il denaro prestato è per se stesso un’ingiustizia (…); rientra nell’ambito dei precetti non cercare un guadagno dal prestito (…); chi ha ricevuto un prestito in danaro, o in altre cose di consumo, non è tenuto a dare di più di quanto ha ricevuto in prestito (…), il denaro non si può vendere a un prezzo superiore a quello del denaro prestato, e che deve essere restituito»;
  • «chi concede il mutuo può, senza peccato, stabilire nei patti col mutuatario un compenso per il danno, privandolo di qualche cosa che dovrebbe avere», qui san Tommaso accetta il compenso per un mutuo in virtù dell’evitare il danno. Cioè accetta la dottrina del damnus emergens ma non quella del lucrum cessans (accettata invece dalla maggior parte dei suoi discepoli) perché «non si può fissare nei patti una ricompensa per il danno dovuto al fatto che con quel denaro uno non può più guadagnare»;
  • «le leggi umane permettono l’usura non perché la ritengono secondo giustizia, ma per non impedire i vantaggi di molti».

Dal Cinquecento in poi la dottrina tradizionale - sterilità del denaro e immoralità del prestito ad interesse – fu attaccata da diversi autori cattolici e protestanti, mentre la piaga dell’usura strangolatrice imperversava sempre più. Per alcuni aspetti sembra che si ripeta la situazione veterotestamentaria: si passa da una chiara e fondata posizione di divieto del prestito a interesse a un’accettazione di esso, con regole precise e chiare, a motivo della situazione contingente. In questa linea si pone Benedetto XIV che, con la sua enciclica Vix pervenit, cercò di porre fine alle varie dispute dottrinale sulla questione, evitando le forme di estremismo: «coloro che confidano tanto nelle proprie forze e nella propria sapienza, da non aver dubbi nel pronunciarsi su tali problemi (che pure esigono non poca conoscenza della Sacra Teologia e dei Canoni) si guardino bene dalle posizioni estreme che sono sempre erronee. Infatti alcuni giudicano queste questioni con tanta severità, da accusare come illecito e collegato all’usura ogni profitto ricavato dal danaro; altri invece sono talmente indulgenti e remissivi da ritenere esente da infamante usura qualunque guadagno». Pertanto la posizione magisteriale divenne la seguente: «coloro che vogliono restare immuni ed esenti da ogni sospetto di usura, e tuttavia vogliono dare il loro denaro ad altri in modo da trarne solo un guadagno legittimo, devono essere invitati a spiegare prima il contratto da stipulare, a chiarire le condizioni che vi sono poste e l’interesse che si pretende da quel denaro»[8]. Va da sé in questo discorso la dichiarazione di necessità di particolari istituti bancari atti ad eliminare la piaga dell’usura, come si affermò poi in un testo magisteriale di Leone XII: «Contro l’iniquità degli usurai che, come dice il Concilio Romano, derubano e mandano in rovina la povera gente, inveite tra l’altro con il vostro zelo, perché l’usura è un male molto diffuso ai nostri giorni. Un aiuto contro quest’infame genere di rapina erano una volta i Monti frumentari e i Monti di pietà che, inventati da pie persone e approvati dai Sommi Pontefici, si erano diffusi in tutto il mondo. Ci dispiace che in molti luoghi siano stati soppressi dalla rapacità di coloro che si vantavano di essere difensori della felicità dei popoli. Impegnatevi a ripristinarli e ricordate ai fedeli le indulgenze concesse dai Nostri Predecessori a coloro che si dedicano ad un’opera così buona»[9]. Restò, comunque viva l’attenzione ai poveri: «A nessuno infatti può sfuggire che in molti casi l’uomo è tenuto a soccorrere il suo prossimo con un prestito puro e semplice, come insegna soprattutto Cristo Signore: “Non respingere colui che vuole un prestito da te”. Del pari, in molte circostanze, non vi è posto per nessun altro giusto contratto, eccetto il solo prestito»[10].

Bisogna, tuttavia, riconoscere che la teologia morale non sviluppò una matura e aggiornata riflessione morale sul “giusto prezzo” del denaro e il modo di determinarlo[11]. Il Chiavacci ricorda che l’unica eccezione è data dal gesuita Taparelli e sottolinea come «la variazione del significato del denaro e la corrispondente variazione del concetto di ricchezza» non siano state approfondite e poste a discernimento dalla teologia morale fino al punto che si ritiene che sempre e comunque è giusto far fruttificare le proprie ricchezze, in primis il denaro[12]. Invece va condannato l’atteggiamento dell’arricchirsi ad ogni costo col proprio denaro (o con altri beni), anche se il tutto è legale. «Guai a voi – proclama Isaia-  che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese» (5,8)[13]. Ancora le parole di Basilio possono aiutare il nostro discernimento: «Del resto, vediamo che non è chi combatte contro le necessità della vita a cercare prestiti - non troverebbe nessun creditore! -; ma è gente piena di sfarzo e lusso inutile che fa debiti; gente che si lascia comandare dalle pretese della moglie e dalle passioni». Né tantomeno si può accettare l’attività di speculazione finanziaria perché non solo costituisce un ricavare denaro da denaro (spesso coll’aggravante dei mezzi illegali e contrari alla logica del bene comune), ma anche perché non si può qualificare come lavoro.

Anche Dante non ha dubbi sulla malizia del guadagnar denaro con il denaro. L’usuraio è colui che sovverte il piano di Dio che prevede il lavoro come forma di sostentamento e non il guadagno attraverso il denaro. Afferma il Poeta:

«e perché l’usuriere altra via tene,

per sé natura e per la sua seguace

dispregia, poi ch’in altro pon la speme»[14] .

La posizione ricalca quella dei Padri, in particolare Basilio quando afferma: «Ma come potrò campare?, mi si chiede. Hai le mani, hai un mestiere: lavora per guadagnare, servi! Ci sono molte strade, molte possibilità di guadagnarsi il pane. Lo ritieni impossibile? Chiedi l’elemosina ai ricchi, allora! Ma elemosinare è vergogna? E` più vergogna ancora ingannare i creditori chiedendo prestiti. Certo, non intendo dettar leggi, ma solamente mostrare che tutto è più sopportabile piuttosto che far debiti. La formica sa mantenersi senza mendicare e senza chiedere soldi, l’ape offre il superfluo del suo vitto ai re. Eppure la natura non ha dato a queste bestiole né mano né mestiere. Ma tu, un uomo, una creatura ragionevole, non troverai tra tutte le arti una sola con cui sostentare la tua vita?»[15].

2. Alcune note storiche

Si deve partire dalla considerazione storica di quella anomalia del caso Italia che consiste nel capitalismo familistico e verticistico; anomalia che viene fatta risalire dagli analisti della nostra economia anche alla presenza di uno dei sistemi bancari più inefficienti del mondo occidentale. La colpa principale di questa pesantezza del nostro sistema bancario, che è diventata un freno potente per l'istituzione di forme di capitalismo democratico in Italia, è stata attribuita alla sproporzionata presenza, almeno sino a qualche tempo fa,  dello Stato nel campo del credito. Uno stato che non si limitava ad avere una delle leggi bancarie più rigide del mondo, ma che è stato, ed in parte lo è ancora, proprietario delle più grandi banche italiane, a cominciare dalle cosiddetti BIN, banche di interesse nazionale (Credito italiano, Banca Commerciale Banco - poi Banca - di Roma).  In questo saggio, prendendo lo spunto da alcune dinamiche storiche, vogliamo presentare alcune caratteristiche, specie quelle di natura etiche e derivanti dal patrimonio del Magistero Sociale della Chiesa.

Questa causa del profondo malessere italiano nel settore delle banche, malessere che ha provocato la diffusione dell'usura, il riciclaggio del denaro sporco, la cronica mancanza di liquidi di imprese coraggiose che operano in settori di avanguardia (sia dal punto di vista tecnologico che umano), può essere solo in parte fatta risalire alla presenza pubblica. Per certi versi il sistema bancario è addirittura l'immagine del fallimento stesso di costruire in Italia una società civile che si autoregolamentasse e si autopromuovesse.

Il sistema bancario italiano rispecchia quella modernizzazione sbagliata, perché non basata sulle spinte dal basso di una società civile che invece si è frantumata con una mentalità di rivendicazione verso l'alto o con una chiusura in territori minimi di cooperazione (la famiglia, la piccola impresa). La crescita del senso democratico di un self-help aperto alla cooperazione con gli altri è rimasto appannaggio di sparute minoranze. Eppure non sempre è andata così[16].

Alla fine dello scorso secolo il non expedit permise ai cattolici di sfuggire alle logiche teorizzate dai neo-hegeliani napoletani di uno Stato a cui si contrapponeva soltanto l'Individuo. La Questione Romana diventò indirettamente lo stimolo per la creazione di una rete che nasceva dal basso, che aveva il limite di rimanere estranea ad uno Stato sentito come nemico od estraneo, ma con un profondo radicamento nelle reali necessità della gente[17]. Tutto il movimento delle Casse rurali di forma in questo periodo. Il pensiero di Toniolo, sul versante cattolico, e quello di Luzzatti, sul versante laico, danno una struttura teorica ad un movimento cooperativo, forte soprattutto nel settore del credito, che per un breve periodo storico sembrò caratterizzare lo sviluppo capitalistico italiano[18].

La crisi del primo dopoguerra e l'avvento del fascismo danno un inizio all’imbrigliamento del movimento di credito cooperativo. La crisi del '29, che portò alcuni anni dopo a leggi bancarie estremamente dirigistiche, ed i Patti Lateranensi, che, utili nel porre fine alla Questione Romana e nel ritagliare spazi di libertà all'associazionismo cattolico, sancivano la definitiva fine di ogni tentativo originale di costruire reti economiche che non fossero quelle omologate alla grande impresa del Nord o dall'allora emergente modello IRI. Già col Fascismo, che pure affondava il suo consenso politico nella piccola borghesia reazionaria, il grande capitale trovò un generose soccorritore, capace di porre rimedio alle disastrose partecipazioni incrociate tra banche ed imprese industriali. Pur snobisticamente non amando il populismo fascista il grande capitale comprese che il corporativismo non avrebbe mai portato al controllo politico sulle camere alte del potere politico. Il controllo politico invece si estese, in modo rovinoso, su ogni sforzo dal basso per creare circuiti finanziari che non fossero quelli imposti dall’alta finanza. Alcune piccole banche meridionali, ad esempio, furono strozzate durante il Fascismo per fare posto all’espansione dei grandi gruppi bancari settentrionali.

L'egemonia cattolica sulla politica nel secondo dopoguerra indebolì ulteriormente ogni tentativo di formazioni economiche originali. Lo sforzo maggiore degli intellettuali cattolici esperti di economia (da Vanoni a Saraceno) è stato una riflessione della presenza dello Stato nell'economia, attraverso tecnostrutture controllate da manager pubblici cattolici[19].

Ben presto però, con la fine politica del dossettismo, il pensiero keynesiano-cattolico si è impoverito. Le partecipazioni statali, in primo luogo quelle bancarie, sono diventati solo i luoghi dell’occupazione del potere, senza progettualità, senza orgoglio intellettuale. La presidenza di una Cassa di Risparmio, nella imperante logica dorotea, è diventata più importante di ogni riflessione sul senso di una presenza cattolica nel sistema bancario[20]. Le grandi scelte strategiche del capitalismo italiano sono rimaste monopolio di quei centri di potere che hanno giustamente visto più lontano della spicciola gestione dell’esistente, e hanno pazientemente aspettato l’autodistruzione politica della classe dirigente cattolica, ormai senza più idee e valori morali, per riprendere in pieno un potere che fascismo e DC avevano solamente scalfito[21].

Il duopolio imperniato sulla presenza delle grandi famiglie, ormai capitalisti più che imprenditori, (attraverso la grande consulenza di una Banca d'affari, Mediobanca, che per lungo tempo, almeno teoricamente era di proprietà pubblica) e sulle Partecipazioni statali (in mano alla DC, ed per ultimo, in modo consistente al PSI), hanno annullato ogni slancio innovativo da parte dei cattolici per rendere operativo un bagaglio di riflessione economica che stava diventando sempre più importante (il pensiero di papa Roncalli e papa Montini e, da ultimo, le encicliche sociali di Giovanni Paolo IIe Benedetto XVI hanno rappresentato una forma di rilettura delle regole dell'economia ben più coraggiosa di quella effettuata da molti impigriti intellettuali di area cattolica). Il grande capitale italiano si è tutelato con patti di sindacato ed accordi di ferro, che hanno fatto diventare la Borsa italiana un luogo fin troppo tranquillo. Come è noto il patto di sindacato è una peculiarità italiana, sconosciuta nei paesi anglosassoni. E’ un accordo attraverso cui alcuni azionisti di una società mettono in pool le loro partecipazioni, in genere minoritarie, impegnandosi a rispettare le scelte prese a maggioranza all’interno del patto. La strategia vincente di Mediobanca è stata quella di entrare, sia pure con quote relativamente modeste, in tutti i maggiori patti di sindacato italiani, dalla Fiat alle Generali[22].

La forza bancaria di Mediobanca è stata quindi enorme. Il defunto sistema di potere  democristiano ha sostanzialmente accettato questo stato di fatto, mentre la cosiddetta  “finanza cattolica” si perdeva dietro oscure operazioni finanziarie. La presenza di questa area finanziaria, lungo gli anni della egemonia democristiana, ha finito per coincidere con l’avvento di riders che hanno cercato, forti dell’appoggio della nomenklatura politica nominalmente cattolica, di erodere spazi alla nomenklatura economica che si appoggiava a Mediobanca. La vocazione dorotea della DC aveva, nel suo grosso, d’altra parte accettato il regolamento di confini tra potere politico e potere economico (che ha potuto contare, quest’ultimo, sul sostegno dei grandi mezzi di comunicazione), per cui l’appoggio alla formazione di poli finanziari alternativi al potere di Mediobanca è venuto sempre da ambienti minoritari all’intero della defunta galassia democristiana.

I vari tentativi di attaccare la posizione dominante della cittadella della finanza cosiddetta laica (legata all’establishement finanziario internazionale, come la banca d’affari Lazard), si sono rivelati dei grandi insuccessi. Il machiavellismo di chi tentò quelle operazioni finanziarie (i vari Sindona, Calvi) ebbe l’effetto boomerang di distruggere (in senso non metaforico, entrambi sono morti in circostanze a dir poco misteriose) i loro ideatori[23]. Anche perché, per attaccare posizioni fortissime, finirono per allearsi con gli ambienti più oscuri, rompendo il patto non scritto negli ambienti finanziari che il denaro sporco si può utilizzare (lavato ad Hong Kong, Isole del Canale, Panama ecc, depositato quasi sempre nelle banche svizzere) purché perda nome e cognome. Per bruciare le tappe gli affaristi “cattolici” invece utilizzarono denaro con nome e cognome (Mafia e così via).

I protagonisti di quella pagina nera della cosiddetta “finanza cattolica” hanno provocato danni inimmaginabili ad ogni tentativo di creare un’alternativa all’egemonia bancario-finanziaria delle grandi famiglie.

Lo stesso Vaticano è stato più volte tirato in ballo riguardo al ruolo dello IOR. La Chiesa Cattolica, d’altra parte, ha al suo interno risorse spirituali e morali che fanno apparire questi episodi del tutto marginali rispetto alla sua presenza universale. Gli ultimi pontefici hanno spesso fatto comprendere come il patrimonio spirituale dei successori di Pietro sia ben altra cosa rispetto agli errori di percezione dell’economia di alcuni segmenti della gerarchia ecclesiastica. Papa Francesco ha più volte precisato la necessità di una riflessione sullo IOR: “Io non so come finirà lo IOR; alcuni dicono che, forse, è meglio che sia una banca, altri che sia un fondo di aiuto, altri dicono di chiuderlo. Mah! Si sentono queste voci. Io non so. Io mi fido del lavoro delle persone dello IOR, che stanno lavorando su questo, anche della Commissione. Il Presidente dello IOR rimane, lo stesso che era prima; invece il Direttore e il Vicedirettore hanno dato le dimissioni. Ma questo, io non saprei dirle come finirà questa storia, e questo è bello anche, perché si trova, si cerca; siamo umani, in questo; dobbiamo trovare il meglio. Ma, questo sì; ma le caratteristiche dello IOR – sia banca, sia fondo di aiuto, sia qualsiasi cosa sia - trasparenza e onestà. Questo dev’essere così”[24].

Questo breve excursus ci fa comprendere come la “durezza del cuore”, ovvero la propensione agli affari, in ogni modo e in ogni momento, ha spesso fatto perdere di vista le finalità etiche delle attività finanziarie e anche i cattolici, nelle banche come nelle imprese e nella finanza, si sono adeguati alla mentalità mondana.

3. Un’eticità da ricostruire

«Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, Gesù scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: ”Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”» (Gv. 2, 13-16). E’ il famoso brano dei venditori scacciati dal tempio. I commentatori del testo evidenziano un particolare degno di nota: i venditori fornivano ai pellegrini il denaro e le vittime richieste per le offerte; tuttavia, questo uso legittimo dava luogo ad abusi. E’ successo lo stesso nella cosiddetta “finanza cattolica”?

Si potrebbe provare a fare una rilettura della Caritas in veritate. Il punto di partenza sarebbe chiedersi quanto la logica del mercato, del profitto ad ogni costo tocchi i cattolici impegnati nel mondo economico e finanziario. Non sempre il loro agire è ispirato dai criteri evangelici di bene comune, giustizia, pace e tutela degli ultimi. Gli stessi rapporti con il potere politico spesso sono poco etici, forse perché attenti ad accordi preferenziali e a trattamenti di favore e privilegi economici. Riguardo al denaro (risorse interne, finanziamenti pubblici, sponsor per feste patronali, congressi, banche di ispirazione cristiana, finanziarie cattoliche, beni ecclesiastici) non sempre si opera un adeguato discernimento. Vale anche per i cattolici quanto il Papa ricorda chiaramente: «Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà»[25].

L’ampiezza e la delicatezza dei problemi impone a tutti il ritorno al discernimento serio e al confronto comunitario perché la testimonianza dei cattolici e dell’intera comunità ecclesiale non sia offuscata da singoli episodi poco evangelici. Le vicende del Movimento Cattolico conoscono tantissime pagine di impegno sociale e politico, come nella promozione del lavoro (cooperative, consorzi, imprese giovanili, volontariato organizzato, banche, ecc.). Storia ricchissima di luci come di ombre, storia che si ripete spesso nella sua vitale fecondità di fede e di carità, ma anche nella sua mancanza di coerenza e di legalità, di onestà e di correttezza.

Il tutto si potrebbe sinteticamente ridurre ad una domanda: i cattolici, singoli o organizzati che siano, quando promuovono cooperative e aziende di servizi e produzione sono coerenti con il loro credo e rispettosi delle leggi di questo Stato? Non so quantificare il no, ma per esperienza posso dire che le tentazioni (e le pratiche conseguenti) disoneste e deleterie sono tante.

Esse scaturiscono da diverse motivazioni fondamentali: una profonda frattura tra fede e vita, una visione morale ridotta all’esclusiva sfera familiare e sessuale, una visione di Chiesa non come sale e luce della terra (Mt. 5), ma come padrona di questa in termini di potere e di lavoro, uno scarsissimo senso della legalità e dello Stato, un attaccamento demoniaco al potere e al denaro, una pratica socio-politica machiavellica. Il tutto con conseguenze molto forti in termini di testimonianza cristiana: credenti che abbandonano, scandalizzati e disgustati, la pratica cristiana perché hanno scoperto nella Chiesa gli stessi errori e ambiguità tipici di altre realtà in crisi, come istituzioni politiche, partiti, aggregazioni varie.

Eppure la comunità cristiana voluta dal Suo fondatore e rinnovatasi nello spirito del Vaticano II non è assolutamente questa. Per cui, nello spirito della richiesta di perdono del 12 marzo 2000 e del rinnovamento ecclesiale, va detto, senza ipocrisia, che i cattolici che fanno affari spregiudicati e illegali in nome della fede e servendosi di essa e della comunità cristiana, non sono cattolici, perché sono i primi a dimostrare che tra Dio e il denaro hanno scelto il secondo. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt. 6, 24).

In coloro che esercitano il potere politico ed economico la tentazione dei vari idoli – potere, profitto, denaro - diventa doppiamente forte. Quella del denaro è prima di tutto un fattore naturale, cioè tentazione comune di attaccarsi ai beni materiali; in secondo luogo è rafforzata da un modo di concepire il potere e la politica, sganciati da qualsiasi riferimento etico, come insegna Machiavelli. In questa situazione di carenza etica il potere viene visto o in funzione di accrescimento e di conservazione di sé, oppure come mezzo per accrescere i propri interessi, per lo più materiali, sia personali che di gruppo. Sappiamo bene quanto la globalizzazione odierna è in maggior parte ispirata da criteri utilitaristici, che determinano spesso una politica ostaggio dei poteri economici forti. In questa situazione, non solo si commettono tante nefandezze, specie a danno dei poveri, ma si consolida una visione di potere, che trova la sua ragione di esistere solo nell’accrescere interessi economico-finanziari. Non a caso Giovanni Paolo II afferma che la brama esclusiva del profitto e, dall’altra, la sete del potere si ritrovano – nel panorama odierno  – indissolubilmente uniti, sia che predomini l’uno o l’altro[26].

Quando il magistero cattolico richiama il necessario passaggio dall’economia alla politica, lo fa in funzione di un recupero della politica, come luogo e strumento, con cui si armonizza e realizza il bene dei singoli come dei gruppi. Solo il ritorno alla politica che governa i processi economici può garantire le condizioni che permettono a tutti di crescere pienamente come persone e come società[27]. Nella visione cattolica il potere è sempre in funzione del bene comune e mai in vista dell’accrescimento dell’utilità. Del resto anche dove il profitto è legittimo, cioè nella corretta attività finanziaria, produttiva e commerciale, non può mai essere guadagno ad ogni costo, ma deve rispettare una gerarchia precisa: 1. lavoratore 2. lavoro 3. profitto[28]. L’approccio moderno è, invece, molto spesso basato su un diverso ordine: 1. profitto 2. lavoro 3. lavoratore. In esso l’attività economica ha un unico motore, la massimizzazione dell’utilità per cui la struttura dei bisogni viene appiattita su un unico bisogno, quello di utilità. ll sistema economico non è più concepito per il soddisfacimento dei vari bisogni umani, ma fondamentalmente per arricchirsi e questa mentalità pervade, corrompe e snatura diversi settori della comunità politica. Precisa Benedetto XVI: “L'esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”. E più avanti aggiunge: “L'attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica”[29].

Quasi due secoli fa Tocqueville aveva già individuato in questa brama di profitto la nuova forma, che il dispotismo poteva assume nelle democrazie: «Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel [nostro] mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancor una famiglia, si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte…»[30]. Non è solo la descrizione di una classe sociale statunitense di metà ottocento, è anche la fotografia di tantissimi uomini e donne contemporanei, che per una più grande, e sempre più grande, guadagno economico sono disposti a sacrificare tutto: se stessi, l’equilibrio psico-fisico, l’integrità morale, il proprio onore, le relazioni con parenti e amici. Don Milani direbbe che sono quei ragazzi, cui è stato insegnato solo a farsi strada[31].

4. La sfida della crisi

Il riferimento a questi elementi antropologici ed etici ci fa prendere sempre più coscienza di quanto sia difficile capire l’attuale crisi. I suoi diversi aspetti – economico, politico, sociale, istituzionale, etico, culturale – richiedono tempo e pazienza per essere compresi. La crisi impone uno sforzo intellettuale: bisogna iniziare a pensare l’economia in termini diversi. Il modello classico è in crisi: il mondo non può essere affidato alla logica del profitto ad ogni costo. La politica deve ritornare a governare, con giustizia ed efficacia, i processi economici. Tutto ciò che è alternativo e che è stato posto come segno (finanza etica, commercio equo e solidale, microcredito, cooperativismo, banche dei poveri), non va relegato nel campo dell’eccezione, ma porta con sé principi morali e indicazioni tecniche validissime per venir fuori dalla crisi.

Ci ha ricordato chiaramente Benedetto XVI: “Bisogna, poi, che la finanza in quanto tale, nelle necessariamente rinnovate strutture e modalità di funzionamento dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l'economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo. Tutta l'economia e tutta la finanza, non solo alcuni loro segmenti, devono, in quanto strumenti, essere utilizzati in modo etico così da creare le condizioni adeguate per lo sviluppo dell'uomo e dei popoli. È certamente utile, e in talune circostanze indispensabile, dar vita a iniziative finanziarie nelle quali la dimensione umanitaria sia dominante. Ciò, però, non deve far dimenticare che l'intero sistema finanziario deve essere finalizzato al sostegno di un vero sviluppo. Soprattutto, bisogna che l'intento di fare del bene non venga contrapposto a quello dell'effettiva capacità di produrre dei beni. Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività per non abusare di quegli strumenti sofisticati che possono servire per tradire i risparmiatori. Retta intenzione, trasparenza e ricerca dei buoni risultati sono compatibili e non devono mai essere disgiunti. Se l'amore è intelligente, sa trovare anche i modi per operare secondo una previdente e giusta convenienza, come indicano, in maniera significativa, molte esperienze nel campo della cooperazione di credito. Tanto una regolamentazione del settore tale da garantire i soggetti più deboli e impedire scandalose speculazioni, quanto la sperimentazione di nuove forme di finanza destinate a favorire progetti di sviluppo, sono esperienze positive che vanno approfondite ed incoraggiate, richiamando la stessa responsabilità del risparmiatore. Anche l'esperienza della microfinanza, che affonda le proprie radici nella riflessione e nelle opere degli umanisti civili — penso soprattutto alla nascita dei Monti di Pietà –, va rafforzata e messa a punto, soprattutto in questi momenti dove i problemi finanziari possono diventare drammatici per molti segmenti più vulnerabili della popolazione, che vanno tutelati dai rischi di usura o dalla disperazione. I soggetti più deboli vanno educati a difendersi dall'usura, così come i popoli poveri vanno educati a trarre reale vantaggio dal microcredito, scoraggiando in tal modo le forme di sfruttamento possibili in questi due campi. Poiché anche nei Paesi ricchi esistono nuove forme di povertà, la microfinanza può dare concreti aiuti per la creazione di iniziative e settori nuovi a favore dei ceti deboli della società anche in una fase di possibile impoverimento della società stessa” [32].

La crisi, inoltre, impone un cambio di stile di vita. Siamo onesti: la mentalità capitalistica ha preso un po’ tutti. Spesso viviamo al di sopra delle nostre possibilità, mentre il guadagno sembra il fine più importante, se non l’unico. Sobrietà, acquisti intelligenti, risparmio etico, solidarietà con gli ultimi sono indicazioni etiche che ci permettono di uscire dalla crisi, non solo proteggendo il nostro portafoglio, ma salvaguardando, soprattutto, la nostra interiorità dall’idolatria del denaro. Ancora Benedetto XVI nella Caritas in veritate: “Ciò richiama la società odierna a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, è incline all'edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti” [33].

Ci ha ricordato papa Francesco: “La crisi attuale non è solo economica e finanziaria, ma affonda le radici in una crisi etica e antropologica. Seguire gli idoli del potere, del profitto, del denaro, al di sopra del valore della persona umana, è diventato norma fondamentale di funzionamento e criterio decisivo di organizzazione. Ci si è dimenticati e ci si dimentica tuttora che al di sopra degli affari, della logica e dei parametri di mercato, c’è l’essere umano e c’è qualcosa che è dovuto all’uomo in quanto uomo, in virtù della sua dignità profonda: offrirgli la possibilità di vivere dignitosamente e di partecipare attivamente al bene comune”[34].

in I. SABBATELLI (a cura di), Banche ed etica, CEDAM, Torino. S. Giuliano M. 2013, pp. 109-128.


[1] L’autore è ordinario di Filosofia Politica della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma; insegna Etica della Pubblica Amministrazione presso la Scuola Superiore dell’Amministrazione del Ministero dell’Interno di Roma (www.rocda.it).

[2] Sull’argomento si vedano tutte le dichiarazioni magisteriali, a partire dalla condanna di INNOCENZO II nel Concilio Lateranense II (1139) fino all’attuale magistero papale; alcune riuscite sintesi quali: E. CHIAVACCI, Teologia morale, 2 voll., Assisi 1985, vol. I cap. 6; vol. II cap. XIV; la voce “usura”, con ricca bibliografia, nel Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale, curato da L. ROSSI e A. VALSECCHI, Cinisello Balsamo 1987;  la voce “prestito” in Schede Bibliche Pastorali, vol. VI, Bologna 1986; i volumetti curati dalla Fondazione Antiusura di Bari (Ed. Vivere In 1995-1997).

[3] ARISTOTELE, Politica, 1257b – 1258b.

[4] BASILIO IL GRANDE, Omelia contro gli usurai, 1.

[5] Cf. anche: Ger 15,10; Ez 18, 5-13 e 22, 12; Prov 28, 8; Sir 29, 1-3.

[6] Cf. T. NOONAM, La dottrina della Chiesa sull’usura e la contraccezione, Milano 1968.

[7] Summa Theologiae, II-II, q. 78.

[8] BENEDETTO XIV, Vix Pervenit (1745), Denz. 1475-1479. Sulla stessa linea si pone il Codice di Diritto Canonico del 1917 (disposizione scomparsa nell’attuale codice): «Si res fungibilis ita aliqui  detur ut eius fiat et postea tantundem in eodem genere restituatur, nihil lucri ratione ipsius contractus, percipi potest; sed in praestatione rei fungibilis non est illicitum de lucro legali pacisci, nisi constet ipsum esse immoderatum, aut etiam de lucro maiore, si iustus ac proportionatus titulus suffragetur» (Can. 1543).

[9] LEONE XII, Charitate Christiana (1825).

[10] BENEDETTO XIV, Vix, cit.

[11] Per esempio Cf. il famoso testo di PAVAN-ONOFRI, La dottrina sociale della Chiesa (Roma 1966), quando si riferisce all’interesse afferma solo che è legittimo, adducendo quattro classiche motivazioni, ma senza far riferimento alla problematica ad esso inerente (p. 202); così pure manuali quali J. HOFFNER, La dottrina sociale cristiana, Milano 1986; G. B. GUZZETTI, Cristianesimo ed Economia. Disegno teorico, Milano 1987, pp. 206-7.

[12] Cf. CHIAVACCI, Teologia, cit, vol I, pp. 94-97.

[13] BASILIO, Omelia, cit; cf. anche Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2424-2463.

[14] Inferno, 109-111.

[15] BASILIO, Omelia contro gli usurai, cit, 4.

[16] Cf. V. CASTRONOVO, L'industria italiana dall'ottocento ad oggi, Milano 1980; E.-W. Böckenförde – G. BAZOLI, Chiesa e capitalismo, Brescia 2010.

[17] Cf. TRANIELLO F. - CAMPANINI G., Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, 3 vv., Casale Monferrato 1981-1984..

[18] Cf. A. CONFALONIERI, Banca e industria in Italia (1814-1906). III La Banca Commerciale, Bologna 1980.

[19] Cf. G. LA BELLA, L'Iri nel dopoguerra, Roma 1983; G. INVITTO, Le idee di Felice Balbo, Bologna 1979.

[20] Cf. D. SERRANI, Lo Stato finanziatore, Milano 1989; G. AMATO, Il governo dell'industria in Italia, Bologna 1972.

[21] Cf. A. FRIEDMAN, Tutto in famiglia, Milano 1988; sulla differenza tra modello anglosassone e cosiddetto modello “renano” di capitalismo Cf. M. ALBERT, Capitalismo contro capitalismo, Bologna 1983.

[22] Cf. F. GRASSINI (a cura di), Le banche e il capitale di rischio: speranze o illusioni?, Bologna 1984; F. BARCA, Imprese in cerca di padroni, Roma-Bari 1996 (II ed).

[23] Cf. R. CORNWELL, Il banchiere di Dio. Roberto Calvi, Roma-Bari 1984.

[24] FRANCESCO, Conferenza stampa in volo, 28 luglio 2013 in www.vatican.va [consultato il 30.8.2013].

[25] BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, Roma 2009, n. 21.

[26] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo rei socialis, 1987, n. 37; BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 2009, n. 21.

[27] Cf. CONCILIO VATICANO II, Gaudium et Spes, 1965, capp. III-IV; PAOLO VI, Octogesima adveniens, 1971, n. 46; BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 2009, nn. 21.36;

[28] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Laborem exercens, 1981, nn. 6-7; Centesimus annus, 1991, n. 35; BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 2009, nn. 21.36.

[29] BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 2009, nn. 21. 36.

[30] A. de TOCQUEVILLE, De la démocratie en Amérique, 1835-1840 ; trad. it. La democrazia in America, Rizzoli, Milano 1999, pp. 732-733.

[31] SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, LEF, Firenze 1985, p. 14.

[32] BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 2009, n. 65.

[33] BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 2009, n. 51.

[34] FRANCESCO, Discorso del 25 maggio 2013 in www.vatican.va [consultato il 30.8.2013].

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