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Il Brasile in crisi, di Filipe Domingues

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 20/06/2016 12:52
Un'analisi precisa e motivata della situazione politica in Brasile...

 

Fino a poco fa i brasiliani pensavano di avere, insieme agli Stati Uniti, una delle democrazie più solide dell’America. Invece, adesso vediamo il contrario. Abbiamo una crisi istituzionale. Descriverla è un compito quasi impossibile, data la sua grande complessità.

 

Le cose cambiano in Brasile quasi ogni giorno, con rivelazioni sulla Operazione Lava-Jato (autolavaggio), il più grande scandalo di corruzione della nostra storia. Si pensa che ammonti a 2,6 miliardi di euro in concussioni e lavaggio di denaro da parte di politici di tutti i principali partiti. Vi scrivo sulla base di una situazione fortemente in evoluzione, anche in questo preciso momento.

 

Nonostante eletta dai brasiliani per un secondo mandato di quattro anni, iniziato il 1 gennaio 2015, la presidente Dilma Rousseff non è più in carica. È stata sospesa dal Senato per 180 giorni, il 12 maggio del 2016, mentre esso sta analizzando un processo di impedimento del suo mandato. Da allora, governa il suo vice-presidente, Michel Temer, che è il presidente ad interim. Se confermato l’impeachment, diventerà lui il capo dell’Esecutivo per tre anni.

 

L’impeachment è la punizione più alta per un presidente. Secondo la Costituzione brasiliana, si applica soltanto ai cosiddetti “crimini di responsabilità”, cioè quando il presidente rompe il giuramento fatto all’inizio del suo mandato. Purtroppo, non è la prima volta che accade: nel 1992, Fernando Collor de Mello dovette uscire, accusato di corruzione, evasione fiscale ed esportazione di valuta.

 

Dilma è accusata di violare la legge del bilancio, usando banche statali per finanziare il deficit pubblico. In Brasile, la strategia di “imbellettare” i conti viene chiamata “pedalate fiscali”. In effetti, Dilma lo ha fatto in modo ampio e sistematico. Ma lo hanno fatto altresì i suoi predecessori, in proporzioni minori. Siamo un paese in cui la incorrettezza contabile è frequente nei governi, aziende, partiti, chiese e organizzazioni.

 

Ovviamente, ciò non giustifica la cattiva pratica. Dilma dovrebbe rispondere amministrativamente, ma anche i presidenti precedenti – e il suo vice, Temer, che lo ha firmato da presidente in esercizio, in certi momenti in cui lei era fuori paese.

 

Ciò mostra come il vero problema non sia questo. Nonostante Dilma venga accusata di irresponsabilità fiscale, i discorsi dei deputati e senatori che hanno aperto il processo di impeachment dimostrano uno scontento puramente politico. In pratica, quello che succede è l’applicazione, a un sistema presidenzialista, di uno strumento previsto nel parlamentarismo. Cioè il scioglimento di un governo che non ha più l’appoggio del Parlamento.

 

Quasi tutto il Parlamento non accetta o sostiene la presidente, per il suo modo di governare, la sua bassa popolarità, le sue decisioni. L’ispiratore di questo movimento d’opposizione è il deputato Eduardo Cunha, presidente della Camera, anche lui allontanato dall’incarico con diverse accuse, come di aver ricevuto almeno 10 milioni di euro in concussioni. Lui stesso ha aperto il processo di impeachment, dopo il fallimento di un accordo con il governo Dilma per sopprimere le investigazioni contro di sé. Inoltre, ha guidato l’uscita del suo partito dalla coalizione di governo.

 

È anche vero che Dilma ha sbagliato. Non ha dialogato con la base elettorale né con la società; non ha gestito l’economia con gli stessi parametri dei predecessori Luiz Inácio Lula da Silva e Fernando Henrique Cardoso; ha indebollito la politica estera; ha perso l’appoggio popolare. D’altra parte, ha promosso significativamente la distribuizione di redito, che permette ai più poveri di avere più opportunità.

 

Ulteriormente, registrazioni telefoniche mostrano che oppositori, alcuni facenti parte del governo Temer, sono scontenti con la Lava-Jato, che arriva a loro stessi o a loro colleghi. Sotto Dilma, giudici e polizia hanno trovato grande libertà per combattere la corruzione, ciò che non sempre accadeva in passato.

 

Per questi motivi, Dilma afferma che è stata vittima di un “colpo di stato”. Alcuni brasiliani la diffendono e cercano di aiutarla a tornare al potere. Ma sembra che la maggioranza la voglia fuori. Essi sostengono la sua caduta senza condizionamenti: “Bisogna cambiare”, dicono. Altri ancora credono che la strategia sia stata sporca – usare l’impeachment per motivi di mancato gradimento politico – ma è legale.

 

Comunque sia, la democrazia esce indebolita. Nessun governo è fatto soltanto di aspetti positivi o negativi. La politica è molto più complessa della polarizzazione, specie mediatica, tanto frequente nei giorni odierni, in tutto il mondo.

 

Due problemi centrali ci hanno portati qui: primo, la crisi economica e, secondo, la corruzione. La crisi è una somma di fattori internazionali e di errori del governo Dilma. La disoccupazione viaggia sul 10%. Oltre 10 milioni di brasiliani non hanno lavoro. La contrazione dell’attività può superare l’8% nel 2016. Tutti questi numeri erano previsibili da molto e poco è stato fatto – anche perché lei non aveva più appoggio del Parlamento per adottare le politiche necessarie. Qualsiasi nuovo governo dovrà rilanciare l’economia, o rischierà di fare la stessa fine di Rousseff.

 

Sulla corruzione, abbiamo bisogno di libertà per investigare e punire. Qualsiasi governo che impedisce di debellare la corruzione non può che non essere messo in questione. Papa Francesco dice, nella Bolla di Indizione del Giubileo della Misericordia, che “la corruzione impedisce di guardare al futuro con speranza, perché con la sua prepotenza e avidità distrugge i progetti dei deboli e schiaccia i più poveri”.

È proprio così. E continua: “Corruptio optimi pessima, diceva con ragione san Gregorio Magno, per indicare che nessuno può sentirsi immune da questa tentazione. Per debellarla dalla vita personale e sociale sono necessarie prudenza, vigilanza, lealtà, trasparenza, unite al coraggio della denuncia. Se non la si combatte apertamente, presto o tardi rende complici e distrugge l'esistenza.” Dei semplici cittadini come dei governanti e dei responsabili di ogni istituzione.

 

[giornalista brasiliano, corrispondente dall'Italia, Roma]

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