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I primi della classe nella sanità, di A. Donatella Rega

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 30/05/2020 23:07
tra la categoria dell’apparire e quella dell’essere ce n’è un’altra: quella dei primi della classe, anche nella sanità

 

Tra la categoria dell’apparire e quella dell’essere ce n’è un’altra: quella dei primi della classe dell’era post berlusconiana. Essi non appaiono e non sono. Nel silenzio totale di una società anestetizzata dai social, dai consumi e dagli show elettorali dei populisti-sovranisti, fanno carriera portando il fiore all’occhiello del risparmio della spesa pubblica. 

Nella sostanza dirigono, perché di dirigenti si tratta, strutture pubbliche progressivamente depauperate di risorse umane e materiali e gestiscono casse economali sempre più risicate ed inutilizzabili. Questi dirigenti raggiungono ogni anno gli “obiettivi” aziendali sempre più mirati al risparmio ed ottengono le conseguenti remunerazioni premianti ma, a ben guardare i loro uffici, i loro poliambulatori, le loro attrezzature, i loro edifici, si potrebbe ben dire che dirigono navi che stanno per affondare: attrezzature obsolete e spesso malfunzionanti che rendono gli specialisti simili a bravissimi indovini, ambulatori fatiscenti ed insicuri, personale che svolge il lavoro sempre più sotto pressione perché ognuno lavora per tre, servizi sempre più risicati o esternalizzati, liste di attesa sempre più lunghe. Tutto virtuosismo. Come se un musicista suonasse un violino con una corda sola e ricevesse applausi scroscianti anche prendendo solo stecche. Ed i migliori sono quelli che tacciono, non chiedono con troppa insistenza che le loro risorse siano rimpinguate, si accontentano di non ricevere risposta quando avanzano richieste (e magari le fanno solo per difendersi da eventuali denunce), infatti in genere sono questi ad essere promossi ed a fare carriera.

Ma di grazia, se facciamo fare carriera a chi tace e si accontenta di situazioni ai limiti dello scompenso, quale sanità, ditemi, avremo fra qualche tempo? Perché di sanità parliamo.

Non avremo più niente, oppure guarderemo dal pelo dell’acqua ad un’Atlantide sepolta in fondo al mare.  Ma osservando adesso il vantaggio che ne acquisiscono i privati, siamo proprio sicuri che consegnando tutto nelle loro mani, nelle mani di chi sulla sanità vuol fare affari, saremo meglio difesi e garantiti dallo Stato? Cioè da chi promulga norme che favoriscono sempre più il privato nel nome del risparmio della spesa pubblica? O piuttosto non è anche questo un grande nonsense? Uno Stato che ci tradisce, che tradisce se stesso, perché lo Stato siamo noi. 

Abbiamo vissuto un’epoca in cui progressivamente alcune parole hanno perso significato: dignità, cuore, sentimenti, giustizia, valore, diritto. Hanno invece acquisito sempre più senso ed importanza le parole: odio, indifferenza, share, acquisti, mercati, efficienza, malasanità. 

In favore di cosa? In favore di chi? Perché? Cosa ci è successo?

Sarebbe il caso di cominciare a chiederselo. E cominciare a non considerare più primi della classe certi insignificanti figuri che mettono insieme quattro patate lesse nel piatto e lo chiamano pranzo di nozze a dieci portate e ne parlano ai congressi e alle inaugurazioni sapendo bene che la loro nave sta prendendo acqua e che presto affonderà anche col loro attivo contributo.

Tutto ciò potrà fermarsi solo se torneremo in noi stessi e cominceremo a distinguere ciò che appare da ciò che è, ed a riconoscere ciò che non appare e non è. 

[medico, redattrice e socia CuF, Monopoli, Bari]

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