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I cattolici italiani in cerca di autore, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 03/10/2018 15:14
Il dibattito su cattolici e politica non ha mai fine per diversi motivi: la ricerca di autentica testimonianza, la collocazione partitica, il rapporto con la comunità e i pastori...
I cattolici italiani in cerca di autore, di Rocco D'Ambrosio

cattolici e politica oggi

 

Forse non si smette mai di pensare al ruolo dei cattolici in politica. A volte sono gli eventi che incalzano (il nefasto berlusconismo e le sue conseguenze, la crisi economica), a volte è la tentazione di ritornare al passato e ripresentare la DC (in genere quella peggiore) in nuova salsa. A volte è solamente il desiderio di rispondere all’Apostolo: “non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12, 2).

 

Non ho molti dubbi sul fatto che il ricostituire la DC rappresenta l’aspetto più insidioso di questo momento storico. In parte gli incontri di Todi (tra i vertici CEI e associazioni quali ACI, ACLI, CISL, MCL, Confcooperative, Coldiretti, Compagnia delle Opere ecc.) hanno fugato questo pericolo, in parte no. I meriti degli incontri sono stati diversi: la volontà di riunirsi, il desiderio di aiutare il Paese a venir fuori dalla crisi, l’intento di costruire, animati dalla fede cristiana, nuovi percorsi di rinnovamento civile e di rappresentanza politica. Affianco ai meriti alcune perplessità sono rimaste. E con esse la famosa domanda: è opportuno rifare la DC, anche se chiamata in diverso modo? Gli organizzatori hanno immediatamente smentito l’intento di rifondare-riproporre l’esperienza e il metodo della Democrazia Cristiana. Tuttavia il serpeggiare della domanda dimostra come, in questi ultimi anni, nel dibattito su cattolici e politica in Italia, il riferimento più costante sia sempre stato all’appartenenza, cioè a quale partito oggi sia più fedele ai principi cattolici, tanto da essere sostenuto e votato. Questa situazione culturale e politica ha una peculiarità tutta italiana: fino a quando è esistita la Democrazia Cristiana i cattolici italiani, fatta eccezione per alcune qualificate minoranze, raramente si sono interrogati sulla loro appartenenza politica. La fine della DC non è stata accettata come un evento storico irreversibile, causato da una molteplicità di fattori, su cui solo pochi hanno offerto chiari e profetiche analisi, per lo più trascurate: penso ai contributi di Aldo Moro (specie nelle lettere dalla prigionia), Pietro Scoppola, Raniero La Valle e altri. Al contrario si è verificato che, invece di accettare il dato e di pensare a forme e strategie nuove, in diversi laici e pastori italiani sembra che si sia accresciuta la voglia di DC, magari promuovendo anche un ceto politico cattolico, che Sturzo aveva ben stigmatizzato: «Uno dei più gravi ostacoli è l'opinione che hanno di se certi cattolici: essi, cioè, formano un'elite destinata a guidare, a dirigere, a comandare la massa degli elettori cattolici. Una specie di diritto divino che dai monarchici dell'ancien regime è passato sulle loro teste. Essi tendono, in ogni paese cattolico, ad accordarsi circa gli interessi della Chiesa e poi per il resto (vita economica, sociale e politica dello Stato) a mettersi con le destre più o meno reazionarie, con i nazionalisti, con i filo‑fascisti. Così essi divengono intermediari nati fra la Chiesa e il potere politico e fra questo e le masse cattoliche dei lavoratori».

 

La fine della DC e l’impossibilità storica e culturale di riproporla (anche se dovesse rivestire i panni di un presunto nuovo Partito Popolare, in stile spagnolo) non vanno salutate come una disgrazia ma come un evento propizio per i cattolici italiani di inserirsi in modo maturo nel solco conciliare. Ovviamente questo discorso non comporta un giudizio completamente negativo sulla storia della DC. Essa, come ogni fenomeno umano e politico, presenta luci ed ombre, meriti e demeriti, vizi e virtù che qui lascio ad altri riflessioni e contesti. Per l’oggi credo sia conveniente riprendere i due capisaldi conciliari. Il primo: «La Chiesa, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico» (GS, 76). L’affermazione conciliare pone fine a qualsiasi collateralismo fra comunità cristiana e partiti politici – nuova o vecchia DC che sia  – proprio perché presenta con chiarezza l’autonomia della sfera temporale da quella religiosa, restituendo alla comunità cristiana il suo proprio ruolo di profezia e coscienza critica, il suo evangelico servizio nei confronti dei detentori del potere e dell’intera comunità civile. Quindi nessun pastore, come nessun fedele laico, singolarmente o in gruppo, può esprimere una posizione netta a favore di una parte politica, coinvolgendo, a diverso titolo, l’intera comunità cattolica. In altri termini i pastori sono tenuti alla equivicinanza a tutti i soggetti politici di ispirazione cristiana. Infatti scrive ancora il Concilio: «È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori» (GS, 76). Il secondo capisaldo è riferito all’invito magisteriale, rivolto ai laici cristiani, a impegnarsi in politica. Esso non contiene in sé un’indicazione di schieramento e/o di partito, ma solo riferimenti etici generali. «Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi», scriverà Paolo VI nel 1971 (OA, 52). L’affermazione sintetica di papa Montini si comprende più pienamente se si ritorna ad approfondire l’insegnamento del Vaticano II e, in materia di impegno politico, i suoi  punti fondamentali espressi nella Gaudium et spes. In generale il magistero si limita a ricordare, a chi si impegna in politica, solo le esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili nell’azione politica, che sono il rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia, la tutela dei diritti dell’embrione umano, la tutela e promozione della famiglia, l’impegno per la libertà di educazione, per la tutela sociale dei minori, per la liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù e per il diritto alla libertà religiosa, lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà e per la promozione della pace. Questi principi morali – continua il documento - non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, consegue che l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità (Congr. Dottrina Fede, 2002).

 

La fedeltà ai principi non porta – come ritiene qualcuno – alla creazione di un partito trasversale di cattolici (o lobby o schieramento latente) ma piuttosto mira alla sintonia e all’unità dei cattolici su questioni che non possono essere poste ai voti, ma richiedono una fedeltà che prescinde da partiti e progetti politici. Tutto ciò è in linea con quanto Benedetto XVI ha ben evidenziato nella sua ultima enciclica: “nei settori economico, finanziario e politico, necessitiamo di una classe dirigente retta, che viva fortemente nella coscienza l'appello del bene comune. Condizione che non è possibile realizzare senza la preparazione professionale e la coerenza morale (CV, 71).

 

Se i cattolici, stando al magistero sociale, possono impegnarsi in tutte le formazioni politiche, fatti salvi alcuni già elencati principi morali, il loro “autore” di riferimento non può essere una nuova DC ma la propria coscienza cristiana, matura e responsabile. In quest’ottica le domande cogenti diventano: i cattolici impegnati nei diversi partiti e movimenti politici sono coerenti con la loro fede cristiana, assumono atteggiamenti profetici, vivono il loro impegno come testimoni del Regno di giustizia e di pace? Scrivo nei giorni del governo Monti e dei tagli di spesa, finora, non ho ascoltato dichairazioni di cattolici, a destra come a sinistra, che si impegnano a ridurre compensi, vitalizi e privilegi dei parlamentari. Ovviamente non si intende proporre qui l’analisi della coscienza altrui, magari scadendo in forme offensive e lesive della dignità e della riservatezza personali, quanto porre un problema di tipo comunitario. La comunità cristiana ha il diritto-dovere di formare, verificare e promuovere tutte quelle iniziative che aiutino i fedeli laici a essere coerenti con il Vangelo che professano, in politica come in tutti gli ambienti della vita umana. Partendo da temi scottanti quali il denaro (e la cultura che lo idolatra), la corruzione, l’illegalità, l’ignoranza, l’immoralità pubblica e privata e così via.

 

Le comunità cristiane, specie gli organismi diocesani, hanno il dovere di promuovere incontri di formazione e di confronto per tutti – nessuno escluso - i cattolici impegnati in politica. Credo che bastino questi elementi a far comprendere come il problema sia quello della coerenza, più che dell’appartenenza e delle sue vecchie o nuove forme partitiche. «E' il lavoro in profondità – scriveva Sturzo - che occorre: l'organizzazione della gioventù e delle masse; le opere sociali di credito e di previdenza; i sindacati operai e le leghe professionali, la cultura religiosa e civile; la formazione del carattere e la lealtà del tratto con tutti, amici e avversari; lo sviluppo della stampa e delle biblioteche popolari; la preparazione civile di buoni amministratori, consiglieri e deputati». Non abbiamo bisogno, quindi, di una nuova DC, né di nuove formazioni politiche - del resto l’Italia ha fin troppi partiti – che si ispirino al Cristianesimo. Abbiamo solo bisogno di donne e uomini coerenti con la loro fede, che testimonino il Vangelo nei tanti e difficili campi umani. Senza corsie preferenziali per nessuno: non esistono cattolici che sono più degni di interloquire con i pastori, a motivo dello schieramento in cui militano. «In verità – afferma l’apostolo Pietro - comprendo che Dio non ha riguardi personali; ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito» (At 10, 34-35).

 

Da ultimo, ma non meno importante. I politici cattolici, a mio modesto avviso, dovrebbero riprendere, con serietà e competenza la lezione di Luigi Sturzo. Ovviamente non mi riferisco a quell’utilizzo strumentale e sloganistico del pensiero di Sturzo (fino a comprare la sede dove fu pensato il suo PPI per insediarvi una formazione politica, il PdL, che è la negazione del suo pensiero!). Penso, invece a studio serio e dialogo continuo su contenuti e strategie ancora valide per il cattolicesimo politico italiano. In sintesi credo che la dottrina politica di Sturzo sia una delle più coerenti e possenti traduzioni politiche del pensiero cristiano. Con ciò non voglio certamente negare i due capisaldi affermati prima: a) libertà dei cattolici di impegnarsi in tutte le formazioni politche, fatta salva la fedeltà ai principi esposti; b) inopportunità di una nuova DC. Voglio solo ribadire la ricchezza del suo pensiero, che non porta oggigiorno a soluzioni partitiche e strategiche, ma aiuta a fecondare nel profondo l’impegno dei cattolici. In particolare sarebbero da ristudiare temi sturziani quali: la formazione morale e tecnica, la società civile e lo Stato, la laicità dello Stato, il pluralismo sociale e partitico (anche cattolico), la libertà e la democrazia, l’autonomia dei cattolici dalla gerarchia ecclesiastica, la concezione di federalismo e di politiche sociali, l’idea di Europa. «Una corrente politica – affermava Sturzo nel 1920 - non si impone solo con le opere, che spesso determinano contrasti personali e diffidenze rese vive dall'egoismo umano; ma con la formazione di un pensiero che diviene convinzione, che genera discussione, che occupa il campo della cultura, che supera le barriere dell'università e che crea una propria letteratura».

[l'autore è docente di filosofia politica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma (www.rocda.it) e animatore delle scuole di politica dell’associazione “Cercasi un fine”; un approfondimento del tema lo si trova in R. D'AMBROSIO, Non come Pilato. cattolici e politica nell'era di Francesco, la meridiana-Cercasi un fine].

 

 


Azioni sul documento
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selton
selton :
05/09/2012 11:34
approndimento molto bello ...da meditare!
direttore
direttore :
05/09/2012 22:31
grazie di cuore, rda
Giuseppe A. ROMEO
Giuseppe A. ROMEO :
05/09/2012 23:54
Si Don Rocco. Molto attuale, credo, la nota di Don Sturzo. I tempi sono cambiati. Non è tempo per una nuova "balena bianca". La Società ha bisogno di agili forme di partecipazione e di cittadinanza attiva. Il vero tema è saper tradurre le istanze attraverso gli UOMINI. Ve ne sono di adatti. Pochi, forse nell'ombra o non sufficientemente suffragati. Ma anzichè dolercene cominciamo ad intercettare bisogni ed esigenze della gente e, correlativamente, vantaggi e benefici della RAPPRESENTANZA, per la realizzazione del BENE COMUNE. Ahimè...come si sa, le idee camminano sulle gambe degli uomini.Che il Signore buono e misericordioso ci aiuti nelle scelte. Monti o non Monti, occorre rifondare la rappresentanza e la rappresntatività. Il cattolico puo' stare dovunque e deliberare con coscienza aderente. Un fatto gli è: che i cattolici hanno bisogno di RITROVARSI, RIUNIRSI, COSTRUIRE e PROGETTARE INSIEME. "Ut Unum Sint"...ma non per forza con una nuova balena bianca.
direttore
direttore :
06/09/2012 09:04
E per questo abbiamo bisogno tanto, di studiare, testimoniare e pregare per uan nuova presenza di cattolici in Italia. Che Dio ci aiuti!
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