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Generazione e rigenerazione, umana e urbana, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 12/02/2021 09:40
Partendo dalla lettura del brano della Genesi sulla creazione dell'essere umano, cerchiamo di tracciare prospettive nuove per un'etica delle generazioni e delle rigenerazioni, in grado di riallacciare i fili dell'umano con l'urbano.

Nei primi capitoli del Libro della Genesi si racconta della creazione dell’essere umano. Non si parla, come ben sappiamo, dell’uomo in quanto maschio, ma di una specie di androgino, di una creatura umana primordiale che fa riferimento alla terra. Enzo Bianchi, nel suo libro Adamo, dove sei?, evita di chiamarlo uomo ma preferisce utilizzare il termine Terrestre, in quanto è tratto dalla terra. L’idea che ci vuole dare Genesi, infatti, della creazione dell’essere umano è proprio quella dell’essere tratto dalla terra. Infatti, la creazione del Terrestre si inserisce in questo duplice legame fra la provenienza dalla terra e l’immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26-28). Tratti dalla terra e formati ad immagine del divino, questa sarebbe la natura umana, secondo l’autore del Libro. E se da una parte questa è la natura umana, dall’altra parte, la condizione umana è quella di essere a immagine e somiglianza di Dio, in una tensione per cui facciamo i conti con la nostra natura terrestre e tendiamo verso un oltre che per cui la terrestrità non ci basta. Questo ci mette in cammino, dunque, da un origine a qualcosa che è originale, dall’originante di noi a ciò che è proprio di noi, della nostra unicità. In questa dialettica fra originale e originante, in questo equilibrio osmotico fra l’uno e l’altro si gioca la generazione e la rigenerazione. Dove per generazione intendiamo la ricerca dell’origine, di ciò che è prima di noi e da cui noi stessi proveniamo. Invece, per rigenerazione intendiamo la ricerca di ciò che ci è proprio, di ciò che ci appartiene nel senso più profondo, che è parte di noi. Per questo motivo, dunque, se generazione non significa solo essere nati da una coppia, la rigenerazione non significa solo tenersi ciò che abbiamo o accettarsi per quello che siamo. Generazione è l’essere immessi e immersi in una storia, coscienza che il mondo non inizia con noi ma di essere, in qualche maniera, esseri storici e storicizzati. Generare è, prima di tutto, un essere generati, il riconoscersi dentro una storia e una cultura per quanto giusta o sbagliata possa essere. Remo Bodei scrive:

Tenuto conto del fatto che l’idea di “evento” condiviso da una data generazione non deve necessariamente includere solo le vicende di riconosciuta rilevanza pubblica e che per gli individui contano molto, evidentemente, anche le vicende private e il tasso della loro adesione o distanziamento dagli accadimenti del proprio tempo, si può dire, con buona approssimazione, che una generazione è rappresentata non solo da coloro che, entro una certa fascia di età, hanno vissuto una guerra, una rivoluzione, la nascita o il crollo di un regime, determinati eventi traumatici o gioiosi, ma anche da quanti hanno in comune gli anni in cui campeggiavano personaggi famosi e in cui erano in voga determinate canzoni o particolari modi di dire. Anche il linguaggio, infatti, principale veicolo di socializzazione, muta con le generazioni e con la loro capacità di comprendere al volo certi riferimenti.[1]

Ed è da questo riconoscimento che nasce la rigenerazione, ovvero la consapevolezza di prendere per mano ciò che si è e trasportarlo oltre, verso una tensione divina alla somiglianza con Dio. In altre parole, rigenerarsi, non significa solo entrare in un processo di accettazione della propria natura umana o della propria condizione, anche perché molti inseriscono nella natura umana ciò che pretendono di trovare, come ricordava Hume. Nella simbolica della rigenerazione, infatti, più che una accoglienza o accettazione di se o di chi si è, abbiamo a che vedere con la purificazione, con il togliere ciò che non si è, ciò che non appartiene a noi, per renderci noi stessi, per ritornare a chi siamo. Ora, se la simbolica della rigenerazione riguarda proprio questo processo di ritorno a sé stessi, oltre la consapevolezza di ciò che si è, allora se iniziassimo a riflettere in questo modo sulla rigenerazione urbana, cosa accadrebbe? Se guardassimo, in parallelo, la dialettica fra generazione e rigenerazione umana e urbana, cosa ne verrebbe fuori? Le possibilità di risposta sono tante ma, forse, l’unica risposta è che per attuare un vero percorso di rigenerazione urbana occorre chiederci che tipo di città per che tipo di essere umano vogliamo costruire. Perché senza un sostrato di terrestrità umana, sarà difficile costruire una terrestrità urbana. Per quanto riguarda il fenomeno sociale di questa connessione fra rigenerazione umana e rigenerazione urbana, Angela Barbanente ha scritto:

Negli ultimi anni si sono sviluppate, anche in Italia, numerose iniziative che rivelano un nuovo protagonismo di organizzazioni e gruppi sociali nella trasformazione di parti di città e territori. Si possono osservare nelle grandi concentrazioni insediative come in territori esclusi dalle traiettorie di più intenso sviluppo dell’urbanizzazione contemporanea. Coinvolgono singoli edifici e aree estese, cinema e teatri, fabbriche e caserme dismesse, terreni incolti, aree urbane, periurbane e rurali, immobili abbandonati spesso in attesa di trasformazione urbanistica, beni confiscati alle organizzazioni criminali. Sono diverse per origine e motivazione: possono essere promosse da una cittadinanza attiva radicalmente critica verso le forme dominanti di produzione e consumo, infrastrutturazione e urbanizzazione, o possono emergere da istanze di riconoscimento di diritti negati o di soddisfacimento di specifici bisogni. In molti casi, sperimentano nuovi modi di riappropriazione dei propri ambienti di vita da parte degli abitanti e di produzione e riproduzione della vita sociale. Azioni di resistenza e contrasto a dinamiche di trasformazione del territorio basate su logiche di efficienza e competitività, foriere allo stesso tempo di effetti omologanti sui paesaggi e di crescita delle disuguaglianze socio-spaziali, spesso evolvono in pratiche che dimostrano la possibilità di modi alternativi di produzione del territorio, creando nuove economie che si sottraggono alle logiche di mercato e contribuiscono alla cura e valorizzazione di territori e paesaggi, trasformandoli in fattori di produzione di ricchezza durevole per la società locale.[2]

Senza riconoscere un luogo come appartenente alla nostra esistenza di uomini e donne di questa terra, sarà difficile costruire città a misura di terrestri, come sarà difficile innescare processi di rigenerazione che aprano l’orizzonte ad un oltre che potrebbe essere anche il chi verrà dopo di noi, l’orizzonte che lasceremo in eredità ai nostri figli e figlie. Ecco, allora, per quale umanità oggi occorre lottare, per una umanità che rigenerando la città rigenera se stessa, lasciando alle prossime generazioni l’alto compito di pensare in modo differente, di ricordarsi sempre e comunque, che siamo umani. 

[diacono, redattore CUF]



[1] R. Bodei, Generazioni. Età della vita, età delle cose, Laterza, Bari 2014, p. 50-51.

[2] A. Barbanente, Democrazia in azione e governo del territorio: divergenze e connessioni possibili, “Scienze del territorio”, 8/2020, p. 20-21.

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