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Fatti non fummo per viver come bruti, di Giuseppe A. Romeo

creato da garconsulting@alice.it — ultima modifica 11/02/2013 09:31
La cultura è un bene comune da difendere e da promuovere in una società smarrita e disorientata, frammentata e divisa, schiava dei sondaggi e del marketing evoluto...

 

Il lemma “Cultura” rimanda la nostra riflessione anzitutto all’etimo. Com’è noto “Cultura” deriva da colere, pp. cultus e significa “coltivare, attendere con cura”.

Riferito all’Uomo, il lemma significa “Istruzione”, “Buona Educazione”e, parlando di Nazione, significa “Civiltà”.

 

Ricordo negli anni del Triennio del mio Liceo Scientifico lo Studio della Lingua Francesce; oltre alla “Grammaire” ed alla “Litterature”, la nostra Professoressa  ci elargiva in due ore settimanali la “civilisation française et les cultures francophones”. E qui, come si legge, il lemma – anche se al plurale- ritorna nelle “Culture Francofone”.

 

Ma allora cos’è e cosa significa questa benedetta parola “Cultura”? Qual è la sua portata nella storia personale di ognuno di noi? E nel cammino dell’Umanità? E, soprattutto,possiamo farne a meno? Ancora: è vero che la cultura coincide con l’Istruzione e che la sede propria della Cultura è nella” Formazione Scolastica”?E, in ultimo….a cosa serve la Cultura?

 

Dante Alighieri, nel XXVI Canto dell’Inferno, mette in bocca ad Ulisse queste parole: "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti,ma per seguir virtute e conoscenza." Parliamo di quasi 8 secoli or sono…

 

Nell’A.D. 2008 in una Banca di Credito Cooperativo della nostra Puglia, un Direttore Generale faceva scrivere -con grosse lettere in lega di Alluminio- questa frase nella Sala Centrale della sportelleria della SEDE e Direzione Generale di questa Banca, tra la sorpresa generale di Dipendenti, Clienti, Quadri Direttivi e Consulenti di Direzione.

 

Per dirla con Dante “chi vive come bruto”, e per parafrasare, potrebbe essere ad esempio colui che-simile ad una bestia- semplicemente si procaccia il cibo necessario alla propria sopravvivenza ed il tetto. E, oltre questo, potrebbe significare che l’Uomo-Bruto non è mosso da nessuna spinta ideale e, ancora, non vive in relazione e “scambio” con gli altri. Molto piu’ elementarmente “Bruto” potrebbe essere semplicemente “chi non coltiva sé,il proprio spirito, la propria anima”e non ha nessuna tensione ideale.

Una cosa è, tuttavia, certa ed oggettiva  nella frase dal” Sommo”, messa non a caso in bocca ad Ulisse: il Bruto” NON SEGUE VIRTUTE E CONOSCENZA”.

 

Al di là di ogni possibile interpretazione, infatti, per rimanere fedeli ed aderenti al testo, questa deduzione semplice la si ricava da una analisi sintattica, oltre che logico-grammaticale, della terzina.

La chiave è fornita dalla particella avversativa “ma”, che segue la virgola.

 

Nella mia interpretazione di questa terzina la “conoscenza” è la Cultura ed altra cosa, invece, è la “virtute”.

Cultura, avanti tutto, non è nozionismo. Cultura non è semplice istruzione. Anche ai tempi di quel “sapere enciclopedico”- proprio della Società in cui viveva il Poeta oggi reso popolare e gradito da Roberto Benigni- la parola Cultura non poteva e non può semplicemente risolversi  in un richiamo alla “formazione scolastica” o, peggio, al puro nozionismo.

La Cultura, infatti, è anche curiosità. E’, sicuramente, porsi delle domande e cercare di darsi delle risposte.

La Cultura è, poi, ricerca. E’, per l’appunto, “virtute”, cosa diversa dalla “conoscenza”. Vediamo, allora, di stabilire il rapporto tra “conoscenza” e “virtute”, anche oltre il pensiero e la poetica di Dante.

Sicuramente Ulisse, rivolto ai compagni, quando parla di virtute parla di coraggio, di “sprezzo del periglio”, di quello spirito di avventura che li porterà a varcare “le Colonne d’Ercole”.

E’ un invito, quello fatto dal “Signor Nessuno, vincitore di Polifemo” ,ad “andare oltre”, a spingersi più avanti, per inseguire l’una e l’altra (virtute e conoscenza): l’invito a varcare il limite del mondo conosciuto coincide con la scoperta, con l’ignoto, con la “prima esplorazione”….

Dante, dunque, considera la “conoscenza” come il presupposto della valutazione di una persona. Con la virtute, forse, si può ottenere la “conoscenza”. Dipende dalla forma ed intensità della volontà nel ricercarla costantemente e pervicacemente.

 

Almeno formalmente, anche l’organizzazione del lavoro nella nostra Società attuale è informata anche su questo criterio: ad esempio per fare il Professore, piuttosto che il metalmeccanico, occorre possedere conoscenze e competenze specifiche, ontologicamente(proprie dell’essere) differenti.

Ma il presupposto basilare, anche degli attuali parametri di valutazione individuale e delle organizzazioni, sta nel “SAPERE”, nel “SAPER FARE” e nel “SAPER ESSERE”: tre termini che, se sommati e resi un unicum, si equivalgono con “CULTURA”+ “COMPETENZA”.

La “cultura” non è innata: la si apprende con l’educazione, attraverso l’esempio, l’esperienza, fin da piccoli. Ci si adatta in genere alle richieste della società in cui si vive: si apprende la lingua, in primo luogo; ma anche alcune abilità basilari. Si apprende, inoltre, ad acquisire modelli di comportamento e a farsene orientare; a muoversi in un mondo di segni, simboli, significati condivisi.

Crescendo all’interno di una Cultura, poi, tendiamo facilmente ad assolutizzare quanto appreso, a immaginare che i nostri modelli culturali, i nostri simboli e valori siano «normali».  E, di conseguenza, che non altrettanto lo siano quelli altrui.

E qui si comincia a parlare di “Culture”, al plurale, come sopra quando si parlava del Liceo e delle “culture francofone”. E in effetti il confronto internazionale che deriva dai processi di globalizzazione e dalle migrazioni non è certo semplice: facilmente nutriamo preconcetti, interiorizziamo stereotipi negativi riguardo alle “Culture altre”. Che a loro volta possono ripagarci della stessa moneta, generalizzando in modo indebito.

 

Ma se è vero che esistono differenze, è anche vero che possono esistere assonanze, analogie. E che vivere in un mondo in cui esistono più Culture può essere più stimolante che non vivere in un contesto monoculturale. Sempre che si sia disponibili al confronto, che non ci si arrocchi preventivamente sulla pretesa di un inesistente primato o di una supposta superiorità culturale.

Che si sia disponibili, cioè, a chiamare in causa, a mettere in dubbio la posizione etnocentrica che ha caratterizzato larga parte del nostro passato: avrebbe senso oggi parlare di “cultura imperante”? O avrebbe piu’ senso godere delle “differenze”, delle “assonanze”, dei tratti tipici e/o atipici di un etnìa e di un ètnos?

Nelle nostre “Società Plurali” e , a volte, anche “pluralistiche”, nell’Europa dell’Erasmus e dell’abbattimento delle frontiere, dei muri, delle dogane, nel “villaggio globale”mondiale, del quale siamo un po’ tutti al contempo vittime ed artefici, possiamo strenuamente difendere la Cultura come bene comune, perché essa non oggi ma da sempre copre ogni campo del sapere e agire dell’uomo, dallo scheggiare una pietra fino a creare una grande opera letteraria e a dare forma a un impero: sono cultura dunque l’economia, la politica, il galateo e la strategia militare, per non dire la religione, la scienza e la filosofia.

E lo sono anche il Teatro, il Cinema, la Fotografia.

In una parola lo è tutto quello che abbiamo imparato e che continueremo ad imparare, ad osservare e valutare con quella capace “coscienza critica”unita al “buon senso”che non può e non deve essere mai smarrito dall’uomo.

E la consolazione, oltre che immanente certezza, è che nessuno te la potrà mai togliere.

Sì, proprio mai! Perché oltre la conoscenza, che forma, edifica e costituisce la “Cultura” di ciascuno di noi, occorre quel disincanto e quella temerarietà propria di colui che non crede a tutto ciò che legge, sente o, peggio, a tutto ciò che vede ma, invece, reca sempre in mano e nella mente il “setaccio consapevole” che separa la crusca dal grano buono e nel cuore  il “filtro” sapiente ed illuminato per poter orientare nella propria vita ogni Azione e Reazione responsabile, nell’indirizzo della ricerca del Bene Comune.

 

Giuseppe Antonino ROMEO

(Polignano a Mare, Scuola di Formazione all’impegno Sociale e Politico, II° Anno)

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