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Exuvia o sul cambiare pelle, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 11/05/2021 11:42
Piccole riflessioni dopo l'uscita del nuovo album di Caparezza, Exuvia
Exuvia o sul cambiare pelle, di Matteo Losapio

Copertina dell'album

Il sette maggio è stato pubblicato Exuvia l’ultimo disco di Michele Salvemini, in arte Caparezza. Un disco che si pone in continuità non solo artistica ma, potremmo dire, anche filosofica con il precedente Prisoner 709, un racconto post-moderno delle prigioni che ci affliggono e che riusciamo a cogliere dal racconto che ne fa Caparezza. Exuvia, invece, si colloca al di fuori delle prigioni, nel mutamento della pelle. Infatti, in biologia, l’exuvia è il guscio vuoto che lasciano alcuni insetti dopo aver cambiato pelle. Un guscio che ricalca esattamente la forma della vita che lo conteneva in precedenza. Titolo significativo, dunque, di un cambio pelle a tutti i livelli: artistico, personale, culturale, sociale. Ed oggi, ancor più degli anni precedenti, percepiamo quanto sia impellente l’exuvia, il nostro cambio pelle. Dalle nostre prigioni, emerse soprattutto con il lockdown, ci ritroviamo dinanzi ad un bisogno di cambiamento del nostro modo di vivere, del nostro stile culturale, dei nostri consumi. Non si tratta, allora, di un cambio d’abito, di un restyling, più o meno riuscito, ma di inserirsi in un cammino radicale, che ci faccia tornare alle radici. Cammino che ci viene suggerito proprio dall’Exuvia, snodandosi fra le varie canzoni presenti nell’album.

Per prima cosa una Chantology, una raccolta di citazioni dello stesso Caparezza, quasi a raccogliere i resti di ciò che è stato fino ad ora, pezzi sparsi di stratificazioni da rimettere insieme. Ma ciò che siamo stati, in qualche modo, rischia di ingabbiarci e soffocarci, prigionieri di noi stessi, per questo serve una Fugadà. Fuga da noi stessi, fuga dal peso di ciò che siamo stati, con una sorta di diritto all’oblio, per ripulire chi siamo, su El Sendero della nostra libertà. Un sentiero fatto di passi, uno dopo l’altro, sul sentiero del dolore e dell’allegria. Ma dove andare? Come facciamo a capire dove si trova la nostra libertà? Camminando in avanti e guardando all’indietro, verso ciò che siamo stati, verso i ricordi non della fama ma dei passi che abbiamo posto, verso le orme che ci dicono che il cammino è già iniziato. Una autobiografia da Campione dei Novanta. Ma i ricordi impattano dentro un bosco, simbolo di materia selvaggia. Un paesaggio nuovo, che ci immette nelle radici, a contatto con la terra, con la natura, non sempre docile e ben curata, ma selvaggia, indomita, in grado di ergersi maestosa e dinamica – contatto con il divino. Una natura selvaggia che spinge ad andare Contronatura, innescando un nuovo processo culturale, una nuova cultura dell’origine. Creature contro natura, questo è il nostro Eterno Paradosso, tipico di una condizione umana che è insieme natura e cultura, che non pensa più di essere superiore alla natura o in grado di dominarla, ma di vagare in un panta rei, in un mondo dove tutto scorre. Paradossalità della condizione umana, fra natura e cultura, innestati nella natura e creatori di cultura, immersi in un mondo di materia e divenire, di potenza ed energia. Un mondo a cui diamo forma attraverso La scelta, simbolo di tutte le nostre scelte che ci umanizzano e ci fanno diventare unici. Non più sottomessi alla natura, non più dominatori attraverso la cultura, ma creature in grado di scegliere e di riflettersi nelle proprie scelte, di dare forma a se stessi attraverso le scelte. Così, come un Ercole al Bivio, ecco che Caparezza si muove fra Marco e Ludovico, figure che caldeggiano strade opposte ma che si richiamano in due caratteristiche principali: il paradosso della vita in sé – patetica ed eroica – e la capacità di ogni scelta di sussumere e riassumere in sé tutta l’esistenza. Non c’è nessuna scelta autentica che non rimetta in gioco tutta la nostra vita, che non trasformi la nostra vita, passando dalla materia umana selvaggia e indomita, all’esistenza che, paradossalmente, siamo. E quando la felicità ci pervade, soprattutto quando le scelte che facciamo ci rendono davvero chi siamo e non ci occorre trovare giustificazioni, rimproverando qualcuno, per le occasioni mancate ecco che la paradossalità diviene gioco e contrarietà leggera, tipico di Azzera Pace. Contrarietà che sembra follia agli occhi del mondo, follia in un mondo di maschere, alla Eyes Wide Shut, in cui la vera paura e ritrovare se stessi per davvero, reggere il peso di chi siamo, del paradosso ineludibile, della materialità camuffata da buone maniere. E la paradossalità dell’esistenza cresce, si ingigantisce e si evolve, facendo i conti con la dimensione sociale ridotta Come Pripyat, città ucraina accanto al reattore di Chernobyl. Città spopolata, fin troppo simile alle città deserte durante i mesi del lockdown. Città deserte dove tutto sembra essere confuso, dove valori e principi vengono svenduti, i corpi mercificati, le risorse solo rifiuti. Una indolenza collettiva che ci avvelena e che, al tempo stesso, ci fa venir fuori dalle favole del progresso, del mercato, dello sfruttamento indiscriminato, delle uso e consumo del pianeta. Così, Nel mondo dopo Lewis Carrol, ci ritroviamo in una vita reale, priva di favole, destrutturata, decostruita, disincantata dalle nostre piccole o grandi fantasie o successi individuali. Tutto divorato dallo Zeit! dal Tempo, il quale, tuttavia, non è solo colui che consuma tutto, ma è anche tempo cadenzato, tempo di musica, tempo da rispettare e da navigare, generando nuove armonie. Ma come generare? Perché, in fin dei conti? Perché, come diciamo anche nel linguaggio popolare: niente è sicuro solo la morte è La Certa. Dinanzi a noi, Donna Ultima, Donna Certa, l’essere dinanzi alla morte ci rende più consapevoli della vita, di questa sola vita, di questa vita che incede e che non ci lascia tregua. Esistenza che raggiunge il suo ultimo paradosso: riflettendo sulla morte, sulle nostre morti, sulla morte che ci circonda e sulla sua inevitabilità, ecco che ci spinge alla vita, come fuori da un utero materno. Danzare con la morte, entrare in conflitto con essa, per imparare a vivere, per uscire fuori di sé, Exuvia. La canzone che dà il titolo all’album è l’ultima, paradossalmente. Perché alla fine di questo percorso, ecco che rimane solo il guscio di una pelle che abbiamo cambiato. E ci ritroviamo nudi, rigenerati, reali, terrestri e materiali.  Fuori da ogni pelle morta, fuori dalle nostre prigioni, fuori dal narcisismo che ci fa credere al centro del mondo. Fuori di me, Exuvia, apro le ali, aurevoir!

[redattore CUF]

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