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Essere lievito nuovo, di Ernesto Balducci

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 17/09/2015 11:15
Dobbiamo vivere in modo che la morte appaia un assurdo, un segno di ingiustizia. In realtà però viviamo in modo che la morte è quel che ci meritiamo perché siamo suoi complici. Questo cambiamento, questa conversione è il compito di tutti i nostri giorni.

 

Essere un lievito nuovo, pasta nuova, significa liberarci dal vecchio fermento di morte. Non è un compito semplice, perché implica una consegna di vita del tutto libera da ogni ipoteca di complicità con le forze di morte. Siccome il sistema in cui siamo inseriti è, in tutte le sue articolazioni, dominato e attraversato dal virus della morte, noi dobbiamo, in tutti i nostri contatti con la realtà, invertire la rotta, cambiare il sistema di vita. Lo possiamo fare. Nei rapporti privati, liberandoci totalmente dallo spirito di antagonismo, nei rapporti pubblici abolendo la categoria del nemico che va odiato e distrutto – questo ci hanno insegnato – per restituire le dialettiche umane alla loro altezza morale, alla loro dignità razionale. Non siamo uguali, siamo diversi e la diversità implica confronti e a volte competizioni, ma dentro questa pregiudiziale, che si ispira al senso della vita, che ogni modo di prevalere sull’altro con la forza, con la coazione fisica o ideologica, è contro la vita. Dobbiamo inaugurare questo modo di esistere e solo allora parlare di resurrezione. Ricordo la parola di un grande non credente: «Dobbiamo vivere in modo che se Dio esiste abbia torto». Dobbiamo vivere in modo che la morte appaia un assurdo, un segno di ingiustizia. In realtà però viviamo in modo che la morte è quel che ci meritiamo perché siamo suoi complici. Questo cambiamento, questa conversione è il compito di tutti i nostri giorni. Per una specie di rapida omologazione, ciò che di terrificante vediamo sulle frontiere fra i blocchi è perfino dentro una famiglia, è perfino nei nostri rapporti intersoggettivi. Un’oscura lama ci attraversa e siamo portati a combatterci e ad essere seminatori di tristezza e di morte. I segni di questo cambiamento sono sotto i nostri occhi. Un bisogno nuovo di stabilire un rapporto con le cose, con la natura, di liberarci da questa smania febbrile del progresso a prescindere da ciò che esso significhi, da questa corsa ad una produzione fino ad una tale eccedenza del prodotto che non sappiamo più dove metterlo, mentre i nostri fratelli muoiono di fame. Siamo dentro questa follia. Dobbiamo liberarcene. Questo dovere ha un significato morale e politico. La morte di Gesù fu una morte politica e non una morte privata, porta i sigilli dei poteri di quel tempo. Ecco perché l’annuncio pasquale non è fatto per darci una provvisoria esaltazione immaginativa, è fatto per risospingerci alle radici dove noi elaboriamo le nostre scelte fondamentali. È lì che tutto si decide. Dio guarda nel cuore e non alle nostre chiacchiere o ai nostri riti. È in questa profondità, dove noi ci troviamo di continuo al bivio fra morte e vita, che decidiamo di noi stessi e decidiamo del futuro del mondo. Fatta questa riflessione, acquistiamo in qualche modo il diritto di abbandonarci al rito, alle parole sacre, ma contenendole coscientemente dentro la riserva che abbiamo posto: tutto questo è vano, anzi è menzogna se non passa attraverso il filtro del senso di responsabilità che abbiamo cercato di rievocare sulle pagine della Scrittura

Ernesto Balducci, Gli ultimi tempi, Borla, Roma 1998

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