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Essere fedeli laici ai tempi del coronavirus #iostoalmioposto, di Annalisa Caputo

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 17/03/2020 10:23
Non è solo una questione di Messa si o Messa no; è in discussione il nostro modo di essere cristiani nel mondo, oggi e in questa situazione...

 

Sono stata anch’io tra i laici cattolici che, quando hanno letto il Comunicato della CEI e hanno saputo delle ‘Celebrazioni eucaristiche senza popolo’, sono rimasti increduli e basiti. Ma poi ho provato a riflettere. E vorrei trasformare queste considerazioni in una Lettera aperta; messaggio in bottiglia, per chiunque si riconosce – come me – ‘naufrago’: prete o laico che sia; suora o mamma, vescovo o giovane: in ogni caso battezzato. 

Non è un cosa da niente, per chi ‘ci’ crede, ripensare il rapporto con l’Eucarestia. Io vivo a Bari e abbiamo ancora negli occhi l’evento di febbraio, con tutti i vescovi del Mediterraneo, e abbiamo ancora nel cuore il Convegno eucaristico del 2005, Senza la domenica non possiamo vivere.

Solo degli stupidi possono pensare che i nostri Vescovi non abbiano fatto bene ad ascoltare l’invito dei politici e degli scienziati. Solo dei pazzi in questo momento potrebbero desiderare di continuare a vivere le Celebrazioni eucaristiche (soprattutto quelle affollate), come se niente fosse. Solo chi non sa che domenica viene da Dominus, può confondere Lui (senza cui non possiamo vivere) con l’ostia domenicale. E, però, solo chi non ha messo al centro della propria vita il Signore può vivere con superficialità quello che sta accadendo. E sarebbe un ‘peccato’ (nel senso di: occasione sprecata) se, ‘dopo’, tutto tornasse solo come prima. Credo invece che potremmo utilizzare questi mesi di ‘catacombe’ per tornare a fare insieme una riflessione teologica sulla Chiesa, e su ciò che tiene insieme e distingue i membri dell’ordine sacro e il ‘resto’ del popolo di Dio. Ho detto: il ‘resto’ del popolo di Dio. È una Lettera aperta e non un saggio, e quindi vorrei evitare citazioni dotte, che rischierebbero il ridicolo. Ma sappiamo che: ‘tutti’ siamo popolo di Dio; e quindi: non esistono Celebrazioni eucaristiche senza popolo. È un ossimoro che – comprensibile nell’urgenza della comunicazione e nell’emergenza della situazione – siamo chiamati a ripensare insieme. 

Confesso che mi sono acquietata con me stessa quando ho trovato un’espressione che mi è sembrata più confacente: Celebrazioni eucaristiche senza la presenza fisica del laicato [dico tra parentesi che dovremmo ovviamente fare una riflessione anche sulla vita consacrata, ma mi fermo al discorso sul laicato; anche perché la maggior parte delle suore sta prendendo parte alle liturgie]. 

Mi si dirà che abbiamo cose più importanti a cui pensare e che questi cavilli lessicali sono da filosofi. Sì, forse. Ma attraverso le parole si creano le idee. E si stabilizzano comportamenti. E il mio timore è che, in questo periodo, si stiano consolidando una serie di pregiudizi, che tutti noi sappiamo essere erronei. 

Il primo l’ho già detto: che i ‘laici’ siano il ‘popolo di Dio’ (invece sappiamo che il ‘popolo’ non coincide con il ‘laicato’). Secondo pregiudizio: che la ‘Messa’ sia una cosa da ‘preti’ e per ‘preti’. Ultimo pregiudizio, paradossalmente contrario e uguale al precedente: sono una brava laica, un bravo laico se tutti i giorni sto davanti al televisione o al computer per ‘vedere’ la Messa. Ora, è proprio su quest’ultima cosa che vorrei soffermarmi. Perché credo che questa sia la sfida che in ogni caso avremmo dovuto affrontare, e che non possiamo più rimandare: riscoprire la bellezza della nostra vocazione laicale. Insieme. 

Quando i vescovi di Puglia, ormai quasi 10 anni fa, mi hanno chiesto di parlare, durante il Convegno ecclesiale regionale su ‘I laici nella Chiesa e nella società pugliese, oggi’, mi è venuta in dono e in aiuto l’immagine dell’arcobaleno, che San Basilio utilizza come simbolo della Trinità, e che mi è sembrato bello ripensare come immagine della Chiesa, in cui i diversi colori (e quindi anche i diversi stati di vita) insieme stanno, o insieme cadono. Insieme si tengono (ognuno al proprio posto), o insieme collassano. “Dal diluvio all’arcobaleno”, ci spronava Don Tonino Bello. E voglio crederci: ora più che mai. Che questa tempesta del corona virus ci consenta alla fine di riscoprire anche un nuovo arcobaleno ecclesiale. 

Sarebbe ben poca cosa la nostra laicità se si limitasse a riempire le nostre giornate ‘vedendo’ in TV preghiere e liturgie. Ma, permettetemi, amici presbiteri (con tutti il bene che vi voglio), aiutateci anche voi! Vanno benissimo le dirette Facebook di Messe e catechesi. Ma questo non ci servirà, se insieme non decostruiremo l’idea del laicato (e forse anche del presbiterato) che rischia di nascondersi dietro tutto questo. 

Non è che io sono una ‘brava laica’ (e, come me, anche Rosina e un po’ di vecchiette) perché già prima del corona virus partecipavo sempre alla liturgia eucaristica feriale. Invece Francesca (che lavora anche durante i giorni festivi per mantenere il suo bambino), o Maria (che ha una figlia autistica e vive sola, e non può andare la domenica a Messa) sono ‘cattive laiche’. Perché in realtà loro sono molto più brave di me. 

E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Anche attualizzandoli. Mara (che in questi giorni fa di continuo rosari e Liturgia delle Ore) non è più brava di Giovanni che (stando normalmente fuori casa tutto il giorno per lavoro) ora sta cercando di gustare tutti i minuti che la quarantena gli offre, con la moglie e la figlia; né è più brava di Carla, che sta impazzendo in tutte le ore del giorno, per fare didattica a distanza ai suoi studenti. 

Posso tornare alla questione eucaristica, allora. Dicevo: non stiamo vivendo Celebrazioni eucaristiche senza popolo, ma Celebrazioni eucaristiche senza la presenza fisica del laicato. Non è banale la differenza. Perché questo ci ricorda che siamo tutti popolo, e tutti Chiesa. Ma tutti diversamente. Perché per il Signore tutti siamo unici e speciali. Anche la figlia autistica della mia amica, di cui parlavo prima: che nemmeno ‘sa’ (razionalmente parlando) che cosa sia una Messa. 

Non è banale, perché ci ricorda che tutti abbiamo un ruolo e un posto. #io-sto-al-mio-posto. Perché ognuno di noi ha il suo posto nel cuore di Dio. E il posto non è solo fisico, ma simbolico. Da laica posso capire e accettare con sofferenza che – se. per emergenza nessuno si può spostare –, il presbitero sta-al-suo postostando lì dove ‘stava’ e ‘celebrava’ anche prima del virus. E io (e tutti i laici come me) stiamo al nostro postostando dove stavamo prima, dove stiamo adesso, e dove staremo anche dopo: perché il nostro posto non sono le mura della Parrocchia. Altrimenti perché continuare a parlare di ‘ruolo del laicato’? [sia detto tra parentesi: forse non dovrebbe essere nemmeno ‘solo’ il luogo dei presbiteri, se vogliamo essere tutti ‘Chiesa in uscita’; ma questo sarebbe un altro messaggio, per un’altra bottiglia].  

Il nostro posto è il mondo; a partire dalla nostra casa e dalla nostra famiglia. E, certo, quando – finita l’emergenza – ci potremo spostare, anche noi laici torneremo a stare (per una piccola parte del nostro tempo) in Parrocchia (per la Celebrazione eucaristica, o per la catechesi, o per vivere la fraternità e le opere di carità). Ma in ogni caso non sarà e non è quello il nostro posto. E, se lo capiremo ‘insieme’, solo allora la nostra Chiesa sarà più bella. Altrimenti soffriremo tutti, e ci sentiremo tutti più soli. 

Quanto male, credo, faccia (possa fare) anche ai presbiteri l’idea di celebrare ‘in privato’ o da soli! Mi auguro vivamente, per voi, amici presbiteri, che non siate mai soli; mai; e non solo durante la Celebrazione eucaristica. Perché noi ci siamo. Se voi celebrate ‘per’ noi, noi celebriamo ‘per’ voi. La re-sponsabilità sponsale della Chiesa è reciproca. Il ‘per’ è mutuale. Se voi state celebrando l’Eucarestia ‘per’ il popolo, anche il ‘popolo’ (se proprio vogliamo continuare a dire così) sta Celebrando la vita: la sta celebrando con voi e per voi – tutti i giorni, ogni secondo. Nessuno in questo momento dovrebbe essere lasciato solo: né l’anziano, né il disabile, né l’operatore pastorale, né il prete. Nella privazione delle relazioni ancora di più sentiamo quanto non ci sia niente di ‘privato’ che non sia relazionale. E che niente è più lontano dalla Chiesa delle cose che facciamo da soli. 

Voi non celebrate in privato. Voi celebrate con noi. In ogni caso. Che siamo presenti o no. Che ci sia diretta streaming o no. Celebriamo comunque tutti insieme, ognuno alla propria maniera. Come l’arcobaleno: nell’unità della diversità. Non limitatevi, amici presbiteri e amici Vescovi, a ricordarci di vivere bene il nostro digiuno forzato dall’Eucarestia. Ricordateci anche che i laici celebrano in ogni momento la loro Messa (“24 ore su 24”, come dice il Movimento eucaristico, in cui sono cresciuta). La celebrano amando il marito o la moglie. La celebrano giocando con i loro figli. La celebrano con gli amici. Nello spazio pubblico. La celebrano quando lavorano (e anche quando si ritrovano disoccupati). La celebrano stando in casa, e anche quando sono ‘senza tetto’: e forse allora la celebrano di più, nello spazio lacero di quella povertà, comunque amata dal Signore. 

E, in questo tempo, il vero digiuno – la vera sofferenza, per chi vive a pieno la propria laicità – non è (non dovrebbe essere) tanto o solo il digiuno sacramentalmente eucaristico, ma il fatto di non poter abbracciare chi si ama. Di dover accettare il fatto che i propri figli siano chiusi in casa. Di impazzire continuando a lavorare tramite computer. Non poter vedere in faccia i propri studenti, se si è insegnanti. Non poter andare a pranzo o cena dai propri genitori. Non poter uscire con gli amici: sì, capiamoli i nostri adolescenti; che sbagliano volendo continuare ad uscire, ma che ci ricordano che la vita è relazione. 

Aiutateci, amici Vescovi e presbiteri, ricordandoci che ‘questo’ digiuno (dal contatto fisico, dalle piazze, dai luoghi di lavoro e di politica, e certo anche dai luoghi di culto), ‘questo’ digiuno è gradito a Dio… se fatto con e per amore. E non ci serve un laico, una laica che soffra il digiuno eucaristico e, però, non sappia vivere l’amore anche in quel metro di distanza dal partner (un metro infinito!); non sappia amare gli studenti anche dietro il video, non sappia incontrare le persone fragili e bisognose anche tramite telefono. Che, poi – diciamoci la verità – spesso sono quelle che ci evangelizzano. Penso in questo momento ai miei piccoli amici diversamente abili del Centro volontari della sofferenza: la loro essenzialità, la loro capacità di #essere-al-loro-posto, facendo festa anche solo per un sms o una telefonata ricevuta, mi converte, ricordandomi il cuore della gioia evangelica.

Che non sia, mai, che, dopo questa emergenza, ritorniamo come prima, peggio di prima. Tornando a ri-occupare spazi. Che ognuno di noi, invece, impari ad ri-amare diversamente il proprio posto e il proprio ministero. Che con dolore ogni presbitero senta quanto sia importante ogni volto nell’assemblea liturgica. Ma anche con grata gioia sollevi quel Corpo, pensando a quanto è fortunato ad avere avuto questo dono: che i laici non hanno. E con rinnovata re-sponsabilità vocazionale celebri la sponsalità con quel Mistero che solo lui vive così. 

Che con dolore ogni laico, ogni laica senta quanto sia importante quel presbitero, quella comunità, quella Eucarestia che adesso manca. Ma anche con grata gioia (ogni laica, ogni laico) goda di questo spazio-tempo in cui è ‘costretto’ nella propria abitazione, pensando a quanto è fortunato ad avere un compagno, una compagna, dei figli, dei genitori in casa, con cui celebrare la vita: dono che i presbiteri non hanno. E con rinnovata re-sposabilità vocazionale celebri la sponsalità laicale, e la radicalità battesimale, che solo il laico, la laica vivono così.  

È deserto per tutti. Sì. Ma aiutiamoci a renderlo luogo di ripensamento dei carismi. Aiutiamoci a non creare muri mentali, o cortocircuiti vocazionali. #iostoalmioposto. Che è quello che il Signore mi ha donato. E che ho scelto. E ognuno al suo. Come membra diverse di un solo corpo-popolo. Nessuno chiuso nel proprio mondo privato. Nessuno ‘senza’ l’altro. Ma tutti con un modo diverso di vivere le presenze, le assenze e le relazioni. Perché ‘tutto’ questo insieme è il Corpo di Cristo, e quindi è Eucarestia. Senza la quale non possiamo vivere. Mai.  

 

[docente di filosofia università di Bari e Facoltà teologica pugliese, docente di CuF, Bari]

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