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Dissing: chi la spara più grossa, di Ilaria dell’Olio

creato da Matteo L. ultima modifica 18/04/2021 11:42
Un fenomeno che continua ad espandersi, quello del dissing. Cantanti e personaggi famosi che si "insultano" attraverso i social. Fomentando rabbia e odio

In sala insegnanti tra un caffè nero bollente, un “questo concorso non uscirà mai” e un “Basta Dad!”, ad insinuarsi è il dissing, da cui l’atto del “dissare”. Un fenomeno diffuso tra gli adolescenti, consistente in un’offesa, un botta e risposta dal tono canzonatorio o più semplicemente un insultarsi vicendevole. La rete pullula di esempi di dissing, come tra le TikToker Aurora Baruto e Brisida, molto spesso delle challenge, in altre parole una gara a chi “spara” l’insulto più pesante. Le radici, però, affondano nella cultura hip-hop, un disrespecting, un testo musicale con l’obiettivo di ingiuriare un’altra persona, di mancarle di rispetto per l’appunto. Il Rolling Stone riporta come esempio di dissing più tragico del rap americano quello tra Tupac e Notorius B.I.G. risalente al 1994, quando, a seguito di una sparatoria in cui Tupac rimane ferito, il rapper è convinto che il mandante sia proprio Notorius. Il risultato è il brano Hit’Em Up. Per quanto riguarda, invece, il rap italiano sempre il periodico musicale annovera tra gli esempi più famosi di dissing quello tra Dj Gruff e gli Articolo 31 del 1998 e tra Fabri Fibra e Tormento del 2004. La realtà, però, non è un freestyle rap e sovente i protagonisti delle sfide sono poco più che bambini, che celano i loro imberbi volti dietro gli smartphone. A prevalere è la cultura del più forte, la mancanza di fiducia nei rapporti umani, il disincanto. Un tempo che vitupera le fragilità, in cui “essere veri” è sinonimo di parlare senza filtri. A mio avviso, però, è necessario che le ragazze e i ragazzi abbiano un’alternativa, una visione diversa della realtà, non di certo distorta, ma un margine di speranza e testimonianze positive. In aggiunta c’è la pandemia, un anno in cui gli adolescenti hanno perso le occasioni di incontro e anche, perché no, di scontro, quel sano conflitto che forma, che fa diventare grandi. Nell’ultimo anno, inoltre, tra i più giovani sono aumentate le richieste di ricovero per autolesionismo, i suicidi e i disturbi del comportamento alimentare. I ragazzi sono demotivati, affogati in un eterno presente, “ogni giorno è uguale all’altro”, mi confida Martina. In conclusione, è opportuno sottolineare che la cultura rap non è da condannare in toto, poiché per gli adolescenti rappresenta una maniera di ribellarsi, di esprimere il proprio disappunto. E chissà che questo genere musicale non restituisca ai nostri ragazzi la capacità di non restare indifferenti e di indignarsi.

[socia CUF]

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*Martina Losito, studentessa di ingegneria energetica presso il Politecnico di Milano.

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