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Cronache da Anastopolis, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 06/06/2020 09:31
Durante l'emergenza da Covid-19 molte sono state le iniziative di sostegno alle vecchie e nuove povertà promosse dai vari centri Caritas. Questa è la cronaca di ciò che è stata l'esperienza presso la Caritas Cittadina di Bisceglie. Cronaca di nomi, storie, volti, percorsi e passaggi. Di uomini e donne che hanno contribuito alla Città della Resurrezione, Anastopolis
Cronache da Anastopolis, di Matteo Losapio

Un piccolo gruppo di volontari presso la Caritas Cittadina nell'Ex-Convento dei Cappuccini a Bisceglie

Nella prima metà dell’Ottocento, lo scrittore russo Pëtr Čaadaev scrisse Cronache da Necropolis. Nella sua immaginazione, Necropolis, letteralmente città dei morti, era Mosca con la sua arretratezza, il suo bigottismo religioso, la sua stretta morale, il suo zarismo che imponeva ancora la servitù della gleba. Necropolis era Mosca come città dei morti, riflesso della politica assolutista dello zar Nicola I e di un immobilismo fatto di persone che conservavano le loro tradizioni e i loro usi in quanto espressione massima della civiltà russa. Čaadaev, tuttavia, aveva compreso che la conservazione senza evoluzione non avrebbe portato altro che declino e aria di morte, una vera e propria necropoli. Seppur scritto nella prima metà dell’Ottocento, il testo ha contribuito ad alimentare la discussione, in Russia, fra ammodernamento ed arretratezza, fra chiusura e apertura nei confronti del mondo occidentale, fino ad esplodere, nella prima metà del Novecento, con la Rivoluzione Russa. Oggi desidero riprendere il titolo Cronache da Necropolis per parlare di una esperienza del tutto diversa, di una città differente, di Anastopolis.

La città di cui desidero parlarvi ha un luogo ben preciso e si tratta dell’ex-convento dei Padri Cappuccini, sito in Bisceglie. Da qualche anno, le stanze del convento sono state affidate alla Caritas cittadina, la quale ha avviato una serie di progetti all’interno della struttura. Alcuni sono ormai celebri per i cittadini biscegliesi come il progetto “Recuperiamoci” in cui i volontari si occupano di recuperare il cibo invenduto e destinato a divenire spazzatura, oppure il progetto “Storie e Stoffe” in cui alcune volontarie si occupano di cucire borse e capi di vestiario, ridando vita agli scarti delle lavorazioni industriali o a vestiti in disuso, o ancora l’”Emporio Eco-Solidale” in cui i meno abbienti possono ricevere vestiario attraverso una tessera punti, per non dimenticare anche il servizio docce e la forte solidarietà con il Poliambulatorio “Il Buon Samaritano” nato dall’Epass di Bisceglie. Ma tutti questi progetti e servizi sono già famosi e conosciuti sul territorio, ciò di cui voglio raccontare sono le storie dentro Anastopolis.

Sono giunto a prestare servizio per la Caritas cittadina di Bisceglie durante l’emergenza Coronavirus. Il mio ministero di giovane seminarista prossimo al diaconato si svolge presso la comunità parrocchiale della Santissima Trinità in Barletta, a cui il vescovo mi ha affidato per questo periodo formativo alla fine del Seminario. Con la dichiarazione della zona rossa a tutta l’Italia, sono tornato a casa i primi di marzo e con l’associazione 21 abbiamo scelto di contribuire alla raccolta di piatti pronti proposta dalla Caritas cittadina, preparando un dolce ogni settimana. Così, verso fine marzo, dopo la raccolta dei dolci mi sono fermato lì in Caritas per contribuire alla distribuzione delle buste. All’inizio dell’emergenza sanitaria abbiamo distribuito buste per una sessantina di famiglie, mentre durante il picco dell’emergenza, verso Pasqua, siamo arrivati alla distribuzione di duecentocinquanta buste. Ma non è questa efficienza nel sistemare e distribuire buste con beni di prima necessità e cibi già pronti per tre giorni a settimana a rendere questo luogo Anastopolis. In realtà questo è ciò che fanno tutti i punti Caritas nel loro quotidiano aiutando tante e tante persone, trovandosi dinanzi a vecchie e nuove povertà come anche a vecchi e nuovi poveri. Ciò che rende questo luogo Anastopolis sono le storie e i volti dei volontari e delle persone che vengono a richiedere aiuto. Perché il volontariato non è semplicemente fare delle cose o dare una mano a chi è più in difficoltà. Fare volontariato significa condividere la propria storia con persone che non avresti mai immaginato di incontrare o con amici di vecchia data. Per quanto riguarda Anastopolis i volontari provengono da storie diversissime tra di loro. Ci sono giovani volontari delle parrocchie coordinati dai giovani delle stesse comunità. Ci sono giovani universitari provenienti dalla Protezione Civile che hanno scelto di dare una mano, pur non frequentando le parrocchie. Ci sono i veterani del volontariato della Caritas sia del progetto “Recuperiamoci”, sia di “Storie e Stoffe”, sia dell’”Emporio Eco-Solidale”. Ci sono adulti che scontano la loro pena non in carcere ma in lavori socialmente utili. Ci sono gli stessi utenti della Caritas che scelgono di dare una mano. Ci sono ragazzi e ragazze che, per passaparola di amici, hanno scelto di venire a fare volontariato anche loro. Ci sono persone che bussano alla porta di Anastopolis per sentirsene un po’ concittadini anche loro. Ci sono i ragazzi accolti nello SPRAR e provenienti da vari Stati dell’Africa. Ci sono persone ospitate nelle stanze del ex-convento, perché non sanno dove andare, che scelgono di essere volontari anche loro. Tante storie diverse, tanti cammini differenti, tante storie sbagliate che si incontrano, che discutono fra di loro, che si raccontano. E questo raccontarsi, anche con leggerezza, anche scambiando una battuta o un sorriso, contribuisce a costruire Anastopolis, la città della resurrezione. Perché essere volontari non significa essere buoni o più buoni degli altri, ma significa appartenere ad un modo nuovo di abitare l’umanità. Essere volontari è un po’ come essere cittadini perché il cittadino non è solo un residente nella città, ma è colui che è consapevole di essere in un luogo, in una storia, di appartenere alla città nel bene o nel male. Così è stato per ogni volontario passato per Anastopolis, il quale si è sentito partecipe di un miglioramento non solo facendo qualcosa per le persone più disagiate o meno abbienti ma nei confronti di se stesso e degli altri volontari. Essere volontari significa, allora, partecipare della vita degli altri, sia nel condividere i successi come la laurea di un volontario o la nascita del nipotino di un altro volontario, sia nel discutere, nel litigare e risolvere conflitti. Perché Anastopolis non è una cittadina utopica dove tutti sono felici per il semplice fatto di essere pensati felici. Ma Anastopolis è la città dove ogni persona prepara la resurrezione degli altri, dove ogni volontario è cittadino non perché sia migliore di altri ma perché è un essere umano che, come dice l’apostolo Paolo quando scrive alla comunità di Roma, geme e soffre contro la morte che si porta dentro attendendo la resurrezione ( cfr Rm 8,18-25). Ed intanto scrive la propria storia insieme ad altri: le Cronache di Anastopolis.      

[redattore CUF]

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