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Calvino e i suoi doni, di Pier Carlo Resta

creato da D. — ultima modifica 21/09/2015 12:47
La genialità in questione e quella di Italo Calvino, scrittore ed intellettuale di origini Sanremesi, nato a Cuba il 15 ottobre 1923; il giovane scrittore muoverà i suoi primi passi in un ambiente familiare laico caratterizzato da...

Pensare, anche solo per un istante, alla possibilità stessa di concepire sinteticamente il concetto di genialità, parlandone come di un universo circoscrivibile, caratterizzato da assiomi e architetture facilmente fruibili, rappresenterebbe di per se un’operazione incurante non solo dello spessore, e della difficoltà tecnica, rappresentata dalla dimensione filosofica del tema, ma anche una limitata percezione degli invece eterogenei esempi di personalità geniali propostici dalla storia. Una constatazione, questa, tutt’altro che scontata, in un segmento storico (qual è il nostro) interpretato da protagonisti e astanti, che sembrano ormai aver deciso di dismettere l’importanza della ricerca e delle sue più profonde (e forse per questo, meno pop) considerazioni, in favore di una nuova grande epoca di abbagliante oscurità; una società di valori economici con individui desolanti, più che alternativamente unici, confusi circa la distanza che intercorre tra bisogno e desiderio, dove il genio (o presunto tale) si riduce ad un prodotto confezionato e/o confezionabile (come se fosse poi possibile usufruirne, semplicemente pagando). Certo il concetto in questione (come già detto) appare tutt’altro che accessibile, date le sue larghe connessioni con lo sconfinato emisfero di capacità intellettive e abilità tecniche; un concetto che spazia in senso più ampio alle tipologie di visioni, e sul quale è forse opportuno chiarirsi le idee; scrive il filosofo russo N. A. Berdjaev (1874-1948): “La genialità resta incomprensibile per il mondo e non rientra in nessuna delle distinzioni ‘mondane’ secondo cui viene catalogata l’attività umana. Nella genialità non v’è nulla di particolare, [essa è sempre] una capacità di percepire le cose con una dimensione universale. La genialità [è sempre] una qualità dell’uomo in quanto tale e non del solo artista, del solo scienziato, o del solo pensatore, del solo riformatore sociale, e via dicendo. La genialità non è un dono particolare ma una tensione particolarmente forte dello spirito dell’uomo preso nella sua integralità”. Le parole del noto esistenzialista ci danno forse la possibilità d’intravedere qualcosa di più, e di poter pensare di capire che cercare il genio significa più inquadrarne la “sensibilità d’intenti e approcci”. Sulla base di quanto detto, e sui risultati ottenuti dai percorsi d’indagine condotti grazie ai miei studi, non posso che spontaneamente ricollegarmi ad una delle personalità intellettuali più importanti (a livello internazionale) del secolo XX; le parole stesse, dell’autore sottointeso, dissolvono poi qualsiasi insicurezza in merito: “Io non sono tra coloro che credono che esista solo il linguaggio, o solo il pensiero umano […]. Io credo che esista una realtà e che ci sia un rapporto (seppure sempre parziale) tra la realtà e i segni con cui la rappresentiamo. La ragione della mia irrequietezza stilistica, dell’insoddisfazione riguardo ai miei procedimenti, deriva proprio da questo fatto. Io credo che il mondo esiste indipendentemente dall’uomo; il mondo esisteva prima dell’uomo ed esisterà dopo, e l’uomo è solo un’occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso. Quindi la letteratura è per me una serie di tentativi di conoscenza e di classificazione delle informazioni sul mondo, il tutto molto instabile e relativo, ma in qualche modo non inutile”. La genialità in questione e quella di Italo Calvino, scrittore ed intellettuale di origini Sanremesi, nato a Cuba il 15 ottobre 1923; il giovane scrittore muoverà i suoi primi passi in un ambiente familiare laico caratterizzato da una sensibilità di classico stampo scientifico (un agronomo e una botanica i genitori, entrambi docenti universitari; chimici gli zii, e futuro geologo il fratello), per poi evolvere una ricerca gnoseologica,  prima ancora che letteraria, che assumerà riverberi antologici non solo per l’eterogeneità delle esperienze e delle fasi produttive, ma anche per gli avvenimenti storici che lo vedranno protagonista di un percorso solitario, e forse anche per questo, difficilmente catalogabile se non brillante: un’infanzia caratterizzata da un rapporto con la natura rigoroso e mai scontatamente suggestivo; una giovinezza che sottolinea una netta sensibilità letteraria (all’ombra dei classici tra i quali Stevenson, Kipling, Nievo e soprattutto Conrad) sorpresa bruscamente dai drammatici scenari politico-bellici, e dalla scelta di forte coscienza civile che lo porterà alla traumatica esperienza partigiana; l’attiva partecipazione ai progetti politico-culturali di ricostruzione del Paese, proposta dalle forze della sinistra comunista, così come l’adesione inquieta alle correnti neorealiste (sia sul versante narrativo, che saggistico, con la partecipazione a differenti riviste: Rinascita, Società, l’Unità) e le numerose collaborazioni con le eccellenze letterarie dell’epoca (Pavese, Vittorini). Un’attività che vedrà numerose svolte (soprattutto a partire dalla metà degli anni 50, con la crisi delle sinistre e l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica ) che porteranno lo scrittore ligure a sentirsi irrimediabilmente lontano da ogni concezione schematica di letteratura impegnata, dirigendo assieme a Vittorini (dal 1959 al 1967)  la storica e prestigiosa rivista intitolata  Il Menabò di letteratura : quest’ultima, nata dalla constatazione del superamento degli schemi dell’impegno intellettuale post-resistenziale, accolse e sviluppò il dibattito intorno al difficile rapporto tra letteratura e industria (di cui si fecero interpreti anche autori come Crovi, Leonetti, Eco, Sanguineti, Fortini). Sulle pagine del Menabò usciranno alcuni tra i saggi calviniani più belli, nei quali meglio si esprime l’avvenuta presa di coscienza dell’impossibilità (logica e ideologica) di capire il flusso della storia: come ben possiamo apprezzare, ad esempio, nel Il mare dell’oggettività o La sfida al labirinto, dove abbandonato ogni spirito rivoluzionario, l’autore affronta il tema della relazione tra soggettività dello scrittore e oggettività caotica della realtà.  Senza considerare poi la lunga stagione parigina, che costituirà una delle vedute più innovative nella ricerca intellettuale e creativa dello scrittore (anni consacrati alla scoperta dello strutturalismo e della semiologia, scegliendo punti di riferimento teorici e critici come Roland Barthes, Raymond Queneau, o i soci dell’Ouvroir de littérature potentielle, ovvero Laboratorio di letteratura potenziale; emanazione diretta del Collegio di Patafisica  di Alfred Jarry): Calvino si getta a capofitto tra segni, informazioni e cifre, alla scoperta dell’inestricabile confine tra scienza e scrittura creativa, dove la realtà e la letteratura appaiono ordinate e organizzate in una serie di funzioni che devono essere indagate, e che impongono allo scrittore una ulteriore ricerca di precisione e rigore; un lavoro che porterà a due intense pubblicazioni con Le Cosmicomiche e Le Città Invisibili, toccando forse alcune tra le vette più alte della sua intera produzione. Rispetto al genere fantascientifico, Calvino capovolge il rapporto tra fantasia e scienza, dove la prima non è nel comportamento dei personaggi ma nella realizzazione d’immagini circa le ipotesi razionali condotte; di questi panorami diviene fondamentale anche la riflessione circa la comunicazione, nell’esplorazione dei limiti tra narrabile e pensabile, e nel confronto della scrittura con il caos, al fine di renderlo comprensibile e conoscibile. Ora, volendo rintracciare un denominatore dell’intensa esperienza calviniana, va detto che al di là delle tante suggestioni culturali che l’hanno attraversata, la natura della sua genialità è probabilmente insita nella ricchezza delle immagini che rimandano al lettore stesso, che viene così invitato a non fissare esclusivamente l’attenzione  sulla struttura logica delle opere. Calvino insomma va letto e visto, più che interpretato, poiché egli stesso tende a lasciarsi sempre nella scrittura, sia che affronti tematiche esistenziali, sia che si confronti con problemi teorici, scientifici o letterari. Negli primi anni di produzione letteraria, sotto lo stimolo dei problemi politici aperti in un paese che voleva crescere democraticamente dopo la crudezza di una dittatura e di una guerra, l’autore prende subito le distanze sia dall’ottimismo dello scrittore neorealista fiducioso, che credeva nella possibilità del riscatto della classe operaia e contadina, sia dal pessimismo esistenziale e storico degli intellettuali, che coglievano l’inadeguatezza del progetto rispetto ai rapporti di forza reali (Vittorini, Pavese, Fenoglio, Levi, ecc.). Così, contro la logica degli scrittori colti, e contro lo smarrimento di un’espressività letteraria intenta a pescare nell’immaginario popolare le proprie ancore, Calvino fonde elementi collettivi e formazione d’élite dando vita ad un percorso, che dalla dissonanza trae la sua forza. Questa spaccatura è data anche dal fatto che lo scrittore ligure non sente di poter (o voler) offrire certezze esistenziali ed ideologiche; fin dalla pubblicazione del primo romanzo, del resto, aveva mirato anche a lasciare ambiguamente aperto il finale, allo scopo di  provocare un dialogo, senza mettere un punto definitivo. Ed è una disposizione che sempre più cerca di accentuare nel suo esperienza di scrittore, ciò ha permesso che emergesse quasi subito la consapevolezza che l’importanza di Calvino autore fosse da ricercarsi non solo nell’intelligenza della sua visione intellettuale, nella forza inventiva e nella tensione morale della sua narrativa, ma anche nel senso geniale della ricerca con cui egli ha saputo tradurre in scrittura la riflessione sul rapporto tra l’individuo e la contemporaneità, nelle implicazioni gnoseologiche ed etiche che determinarono il suo continuo interrogarsi circa la natura, i limiti e le potenzialità, del fare letterario in rapporto alla rappresentazione e alla comprensione del reale. Una produzione creativa così aperta alla realtà e alle problematiche metanarrative non poteva che essere oggetto di una riflessione interpretativa in continua evoluzione, particolarmente sensibile alle trasformazioni culturali che sono avvenute nel corso degli ultimi decenni e che hanno inciso sugli strumenti e sui metodi d’analisi della critica, ma soprattutto sui suoi presupposti ideologici ed epistemologici; e, in questo senso, si può dire che anche quanto è stato scritto intorno a Calvino riflette l’andamento della nostra storia culturale più recente.

 

[neolaureato in lettere moderne, Gioia, Bari]

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